Coronavirus: andrà tutto bene se…

marzo 17, 2020

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Le grandi crisi sono tragedie, ma anche grandi opportunità. Anche l’epidemia di coronavirus, con tutto quello che si porta con sé, può darci la possibilità di rifondare il nostro paese con alcune elementari ma fondamentali operazioni che avremmo potuto fare ma non abbiamo fatto. Forse abbiamo l’occasione di provvedere ora.

Lavoro. Dobbiamo ridare l’importanza che merita al lavoro produttivo, al lavoro che produce valore aggiunto: agricoltura e industria. La forsennata terziarizzazione dell’economia ci ha impoverito tanto quanto la globalizzazione e la finanziarizzazione. Il cuneo fiscale non va tagliato a tutti, ma solo ai lavoratori dell’agricoltura, dell’industria (meccanica, manifatturiera, chimica, farmaceutica, tessile, alimentare eccetera) e del turismo.

Economia. È venuto il momento di eliminare il denaro contante, stroncando l’evasione fiscale e tutte le forme di economia illegale (droga, prostituzione, racket delle estorsioni, lavoro nero, contraffazione, riciclaggio). Non abbiamo sconfitto le mafie con la repressione, ma possiamo farlo rendendo antieconomiche e individuabili le attività illegali. Col tracciamento di ogni pagamento è possibile.

Giustizia. Torniamo al sistema inquisitorio, affidando a un giudice (istruttore) la fase di indagine, mettendo nelle mani di una figura di garanzia i formidabili mezzi tecnologici investigativi di cui disponiamo, sottraendoli al Pubblico ministero, che è una parte. Adottiamo come regola la detenzione domiciliare, limitando ai casi estremi la reclusione in carcere. E legalizziamo il consumo di stupefacenti.

Istruzione. Buttiamo a mare tutte le cazzate carrieristiche sulla meritocrazia e ridiamo dignità alla figura dei docenti di ogni livello, liberandoli inoltre dal demenziale carico di adempimenti burocratici.

Clima. Approfittiamo di questa fase di confinamento personale per ripensare i nostri comportamenti quotidiani e le nostre città. Abbattendo gli spostamenti in automobile e le emissioni.

Sanità. Uniformare i vari sistemi regionali prendendo a modello quelli più efficienti, privilegiando il sistema pubblico rispetto a quello privato.

Burocrazia. Grazie alla tecnologia, possiamo ridurre il peso economico degli apparati burocratici.

Regioni. Aboliamo le regioni a statuto speciale, riduciamo i costi di tutte le regioni, ora gonfiati dalle clientele politiche locali.

Stato. Sconfiggiamo il dogma del privatismo. In Italia lo Stato imprenditore ha avuto grandi meriti, se usato con criterio può risolvere tanti problemi. Al contrario, le privatizzazioni sono state quasi sempre catastrofiche.

Europa. Abbandoniamo l’idea che l’Europa sia madre o matrigna, soggetto che può risolvere i nostri problemi o aggravarli. Facciamo da noi e potremmo essere noi a guidarla, meglio di Francia e Germania che sono colossi con i piedi d’argilla, con problemi grandi quanto i nostri.


Incostituzionalità del processo: patteggiamento

febbraio 22, 2020

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Il patteggiamento, ovvero “l’applicazione della pena su richiesta delle parti ex artt. 444-445 c.p.p.” è il rito alternativo introdotto nel nostro ordinamento con la riforma del codice di procedura penale del 1988. Grazie ad esso l’imputato ottiene uno sconto di pena e l’amministrazione giudiziaria risparmia i tempi del dibattimento. Le parti, infatti, sono accusa e difesa, che si accordano fra loro con simultaneo vantaggio. Ma che ne è, in questo caso, della persona offesa? Non è forse anche essa una parte? No, non lo è. La vittima del reato, anche se presente all’udienza nella quale si definisce il patteggiamento, non ha voce in capitolo. È parte processuale solo a parole. Ma, si penserà, dopo il patteggiamento può comunque chiedere il risarcimento in sede civile. Certo, può chiederlo, ma non è affatto certo che lo ottenga. Vi è una radicale differenza fra la sentenza di condanna con rito ordinario o abbreviato e quella di patteggiamento. La prima, oltre alla pena, condanna il reo al risarcimento del danno, che viene in genere liquidato a parte senza che si debba discutere nel merito la materialità del fatto e la responsabilità del condannato. Nel patteggiamento non è così. Nel nostro ordinamento le prove si formano a dibattimento, e tutto quello che matura prima, nelle indagini, costituisce solamente un elemento di prova, un indizio. Il patteggiamento, evitando il dibattimento, inibisce la formazione della prova e quindi priva la vittima del processo di accertamento della verità. Essa può quindi rivolgersi al giudice civile per richiedere un risarcimento, ma in quella sede il reo, che pure ha patteggiato la pena, può negare ogni responsabilità, il processo deve essere fatto da capo con altro regime probatorio, e il giudice civile è libero di dare valore o meno a quanto è maturato in sede penale. Sebbene la giurisprudenza di legittimità sia ondivaga sulla materia, la sentenza di patteggiamento è quindi solo un indizio, non una prova. Nel giudizio risarcitorio la vittima può anche soccombere e vedersi condannata a pagare le spese legali in favore del reo che ha patteggiato.

Siamo quindi di fronte a un altro strumento procedurale che costituisce uno squilibrio fra reo e vittima che confligge con l’articolo 3 della Costituzione, perché la scelta del patteggiamento è facoltà esclusiva del cittadino imputato, favorito in questo rispetto al cittadino vittima che nulla può fare per opporsi.

Ma per avere idea di quanto sia squilibrato il sistema nella sua stessa concezione, vale la pena soffermarsi su un aspetto particolare del patteggiamento, quello che avviene davanti al GIP ai sensi dell’articolo 437 c.p.p.

Solitamente il patteggiamento avviene dopo la chiusura delle indagini e all’udienza preliminare, alla presenza della parte offesa che assiste quindi alla pronunzia della sentenza. Ma può accadere che l’indagato, sopraffatto da prove schiaccianti, opti per un rito ancora più veloce, chiedendo di patteggiare davanti al GIP quando le indagini sono in corso (e ha ricevuto l’avviso di garanzia che è ignoto alla vittima). In tal caso l’udienza si tiene alla sola presenza del pubblico ministero e del reo, all’insaputa della parte offesa che ha denunciato il fatto. Se questo è già singolare ma comunque non illogico, l’aspetto paradossale di tale rito è che, una volta depositata la sentenza di patteggiamento, la vittima non viene neppure avvisata! Il procedimento penale che essa ha avviato con denuncia o querela si chiude senza che gliene sia data notizia! Alla faccia dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.


Incostituzionalità del processo: la prescrizione

febbraio 22, 2020

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Poco ho da aggiungere a quello che ho già scritto qui e qui.

Ribadisco il concetto di fondo: la prescrizione, invocata dai cosiddetti garantisti per evitare che un soggetto resti sotto processo in eterno e che venga condannato a distanza di troppo tempo dai fatti, in realtà non estingue la pena, ma estingue il reato, e con esso anche le conseguenze verso la persona offesa. Ne consegue che il danno cagionato da un reato prescritto, salvo rari casi, non viene risarcito. È vero che quanto maturato in sede penale può essere utilizzato in sede civile, ma nella stragrande maggioranza dei casi in assenza di un giudicato penale, almeno di primo grado, le prove (rectius: gli elementi di prova) maturate nel procedimento penale non hanno automaticamente valore nel processo civile e ove il giudice non è tenuto a tenerne conto. Perché il rito civile è diverso da quello penale, ha regimi probatori differenti. È appena il caso di citare esempi quali la violenza sessuale o il maltrattamento in famiglia, nei quali la prova regina resta la deposizione della vittima. Se in sede penale essa ha pieno valore, pur se valutata considerando il possibile conflitto di interessi fra reo e parte lesa, costituisce prova valutabile da giudice. Viceversa, in un parallelo giudizio civile, essa è totalmente priva di valore, poiché la vittima che cita in giudizio il reo, essendo parte, non può certo addurre come prova la propria parola!

Si è soliti dire che la prescrizione è uno strumento utilizzato dai difensori degli indagati/imputati per sottrarsi alla condanna con tecniche dilatorie. E questo è sicuramente vero, ma è solamente un corno del problema, che consente di dipingere l’avvocatura come una organizzazione dedita al perseguimento dell’impunità dei colpevoli in contrapposizione con una magistratura votata al nobile fine di far rispettare la legge. Esiste uno speculare e incoffessato interesse della magistratura a ricorrere alla prescrizione come strumento per sottrarsi al dovere di giudicare. Il giudice, o meglio in sistema giudiziario che egli impersona, che, per una ragione qualsiasi, non intende pronunciarsi su un caso, può far leva sugli enormi margini di arbitrio di cui dispone per allungare i tempi del procedimento (dalle indagini preliminari fino al dibattimento) fino a cagionare l’estinzione del reato e quindi del procedimento. La prescrizione è quindi (anche) uno strumento per ridurre gli smisurati carichi di lavoro degli uffici giudiziari, e non stupisce quindi che molti magistrati si dicano contrari alla riforma attualmente in discussione.

Chi è del tutto disarmato davanti a questa arma processuale è ancora una volta la persona offesa, che non ha alcuno strumento per accelerare l’iter del procedimento o di interrompere il decorso della prescrizione. Strumento che invece possiede in sede civile, ove il decorso della prescrizione (non di un reato, ma di un diritto) può essere interrotto in qualsiasi momento con semplice raccomandata.

Chi parla di processi infiniti a causa della prescrizione penale, dovrebbe per onestà ammettere che le cause civili già hanno questo aspetto, perché non esiste in sede civile una causa estintiva basata sul decorrere del tempo.

La disparità di trattamento che il regime della prescrizione penale crea fra reo e vittima è quindi palesemente, macroscopicamente incostituzionale, essendo un’arma che favorisce chi ha cagionato un danno (di origine penale) a scapito di chi ha la sola colpa di averlo subito.

E allora ribadisco la mia proposta per superare il nodo su cui si è arenata la riforma Bonafede: la prescrizione estingua la pena, non il reato. Qualora vi sia nel procedimento penale una parte civile costituita, il processo vada a definizione a fini civili, allo scopo cioè di sancire l’obbligo risarcitorio verso la vittima. Se nel frattempo è decorso troppo tempo, si annullino le pene.


Il medioevo della Ministra Lamorgese

febbraio 21, 2020

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“Carcere per gli spacciatori di modiche quantità”. Lo ha detto la Ministra degli Interni Lamorgese, e c’è da chiedersi dove sono i campioni del garantismo che affollano la nostra politica. Se c’è una cosa inutile nel contrasto alla diffusione delle droghe è la repressione penale che, come tutti gli studi indicano, non ha mai avuto alcuna efficacia. Se una proposta del genere l’avesse fatta Salvini, apriti cielo, sarebbe esplosa la rivolta. E le carceri sovraffollate? E i Tribunali intasati? E i diritti degli indagati? Invece niente. Sarà che questa ministra è una donna, per cui non la si può criticare, ma è sconcertante che ancora si pensi a combattere la droga con metodi medioevali. Coi gabbioni, con le manette, con le botte in carcere.

Sarà che sono da sempre antiproibizionista, come chiunque abbia studiato il fenomeno, ma mi sconforta leggere tali notizie in un’epoca in cui si potrebbe imboccare la strada giusta. Perché il contrasto a tutti i fenomeni di illegalità diffusa, come appunto il traffico di stupefacenti, non può essere fatto con la repressione, ma rendendoli antieconomici. E lo strumento per farlo è ora a nostra disposizione: la tracciabilità dei pagamenti. Lo spaccio di strada, i quartieri ostaggio dei pusher, la penetrazione nell’economia lecita del denaro proveniente dalla droga, esistono perché esiste il denaro contante. Senza contante non ci sarebbero gli spacciatori di strada (chi mai comprerebbe droga pagando con carta di credito?) e i grandi trafficanti troverebbero assai arduo riciclare i loro immensi proventi. Eliminando il contante, il manico del coltello passerebbe dalla parte dello Stato. Che invece, per bocca della Ministra Lamorgese, proclama stupide guerre a base di manette e prigioni, come un ottuso monarca medioevale.


Incostituzionalità del processo: il risarcimento negato

febbraio 21, 2020

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L’articolo 24 della Costituzione afferma che “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi”.

Ognuno di noi, quindi, può rivolgersi al Tribunale per chiedere la riparazione di un danno che ritiene di aver patito. Sembra un principio elementare, ma i padri costituenti sentirono la necessità di sancirlo nella Carta. Altrettanto elementare è il principio secondo cui chi commette un reato penale è tenuto a riparare il danno che ha cagionato. Ma questo obbligo non è scritto in Costituzione, neppure nel recentemente riscritto articolo 111.

Che può fare quindi la persona offesa da una reato (detta impropriamente vittima)? Innanzitutto denunciare il fatto, quindi sperare che il responsabile venga individuato, processato, condannato in via definitiva e quindi, a condanna pronunciata, chiedere di essere risarcita con un ulteriore procedimento giudiziario in sede civile. E qui sorge immediata una domanda: in un paese nel quale i processi durano decine di anni, quando arriva il risarcimento? Decine di anni dopo i fatti, non c’è nulla da fare. Ma l’interrogativo peggiore è un altro: e se la condanna del responsabile non arriva? Risposta: che la vittima si metta il cuore in pace. E sono questi i casi più frequenti. In Italia i responsabili di reati penali condannati in via definitiva sono una esigua minoranza, per via della cronica inefficacia del sistema giudiziario. Fra indagini che non si fanno, reati che cadono prescritti prima ancora che inizi il processo, procedimenti che non arrivano al termine per le più svariate ragioni, e condannati che figurano incapienti, sottraendosi in tal modo ai loro obblighi patrimoniali, la probabilità che una vittima venga effettivamente risarcita (anche a distanza di lustri) è minima.

Sarebbe lungo dire come si sia giunti a tale stato di cose, ma è evidente che tale fenomeno è taciuto e sottovalutato, perché l’evoluzione della società ha enormemente allargato la platea di soggetti danneggiati dal fatto-reato. Le vittime dei crack bancari e aziendali. Migliaia di persone che hanno visto evaporare i loro risparmi. I lavoratori che perdono il posto per la bancarotta fraudolenta del titolare. Le persone che si ammalano per fenomeni di inquinamento ambientale. Ma il diritto penale è entrato anche nelle case, nelle vite quotidiane, con l’istituzione di fattispecie come il maltrattamento in famiglia, gli atti persecutorii (stalking), i reati a sfondo sessuale. Eppure chiunque rimanga vittima di questi eventi è abbandonato a se stesso, ignorato dalle istituzioni e dagli uffici giudiziari, nei quali la sua posizione è del tutto marginale, oscurata da quella dell’indagato-imputato, che il cosiddetto garantismo imperante ha reso protagonista assoluto del processo e depositario di una serie di tutele del tutto sconosciute alla persona offesa.

Concorrono a questo stato di cose l’idea che la vittima sia alla ricerca di “vendetta”, cosa che potrebbe anche essere e non deve essere, ma che non dovrebbe ostacolare il procedimento. Concorre una certa filosofia pauperista, per cui chi subisce un torto “deve farsene una ragione”, e basta (“non vorrai mica guadagnarci!”).

Ma soprattutto domina ormai l’idea che la vera vittima, il perseguitato, è il reo, l’indagato, l’imputato. Quello che i politici che blaterano di giustizia definiscono “il cittadino”, dando per scontato che il processo penale coinvolga solo lui e non anche i danneggiati, e che la giustizia sia un affare privato fra lo Stato e il colpevole.

L’obiezione che si sente fare chi solleva tale problema è che la parte lesa può agire in giudizio civile a prescindere dalla celebrazione del processo penale, chiedendo il risarcimento a prescindere dalla condanna. Si tratta di una gigantesca mistificazione. Perché per ottenere giustizia direttamente da un Giudice civile, è necessario portare le prove, inconfutabili, dell’identità del reo, della commissione del fatto e dei danni cagionati. Elementi che un privato cittadino, salvo rarissimi e fortunati casi, non può avere. La vittima di una bancarotta, come può provare che il fallito ha portato all’estero i denari della società? Una donna violentata in un parco pubblico, come può conoscere l’identità dello stupratore? Un malato di cancro, come può provare che il suo male deriva dall’inquinamento di una determinata azienda, e come può sapere chi è il vero responsabile?

Per tale ragione affermo che il nostro ordinamento, a partire dalla Costituzione stessa, è in contrasto con l’articolo 3, discriminando in maniera intollerabile la posizione del reo rispetto a quella della vittima a favore del primo.

Eppure, nel continuo e inesauribile dibattito sulla Giustizia, nessuno solleva tale questione. Nessuno ha mai proposto di inserire nella Carta fondamentale una frase tanto semplice quanto incontrovertibile: “il processo penale deve garantire alla persona offesa un adeguato risarcimento”.

L’inefficacia del sistema giudiziario e la tenuità delle pene hanno fatto venir meno l’azione deterrente della condanna penale, incoraggiando di fatto la commissione del delitto che, è luogo comune dirlo, paga. E se il reo ne guadagna a spese di tutti, lo fa, a maggior ragione, in danno di quei cittadini che subiscono gli effetti del delitto stesso sulla carne viva.


Incostituzionalità del processo penale

febbraio 15, 2020

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Il dibattito politico, ahinoi non giuridico, sulla cosiddetta riforma della prescrizione penale nota con il nome del ministro Bonafede, ed emendata dal Presidente del consiglio, verte ora sulla presunta incostituzionalità del trattamento riservato all’imputato dichiarato innocente o colpevole nel giudizio di primo grado. Si sostiene che la disparità nel decorso della prescrizione a seconda della pronuncia del Tribunale violi il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Orrore! Avremmo un processo penale incostituzionale!

Ascoltando tali considerazioni siamo quindi indotti a ritenere che, escludendo tale riforma in itinere, il processo penale sia perfettamente aderente ai principi costituzionali, oltre che ispirato agli elementari ideali di giustizia che ognuno di noi percepisce. Celebrandosi i processi in aule di giustizia da parte di individui togati depositari del sapere giuridico, ci pare inverosimile che ciò non sia.

E invece è mia opinione che il nostro processo penale, così come strutturato, presenti diversi elementi di incostituzionalità discriminando la posizione del cittadino-reo rispetto al cittadino-vittima a discapito del secondo. La stessa Costituzione, nella parte in cui lo disciplina (articolo 111) è in contraddizione con se stessa (articolo 3).

Vediamo alcuni di tali elementi.

  1. Il diritto al risarcimento del danno patito dalla persona offesa dal reato (la vittima) non è previsto dalla Costituzione e, nei fatti, è un diritto negato.
  2. La prescrizione. Si è soliti leggere che la ratio della prescrizione penale è dovuta al venir meno dell’interesse dello Stato a punire un reato a distanza di un lasso temporale proporzionale alla sua gravità. Si dice che non ha senso punire una persona a distanza di troppi anni dalla commissione del fatto. Se così fosse effettivamente, la prescrizione dovrebbe estinguere la pena. E invece estingue il reato, e quindi tutte le sue conseguenze giuridiche, ivi compreso il diritto/dovere di risarcire la parte lesa. Domanda: se non ha senso punire una persona a distanza di lustri interi, ha senso risarcire il danneggiato a medesima distanza? Certamente sì. Sarebbe meglio risarcirla subito, ma risarcirla tardi è sempre meglio che mai!
  3. Il patteggiamento è un rito alternativo premiale grazie al quale l’indagato/imputato ottiene uno sconto di pena e il Tribunale si risparmia la celebrazione del processo, con un vataggio in termini di tempi e di costi di celebrazione. Ma esso preclude l’accertamento dei fatti e la formazione delle prove, pr quindi la possibilità per la vittima di avere giustizia (e conseguentemente il risarcimento).
  4. Le indagini preliminari, col passare del tempo, hanno sostituito per importanza il processo stesso. La filosofia garantista del nostro codice di procedura ha consegnato all’indagato una serie di prerogative nel corso di esse che invece sono precluse alla persona offesa. In virtù dell’articolo 415 bis del codice di procedura penale, vi è una fase non trascurabile delle indagini preliminari nella quale l’indagato è a conoscenza degli atti di indagine, mentre la persona offesa non lo è! Si tratta di una disparità fra reo e vittima in palese contraddizione con l’articolo 3 della Costituzione.
  5. Vi sono poi aspetti del processo che, pur non codificati esplicitamente, di fatto creano uno squilibrio smisurato fra reo e vittima. Per esemplificare, la celebrazione del processo nel contraddittorio delle parti in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale, prevede che le parti siano l’accusa (pubblico ministero) e la difesa (dell’imputato) mentre la parte civile costituita non ha la stessa dignità, anzi, la sua posizione nel processo è del tutto marginale.

Tenterò di illustrare questi aspetti in post successivi dedicati.


Riforma Bonafede e vittime

dicembre 8, 2019

 

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Il dibattito corrente sull’entrata in vigore della cosiddetta riforma della prescrizione penale mi conferma che, in tema di giustizia, la gente parla di cose che non conosce. Al punto che ne capisco più io dei presunti operatori del settore.

Senza rifare la storia dei problemi che comporta l’attuale disciplina della prescrizione penale, mi limito a considerarne gli effetti sulla persona offesa dal reato, definita giornalisticamente vittima. Mi permetto di richiamare quello che scrissi qui sull’argomento, e cerco di riassumere gli estremi opposti del dibattito in corso fra “garantisti” e “giustizialisti”.

Sostengono i primi che la riforma Bonafede produrrebbe un processo infinito, con il risultato di infliggere una pena dopo anni e anni dalla commissione del reato. E ciò non ha ragion d’essere se il fatto non è di estrema gravità.

Prendendo a pretesto la posizione della parte lesa, i secondi sostengono che bloccare il decorso della prescrizione alla sentenza di primo grado darebbe finalmente soddisfazione alle vittime, che con la disciplina attuale vedono la loro richiesta di giustizia arenarsi nei tempi morti del processo.

Entrambe le posizioni, viste con la prospettiva della persona offesa, sono errate, e mi stupisce che persone esperte le sostengono.

L’errore dei “garantisti” è nel non voler dire che la prescrizione, così come è ora, estingue il reato e non la pena. Quindi estingue anche gli effetti sulla persona offesa, ovvero il diritto al risarcimento, che una volta cessato il processo penale può essere richiesto solamente in sede civile, ma con la prospettiva di perdere la causa, poiché un privato cittadino, salvo casi rari e fortunati, non dispone delle prove necessarie per ottenere la condanna della controparte.

La riforma Bonafede risolverebbe questo problema? No! Assolutamente no. Perché il gigantesco torto che il nostro sistema giudiziario infligge alle persone offese è la decadenza del reato per intervenuta prescrizione prima della sentenza di primo grado! In questo caso la vittima rimane priva di strumenti per ottenere il ristoro del danno, salvo appunto una causa civile costosa e dall’esito incerto. Al contrario, nel fortunato caso in cui alla sentenza di primo grado si arrivi, la persona offesa ha comunque raggiunto il proprio obiettivo di una pronuncia giudiziaria, che sebbene non definitiva ha una sua valenza statuale. L’eventuale estinzione per intervenuta prescrizione nei gradi successivi non cancella la condanna al risarcimento del danno, che può comunque essere ottenuto. È quanto stabilisce l’articolo 578 del codice di procedura penale:

Quando nei confronti dell’imputato è stata pronunciata condanna, anche generica, alle restituzioni o al risarcimento dei danni cagionati dal reato, a favore della parte civile, il giudice di appello e la corte di cassazione, nel dichiarare il reato estinto per amnistia o per prescrizione, decidono sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili.

La vera svolta sarebbe quindi di interrompere definitivamente il corso della prescrizione all’atto di inizio dell’esercizio dell’azione penale, e non alla sentenza di primo grado. La riforma Bonafede, vista dalla prospettiva della vittima, aumenterebbe le probabilità di vedere il reo condannato a una pena, ma non si tratta di una conquista di civiltà. La posizione della persona offesa nel processo penale non può, non deve essere, quella di chiedere vendetta. Non vi è alcun ristoro nel vedere una persona sottoposta a una pena. La vittima deve essere risarcita economicamente, e congruamente, per le sofferenze patite, lasciando che l’irrogazione della pena sia una esclusiva prerogativa dello Stato.

E allora ribadisco quella che dovrebbe essere, secondo me, l’urgente riforma della prescrizione: si stabilisca che essa estingue la pena, e non il reato, in modo che il processo possa proseguire a fini civili senza produrre l’irrogazione di una pena a distanza di lustri dalla commissione del fatto.