Ma cos’è questa crisi.

agosto 10, 2019

 

crisi

Hanno ragione i commentatori della stampa nazionale nel descrivere la tristezza e la pochezza dei protagonisti della maggioranza e la desolazione culutrale che emerge dalla crisi di governo in corso. Espressione – crisi di governo – fin troppo nobile per essere riferita a tali nullità. Ma c’è una cosa ancor più triste e misera: la sterminata vacuità delle proposte politiche alternative che dovrebbero provenire dai partiti attualmente all’opposizione. Pd, Forza Italia, Sinistra Italiana, e chi altri forse dovrebbe esistere, nulla hanno da dire di significativo. E infatti blaterano a vuoto.  Ma il peggio viene proprio dagli organi di informazione, dagli editorialisti, dai maîtres à penser nostrani che partecipano allo sceneggiato senza nulla aggiungere di originale. In questo immenso nulla, cui assisto immoto dal giorno delle ultime elezioni, non posso far altro che riproporre le dieci riforme che io farei, e che ho già elencato qui, illustrandole brevemente in post successivi:

1. Abolizione del denaro contante.
La tracciabilità di ogni pagamento, unita all’attivazione di efficaci e ragionevoli strumenti giurisdizionali (primo fra tutti una buona legge sul falso in bilancio), costituisce lo strumento in grado di avviare la definitiva sconfitta delle mafie, primaria e principale zavorra dell’economia nazionale. Non solo. La sua introduzione segnerebbe la fine delle nostre piaghe endemiche: racket, evasione fiscale, lavoro nero, economia sommersa, etc. Con benefici enormi per le finanze pubbliche.
2. Abbattimento del cuneo fiscale nei settori primario e secondario.
La riduzione generalizzata delle tasse, al momento, è improponibile. Va operata una detassazione mirata ai settori che producono valore aggiunto: agricoltura e soprattutto industria. Il lavoro manifatturiero va cioè drasticamente defiscalizzato, onde fermare il fenomeno della delocalizzazione, favorire il rimpatrio delle produzioni ed incentivare nuovi investimenti nel settore produttivo.
3. Scuola e Università: abolizione di tutte le riforme degli ultimi 30 anni.
Da Luigi Berlinguer (compreso) in poi è stata una corsa a chi faceva peggio. Abolire tutte le riforme fatte è una provocazione, ma è fuor di dubbio che il sistema di trenta anni fa era migliore.
4. Raddoppio (almeno) del numero dei magistrati.
Con contestuale riduzione del loro (ingiustificatamente alto) reddito e periodo formativo presso la Polizia Giudiziaria. Vanno poi accorpati i tribunali, in modo da portare ad almeno 500.000 il numero di cittadini di ogni circoscrizione.
5. Riscrittura del codice di procedura penale.
Riscrittura totale, con ritorno al sistema inquisitorio (in luogo di quello accusatorio), in coerenza con la nostra tradizione e con l’ordinamento degli altri paesi dell’Europa continentale.
6. Riduzione delle competenze regionali ed abbattimento dei costi relativi.
La sburocratizzazione deve partire dalle Regioni, autentiche fonti di inutili complessità amministrative, nonché centri di rovinosa spesa pubblica improduttiva e clientelare (soprattutto quelle a statuto speciale).
7. Abolizione del rogito notarile.
Il costosissimo rito medievale del rogito notarile per l’acquisto di un immobile è talmente anacronistico da indurre alla rivolta. Ora che anagrafe e catasto sono totalmente digitalizzati, una compravendita immobiliare si perfeziona con pochi clic al computer. Sostituendo il passaggio dal notaio con atto amministrativo, si liberano risorse per i consumi.
8. Imu prima casa.
Va reintrodotta la tassa sulla prima casa (ICI o IMU) ovviamente con franchigia (cioè azzerandola per gli immobili di modesto valore). L’IMU sulle case successive alla prima deve essere progressiva.
9. Legge elettorale proporzionale con sbarramento al 5%.
Dopo decenni di convulsioni, la conclusione è una sola: l’Italia è paese ideologicamente e territorialmente sperequato; quindi serve una legge proporzionale pura con sbarramento al 5%. E con reintroduzione di congruo numero di firme di presentazione per tutti. Almeno 100.000 su scala nazionale. Ripeto: per tutti i partiti, nessuno escluso.
10. Incompatibilità parlamentare-ministro.
Le cariche di parlamentare e di ministro devono essere rese incompatibili con norma costituzionale. I parlamentari vengono eletti dal corpo elettorale per stare in Parlamento. A capo dei ministeri devono andare soggetti competenti dediti unicamente al funzionamento della macchina statale. Non è solo questione filosofica di separazione dei poteri, ma elementare e fondamentale strumento di efficienza amministrativa.

* * *

Non aggiungo altro se non una breve considerazione sull’ultimo punto. È scoppiato l’allarme per la posizione del Ministro dell’Interno che assommerebbe al momento più ruoli: Vicepresidente del Consiglio promotore della crisi, leader del principale partito o coalizione alle prossime elezioni, “candidato premier” e gestore della procedura elettorale. Scandalo fra i pensosi elzeviristi dei quotidiani e fra gli insigni costituzionalisti che popolano le tribune tv. Avranno anche ragione, ma questo accumulo non si sarebbe verificato se si fosse pensato all’unica modifica costituzionale che andava fatta alla carta del 1948, ovvero all’introduzione dell’incompatibilità fra ministro e candidato/parlamentare. Come è in Francia, dove le costituzioni le hanno inventate. Semplice no? Eppure nessuno ci aveva pensato.

Buonanotte.

 


Giustizia e giornalismo

novembre 21, 2018

fantasia-in-giallo-44492

Mi è capitato di assistere a qualche dibattito televisivo sui problemi della Giustizia, e sono arrivato ad una conclusione: parlare di Giustizia in Italia è ancor più difficile che riformarla. Il guaio è che ad intervenire sull’argomento sono sostanzialmente tre categorie: magistrati, avvocati, giornalisti.

Il problema di magistrati ed avvocati è che essi sono talmente immersi nei problemi da aver perso il senso stesso delle cose. Li sento parlare ed è evidente come la loro prospettiva sia irrimediabilmente deviata dalla quotidianità, dal loro essere parte stessa del sistema e del problema. In aggiunta a ciò, magistrati ed avvocati sono funzionalmente collocati su fronti opposti, per cui chiedere a loro di trovare soluzioni ai mali della giustizia è come chiedere a due eserciti in guerra di trovare la formula per la pace. Direbbero di non fare la guerra, ma in questo caso è come dire non fare i processi, e scadremmo nel non-senso.

Restano i giornalisti, che dovrebbero essere spettatori neutrali e quindi portatori, in astratto, di una visione neutra e più oggettiva. E invece il problema è ancor più grosso. Infatti i giornalisti parlano di giustizia basandosi sui procedimenti che essi stessi seguono professionalmente, che sono affatto diversi dalla stragrande maggioranza di quelli che si celebrano nelle aule. In Italia infatti esistono, nella realtà, due procedure diverse: una per i processi che interessano l’opinione pubblica e finiscono nel cono di interesse dei mezzi di informazione; una seconda per tutti gli altri. I primi costituiscono una frazione minima del totale; i secondi sono la quasi totalità. Purtroppo i giornalisti si basano solo sulla prima categoria, e ne traggono una visione della giustizia del tutto distorta. Infatti in essi tutti i soggetti operano o tentano di operare al meglio, nel rispetto formale e sostanziale della legge, in visione di telecamera e di taccuino. In tutti gli altri no, non è così, bisogna fare in fretta e chiudere la pratica.

È un po’ quel che accade in meccanica quantistica con il principio di indeterminazione di Heisenberg: osservando un sistema quantistico lo si modifica, ed è quindi impossibile conoscerne lo stato prima dell’osservazione.

Per esemplificare, nel quasi grottesco conflitto mediatico fra “giustizialisti” e “garantisti”, assistiamo ad una duplice rappresentazione del Pubblico Ministero: per i primi è un solerte funzionario tenacemente votato al disvelamento della verità ed alla punizione dei colpevoli; per i secondi è un bieco individuo che perseguita i cittadini che hanno la sventura di finire nel suo cono di interesse. Ma nella realtà? Nella realtà della stragrande maggioranza dei procedimenti, il PM è un magistrato oberato da ottocento-mille fascicoli di indagine; e preoccupato di una sola cosa: smaltirli il più celermente ed economicamente possibile. Nelle riprese televisive dei dibattimenti, il Pubblico Ministero partecipa alle udienze dei processi di cui è titolare e sostiene scrupolosamente l’accusa. Accorto ed occhiuto, fa del proprio meglio per valorizzare le prove a carico dell’imputato. Nella realtà, il Pubblico Ministero d’udienza è un soggetto, delegato dal PM titolare, che molto spesso vede il fascicolo per la prima volta il giorno stesso o la sera prima, ed ha del suo contenuto un’idea più o meno approssimativa.

Taccio sulla partecipazione al dibattito da parte dei politici, i quali si interessano di Giustizia solamente quando ne sono coinvolti in veste di imputati. Vogliamo far decidere a loro, agli imputati, come riformarla?

Finché il dibattito pubblico avverrà con questi sistemi, non ne uscirà nessuna riforma decente, ed infatti tutte le leggi prodotte negli ultimi anni in tale materia hanno peggiorato le cose.

Una cosa giusta però l’ho sentita anche in televisione, e l’ha detta Milena Gabanelli: “in tema di malfunzionamento della Giustizia, non ci si rende conto della gravità del problema.” Vero: non vi è consapevolezza, nel dibattito pubblico, della gravità delle ricadute morali, economiche, sociali di una giurisdizione inefficace. Perché infine, come diceva Sciascia, “tutto è legato al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo”.


I Maniaci delle intercettazioni

maggio 22, 2016

maniaco

Questa volta non è un politico ad essere stato intercettato dalla Procura, ma un giornalista impegnato nel contrasto alle mafie; anzi, un campione (fino a ieri certo, ora solo presunto, domani forse solamente ex) dell’Antimafia. E non a caso non si sono levate le grida garantiste contro il giustizialismo, contro l’uso esagerato delle intercettazioni, contro la violazione della privacy, corredate dall’invocazione della solita “indispensabile” e “non più rinviabile” riforma di questo strumento investigativo.

La vicenda Maniaci è, in realtà, la miglior conferma di quanto siano insostituibili e preziose le intercettazioni telefoniche ed ambientali. Se le frasi contestate fossero state riportate da testimoni, anziché essere incise nei nastri degli inquirenti, l’opinione pubblica sarebbe ora manicheamente divisa fra i difensori di Maniaci, fautori della teoria del complotto mafioso contro l’eroico giornalista, ed i suoi detrattori, pronti a puntare l’indice contro il “professionista dell’Antimafia”. Fazioni intente a combattersi sul terreno malsicuro di prove confutabili ed incerte, senza poter pervenire ad alcuna verità convincente.

Per fortuna non è così: la discussione pubblica ed il procedimento penale, si baseranno (soprattutto) su quelle frasi inequivocabili che Maniaci dovrà spiegare per quelle che sono, senza alludere a complotti e congiure dei boss.

Riaffermata quindi l’indispensabilità delle intercettazioni come strumento investigativo che, più di ogni altro, garantisce genuinità della prova, resta la questione della diffusione e dell’uso giornalistico delle relative trascrizioni. Problema che va certamente affrontato, a condizione che non si intervenga sul codice di procedura penale con ulteriori limitazioni all’attività inquirente e requirente.

Essendo quindi un problema solo giornalistico, mi domando perché ad affrontarlo non sia l’Ordine dei Giornalisti che, in tempi recenti, si è già dotato di una pletora di Carte deontologiche.

L’Ordine potrebbe, e secondo me dovrebbe, emanare un semplice decalogo con quelle poche norme di buon senso – sulle quali, in linea di massima, tutti concordano – tali da garantire rispetto della privacy e tutela dei non indagati, senza compromettere il diritto alla buona e corretta informazione.

In tal modo eviteremmo, ad ogni nuova inchiesta, l’esplosione delle polemiche non per il contenuto delle indagini, ma per la loro stessa conduzione. E, soprattutto, si toglierebbero argomenti a chi utilizza strumentalmente gli abusi della stampa per accendere polemiche contro le Procure e contro un mezzo investigativo indispensabile.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/05/i-maniaci-delle-intercettazioni/2698888/


E’ ignorante anche Marco Travaglio

luglio 20, 2014

Marco Travaglio in Promemoria

A farmi saltare sulla sedia è stata questa frase (da “Innocente a sua insaputa” Fatto quotidiano del 19 luglio 2014, Marco Travaglio):

E non osiamo immaginare che accadrà se nel processo Ruby-ter si accerterà che le Olgettine, principali testimoni del bunga-bunga, sono state corrotte dall’imputato del Ruby-uno per mentire ai giudici: ce ne sarebbe abbastanza per una revisione del processo principale, inficiato dalle eventuali false testimonianze di chi avrebbe potuto provare ciò che, a causa delle loro menzogne, non fu ritenuto provato.

Te lo dico io, illustre giurista Marco Travaglio: se nel processo Ruby-ter si accerterà che le Olgettine, principali testimoni del bunga-bunga, sono state corrotte dall’imputato del Ruby-uno per mentire ai giudici, il corruttore verrà condannato per corruzione in atti giudiziari (e forse frode processuale, subornazione, intralcio alla giustizia e chissà cos’altro) ma non ci sarà alcuna “revisione del processo principale”, poiché, come chiunque dovrebbe sapere, la revisione è istituto ammesso sono in caso di condanna definitiva e non in caso di assoluzione. Se l’assoluzione di B. nel processo Ruby-uno passerà in giudicato (se non impugnata o se confermata dalla Cassazione), non esiste prova che possa cambiare la decisione: se anche Ruby e lo stesso B. (con tutte le Olgettine al seguito) confessassero di aver commesso i reati di prostituzione minorile e di concussione, l’assoluzione rimarrebbe comunque inattaccabile e non ci sarebbe alcuna revisione, perché, per il principio del ne bis in idem, questo dice il nostro codice (v. art. 629 c.p.p.), che ogni tanto andrebbe anche letto.

 


Femminicidio e non solo (non riesco a non commentare)

gennaio 4, 2014

Gianniandolfo__La-vergine-di-Klimt_g

Leggo questo articolo dal Fatto Quotidiano e non riesco a non commentarlo:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/31/un-anno-di-quasi-conquiste-per-le-donne-parlare-di-femminicidio-non-e-piu-tabu/827459/#.UsLK62FzPPw.facebook

Un anno di (quasi) conquiste per le donne. E parlare di ‘femminicidio’ non è più tabù

Quasi assente nei motori di ricerca nel 2012 e nelle cronache di giornali, radio e tv, ora la parola si è imposta mediaticamente. “Una manifestazione di evoluzione culturale e giuridica”, secondo l’Accademia della Crusca. Ma se la ratifica della Convenzione di Istanbul e la legge contro violenza e stalking sono vittorie, restano ancora aperti molti fronti: dal basso tasso di occupazione femminile alla disparità di salario, l’Italia è ancora lontana dagli standard europei

di Stefania Prandi | 31 dicembre 2013

Il 2013 è stato un anno importante per quanto riguarda le battaglie per i diritti delle donne e il tentativo di superamento della disparità di genere.

PARLARE DI ‘FEMMINICIDIO’ NON E’ PIU’ TABU’ – Si è imposta a livello mediatico la parola “femminicidio”, termine che serve per indicare l’uccisione di una donna per motivi legati alla sua identità di genere (ammazzata in quanto donna), praticamente assente nei motori di ricerca nel 2012, secondo i dati di Google trends, e nelle cronache di giornali, radio e televisioni. Un dato rilevante, considerando che per anni i femminicidi sono stati fatti passare erroneamente per conseguenze di “raptus”, dovuti a ira improvvisa o gelosia incontrollata.

Si parte da un argomento sul quale non si può non essere dalle parte delle donne. L’uccisione di una donna da parte del marito-compagno, ex marito-ex compagno è un fatto talmente orribile che non si può fare altro che schierarsi (anche empaticamente) dalla parte di chi denuncia e analizza il fenomeno. Tuttavia basta fermarsi un attimo e subito si coglie lo slittamento semantico su cui fonda lo sviamento dell’argomentazione. La vittima del femminicidio, come lo si intende da noi, non viene uccisa, “in quanto donna”, bensì “in quanto (ex) moglie-compagna”. E tutti capiscono che non è la stessa cosa. E sappiamo che nei delitti che avvengono all’interno dell’universo di coppia capita pure che ad essere ucciso sia un uomo; l’ex compagno oppure il nuovo compagno (ucciso dall’ex). Ma siccome i problemi sono tanti e bisogna andare oltre ci si ferma alla superficie. Le donne sono vittime degli uomini cattivi. Punto e basta.

Come ha anche sottolineato l’Accademia della Crusca, l’imporsi di questo termine è la manifestazione di un rovesciamento, di una sostanziale evoluzione culturale prima e giuridica poi. Questo non significa certo che si sia arrivati ancora a una situazione accettabile. Anzi. Dall’inizio dell’anno allo scorso 25 novembre (ultimi dati disponibili) sono state ammazzate 128 donne da mariti, compagni, figli, familiari, conoscenti.

Peccato che manchi il dato degli uomini ammazzati da ex compagne (o da nuovi compagni della ex moglie). Ma se anche ci fosse, e se anche fosse un dato molto più basso (tipo dieci casi), ciò non significherebbe un bel nulla. Manca infatti una qualsiasi analisi statistica. La quale ci direbbe che in una popolazione di sessanta milioni di abitanti, 128 casi hanno la stessa incidenza statistica di 10. Quindi questo numero non significa un bel niente. Se non a fare grancassa.

Secondo il Rapporto Eures, tra il 2000 e il 2012 sono state assassinate in Italia 2.220 donne; il che significa, in media, 171 all’anno, una ogni due giorni.

Qui si fa di peggio. Si passa dalle donne ammazzate dai mariti alle donne uccise in generale, comprese le vittime dei regolamenti di conti fra clan mafiosi. La manomissione del dato lascia intendere che tutte 2.220 sono state accoppate in casa dal marito. Ancora una volta manca il dato degli uomini uccisi, e quindi non si capisce cosa dovrebbe dedurre il lettore non avendo il raffronto sul totale degli omicidi. Siamo alla disinformazione per omissione. Bella e buona.

UNA PIOGGIA DI LIBRI E SPETTACOLI SUL TEMA – Tra i casi che hanno scosso maggiormente l’opinione pubblica si ricordano quello di Fabiana Luzzi, la sedicenne accoltellata e bruciata viva dal fidanzato minorenne; quello di Silvia Caramazza, 39enne fatta a pezzi e messa nel freezer dal compagno; di Rosy Bonanno, uccisa davanti al figlio dall’ex compagno denunciato dalla donna per stalking ben 6 volte. I meccanismi e le ragioni alla base della violenza contro le donne sono stati analizzati in diversi libri e spettacoli. Per citarne alcuni: Ferite a morte di Serena Dandini, che dopo aver girato l’Italia e il mondo, è stato ospitato anche all’Onu lo scorso 25 novembre in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne; Questo non è amore, delle autrici del blog la 27esima ora del Corriere.it; L’ho uccisa perché l’amavo. Falso di Loredana Lipperini e Michela Murgia.

Begli esempi. Serena Dandini ha dominato la scena Tv per decenni, andando in onda, in certi periodi, anche tutte le sere. E mai si era occupata di violenza sulle donne e di femminicidio. Ora che si trova senza contratto (fuori dalla Rai e da La7) scopre che esiste il problema delle donne. Ma se qualche malevolo figuro azzarda l’ipotesi che parlare dei problemi delle donne serve a risolvere i problemi delle donne che parlano dei problemi delle donne, merita la fucilazione.

LA CONVENZIONE DI ISTANBUL – La risonanza mediatica dei delitti contro le donne e le pressioni dell’associazionismo e dell’attivismo hanno portato la politica alla ricerca di risposte, più o meno azzeccate. Camera e Senato hanno avviato l’iter legislativo per contrastare la violenza sulle donne attraverso la ratifica, lo scorso 19 giugno, della Convenzione di Istanbul, primo strumento internazionale giuridicamente vincolante in materia di protezione dei diritti della donna contro ogni forma di violenza.

Mi chiedo, sinceramente, se l’autrice dell’articolo e chi aderisce a questo argomento hanno letto questa benedetta convenzione. Se l’avessero fatto, forse avrebbero votato contro la sua ratifica. Si tratta di un documento in tre parti. Una generale e generica, sui diritti femminili, che impegna gli stati membri a recepire il principio di parità nella propria legislazione. Prescrizioni presenti nella nostra costituzione e nel nostro ordinamento da decenni, e per quel che riguarda l’Italia, assolutamente pleonastiche. E’ un trattato pensato per quei paesi dove ancora il concetto di parità fra i sessi NON è riconosciuto nemmeno a livello costituzionale (da noi è così dal 1948). C’è poi una corposissima parte sulla repressione penale dei reati sessuali e assimilabili (per esempio lo stalking). Anche tali elementi sono già presenti nel nostro codice penale e, comunque, non sono io il solo a dire che non è la repressione penale che risolverà i problemi di genere. Infine, ultima parte, si istituisce (e finanzia) un organismo sovranazionale per la salvaguardia dei diritti delle donne. Che sia l’ennesimo carrozzone burocratico a nostre spese? Sicuramente no, guai solo a pensarlo.

LA LEGGE CONTRO IL FEMMINICIDIO – L’11 ottobre scorso, inoltre, è stato approvato il discusso decreto legge “sul femminicidio che prevede varie misure: l’aggravante per la relazione affettiva tra l’aggressore e la vittima di violenza (applicabile al maltrattamento in famiglia e a tutti i reati di violenza fisica commessi in danno o in presenza di minorenni o in danno di donne incinte); la possibilità di inasprire la pena anche nel caso di violenza sessuale contro donne in gravidanza o commessa dal coniuge; arresto obbligatorio in flagranza di reato; introduzione del braccialetto elettronico; lo stanziamento di dieci milioni per il piano antiviolenza; obbligo di informazione per le vittime e il patrocinio gratuito per le donne che hanno subito stalking, maltrattamenti domestici e mutilazioni genitali; querela irrevocabile per stalking in presenza di gravi minacce ripetute, ad esempio con armi. Misura, quest’ultima che ha sollevato numerosissime critiche da parte dell’attivismo femminista che ha bollato la norma come “paternalista”.

E ci siamo. L’inasprimento della legge penale contro il marito violento. Come se ventilare un paio di anni di carcere in più possa fungere da deterrente nei confronti di uno che ha deciso di far fuori la moglie. Ma qualcuno pensa veramente che chi sgozza la propria compagna possa fermarsi a pensare se gli anni di carcere  saranno trenta o trentadue? Senza contare che un donna (Cancellieri) sta portando in parlamento un testo per cui un anno di carcere in realtà durerà cinque mesi e mezzo.

Taccio sul braccialetto elettronico (una bufala colossale, come tutti sanno) e mi soffermo sulla frase successiva, dove si mescolano Stalking (che riguarda tutti, uomini e donne, e non è una questione di genere perché si consuma anche fra vicini di casa, colleghi di lavoro, estranei eccetera), maltrattamenti in famiglia (di cui sono vittime anche gli uomini, i ragazzi, i figli, e non solo le donne) e mutilazioni genitali (questo sì, fenomeno solo rivolto alle donne appartenenti a certe comunità). Trovo questo agglomerazione eterogenea  semplicemente aberrante. Si mettono sullo stesso piano una pratica mostruosa (mutilazioni genitali), che certe tradizioni raccapriccianti infliggono alle donne, con altri fenomeni completamente diversi, sia nella genesi che nelle condotte. Come se gli uomini – tutti – fossero appiattiti su un unico modello. Come a dire che un uomo – in quanto uomo – è un individuo portato naturalmente a maltrattare, perseguitare, seviziare le donne. Se è così, ammazzateci tutti da piccoli. Fate prima e fate bene.

Grottesco, se non esilarante, il dibattito sulla irrevocabilità della querela, su cui non mi soffermo per esigenza di sintesi.

IL FEMMINICIDIO COME PRETESTO – Ma il decreto sul femminicidio ha attirato numerose critiche anche per le modalità con cui è stato scritto: soltanto cinque degli undici articoli di cui è composto il testo, infatti, si riferiscono alla violenza sulle donne, mentre i restanti sei esulano del tutto dal tema visto che si introduce il rinnovo dell’arresto in flagranza di reato in differita, in caso di violenza negli stadi e poi sanzioni più rigorose contro gli ingressi abusivi nei cantieri, con riferimenti espliciti alla questione dell’Alta velocità Torino-Lione. Inoltre, secondo molte attiviste, operatrici, sociologhe, psicologhe, avvocate che si occupano di violenza di genere, gli estremi della straordinarietà – che hanno fatto sì che non siano state accolte le richieste di modifica – con cui si è proceduto sono da considerarsi inconsistenti visto che la situazione è grave almeno dal 2006, periodo dei primi dati Istat disponibili. Sempre secondo le esperte del settore non era necessario ricorrere al diritto penale, il più debole intrinsecamente quanto a capacità di incidere sui rapporti di potere e non utile né per la prevenzione né come deterrente.

Ecco. Magari chiedere alle “esperte” potrebbe essere di aiuto.

IL COSTO SOCIO-ECONOMICO DELLA VIOLENZA DI GENERE – I femminicidi sono la punta dell’iceberg di una violenza di genere diffusa, capillare e quotidiana. Secondo l’Istat, in Italia le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito una qualche forma di violenza (fisica, sessuale, psicologica, sul lavoro) sono 6 milioni e 743mila, il 31,9% del totale: una su tre. Una violenza che non condiziona soltanto chi la subisce ma la società in generale, anche da un punto di vista economico, visto che costa allo Stato 2,3 miliardi di euro l’anno, dei quali soltanto 6 milioni per le misure di prevenzione. Se tutte denunciassero i propri aggressori, spetterebbe loro un risarcimento per un totale di 14,3 miliardi di euro all’anno.

Questo è il passaggio chiave. Lo slittamento semantico e logico-pedagogico è evidentissimo. Si è partiti dal femminicidio che è reato ontologicamente contro le sole donne e si deduce con finto sillogismo che la violenza domestica colpisce solo le donne. Anche qui, nessun dato di raffronto. Solo assiomi. Perfino la celebrata convenzione di Istanbul (ahimé, mi duole deludervi) ha dovuto ammettere che la violenza domestica colpisce anche gli uomini. E siccome di statistiche non ce ne sono e NON SI SA quanti uomini subiscono violenza domestica, ogni analisi ed affermazione è del tutto priva di valore scientifico. Mi si dirà che non è vero, che l’uomo è violento e la donna no. Io ne dubito. Ma se con un po’ di onestà intellettuale si estende il concetto di violenza dalla sfera fisica anche a quella psicologica, ognuno(a) comprende che LA VIOLENZA NON HA GENERE. E condannare solo un tipo di violenza – e non tutti – non risolve un bel nulla.

ITALIA FANALINO DI CODA NELLE CLASSIFICHE – La violenza è il risultato di diverse cause. Tra queste c’è la disparità di genere. Come ha indicato il Global gender gap report 2013 stilato dal World economic forum, l’Italia è al 71esimo posto per quanto riguarda la parità di genere, addirittura dopo la Cina che si piazza al 69mo posto della classifica. Mentre secondo il rating di quest’anno le disparità tra i sessi sono diminuite discretamente nella maggior parte dei Paesi, l’Italia ha fatto un progresso minimo, passando al 68% nel 2013 rispetto al 67% di 7 anni fa sul 100% del totale che rappresenta il massimo livello di uguaglianza tra gli uomini e le donne.

Temo che siano numeri sparati a vanvera. Come vengano stilate queste classifiche, chi le faccia, non si sa.

LE DONNE E IL (POCO) LAVORO – Specchio di questa disparità è il mondo del lavoro. Secondo l’ultimo rapporto Istat, il tasso di occupazione femminile si attesta al 47,1 per cento contro il 58,6 per cento della media Ue27 (59,8 Ue15). Le donne continuano a essere pagate meno rispetto agli uomini: in media la retribuzione oraria femminile è dell’11,5% inferiore a quella maschile. Per opportunità economiche e di carriera femminile, l’Italia è 124esima su 136 Paesi. E’ da vedere con favore il fatto che nei mesi scorsi, come spiega Roberta Carlini sul sito Ingenere.it, ci siano state 300 nomine femminili nelle società pubbliche controllate dal ministero dell’Economia, e altre diecimila in quelle locali sparse in tutta Italia.

E qui si viene al dunque; come nella convenzione di Istanbul, fatta la premesse sulle povere sventurate , si passa a parlare di cose serie, cioè di soldi. Delle donne morte ammazzate, stuprate, seviziate, perseguitate, segregate, non frega niente a nessuno(a). Sono però utilissime per rivendicare poltrone, incarichi, stipendi, prebende. Quindi ben vengano, denuncino (tanto poi son fatti loro se non si possono pagare un avvocato), l’importante è dare argomenti a chi, in nome dei diritti delle donne, riesce a sedersi su una bella poltrona ben pagata senza averne alcun merito e senza saper fare una mazza. Sull’esempio della Dandini, che essendo disoccupata si rifà la carriera parlando delle donne morte ammazzate. Per inciso, il suo cosiddetto spettacolo pare essere talmente noioso che per alcune donne sarebbe in se stesso un incitamento al femminicidio.

Anche qui si sparano numeri senza alcuna analisi sociologica, neppur elementare. E’ inutile e fuorviante fare un mero calcolo delle posizioni apicali senza valutare perlomeno le percentuali di uomini/donne concorrenti. Se accedono ad una data specializzazione 70% di uomini e 30% di donne, ai relativi vertici ci si aspettano percentuali analoghe. Altrimenti – per esempio – si potrebbe dire che la predominanza delle insegnanti donne nella scuola è frutto di reverse discrimination. Anche l’argomento reddituale non lo condivido. Potrebbe essere che una grande massa di donne privilegia altri valori oltre al denaro e fa scelte di vita differenti, scegliendo (e non necessariamente subendo!) un lavoro meno retribuito ma fonte di altri tipi di soddisfazione. Fare della diversità di genere una questione di soldi mi sembra una negazione del principio in sé.

LA RIVOLUZIONE COMINCIA DALLA POLITICA – La segregazione di genere è visibile in politica anche se qualcosa sta cambiando. Con l’imporsi del Movimento 5 stelle alle elezioni dello scorso febbraio, infatti, il numero di donne in parlamento ha raggiunto, per la prima volta nella storia, la quota del 30 per cento. Inoltre, nel disegno di legge sulla riforma delle province, approvato lo scorso 21 dicembre alla Camera (manca l’ok del Senato), è stato sancito un emendamento che prevede che nelle giunte comunali nessun genere possa essere rappresentato in misura inferiore al 40 per cento. Vale a dire che saranno illegittime le giunte con meno del 40 per cento di donne. Un passo in avanti importante dato che in oltre 1860 comuni italiani a decidere e amministrare la cosa pubblica ci sono soltanto uomini (dati dal sito In Genere).

Ma si dimentica di dire che il partito di Grillo è l’unico che non contempla le quote rosa! Mentre gli altri si affannano a disegnare liste con riserve di genere, il M5S no. Qualcuno (le “esperte”) dovrebbe riflettere.

GLI INTERVENTI PER IL 2014 – Per continuare a migliorare la condizione delle donne e combattere la violenza, sarebbero auspicabili, per il 2014, nuovi interventi. Tra questi: l’aumento del numero delle case rifugio per donne maltrattate; più fondi ai centri antiviolenza esistenti e aumento del loro numero; più sportelli di ascolto e di denuncia; presidi nelle istituzioni locali; formazione di forze dell’ordine e degli operatori. Inoltre, è necessario un rilancio dell’occupazione femminile, un adeguamento agli standard europei delle garanzie sulla maternità e sui congedi parentali, la riduzione dei costi e l’aumento dei posti degli asili nido. Serve poi un cambio culturale che passi dall’educazione alla parità di genere che deve cominciare già dalle scuole, attraverso la valorizzazione e il potenziamento dei corsi nelle primarie e secondarie e all’università.

Vabbé, qui c’è di tutto e di più. Incommentabile. E’ sacrosanto rivendicare più asili nido, ma anche scuole materne! Cosa fate, li ammazzate a due anni??? Per me, si dovrebbe garantire un posto in asilo nido e scuola materna a tutti, gratis. Nel resto c’è un calderone senza capo né coda, tanto per allungare la broda. Cosa siano poi i corsi sulla parità di genere, qualcuno un giorno me lo spiegherà.

LA “QUESTIONE MASCHILE” – C’è bisogno anche di uno spostamento dell’attenzione sulla “questione maschile” che tutta la violenza di genere sottende, in modo da operare sulle radici del fenomeno e interrompere la sua “trasmissione” alle nuove generazioni, come è spiegato nel volume pubblicato recentemente dal titolo Il lato oscuro degli uomini.

Ah. Ecco. Adesso è tutto chiaro. Perché esistono il femminicidio, le mutilazioni genitali, la violenza domestica, la discriminazione, gli stipendi bassi, le carriere sfigate, le inondazioni, le cavallette eccetera? Perché gli uomini hanno “il lato oscuro”. Solo gli uomini eh. Sia chiaro. Lo dice un libro. Nessuno sa chi lo ha scritto e cosa c’è scritto, ma non importa, c’è libro che lo dice e questo vi basti. Non venga in mente a nessuno di dire che forse anche le donne ne hanno uno. No. Sono gli uomini con il loro “lato oscuro” che generano il Male.

E – come dice il libro – se lo tramandano di generazione in generazione. Come no.

Noi uomini siamo tutti cresciuti così. I nostri babbi ci hanno insegnato a fare le mutilazioni genitali, ci educavano al femminicidio, facendoci sparare a sagome di donne e dicendoci che una donna deve essere segregata, maltrattata, perseguitata, seviziata, guadagnare poco e non fare politica. Tutto contemporaneamente. Mentre andavamo a caccia di frodo per ammazzare i cuccioli di cerbiatto con fucili a ripetizione cantando canzonacce naziste per poi andare a ubriacarci nei bordelli dove ci insegnavano a violentare le minorenni mutilate e incatenate ai letti.

Cari uomini, siamo onesti con noi stessi, siamo tutti cresciuti così, inutile negarlo. Quindi facciamoci da parte e diamo il nostro posto (=reddito) e la nostra casa (ciao mutuo) alle donne, che, loro sì, han capito tutto.


I barbari

ottobre 18, 2013

800px-sandro_botticelli_0751

Dopo tanto tempo ho visto una puntata di Servizio pubblico, la trasmissione di Santoro. E l’ho trovata quantomeno stucchevole. Stretto fra le gigionerie di Cacciari e i pettegolezzi della Bonev anche Travaglio è risultato non meno che penoso.

Non mi meraviglia quindi che i difensori di B. sparino a zero contro la “barbarie” di una trasmissione del genere. Da un certo punto di vista hanno ragione. Come ha ragione chi difende la prassi di segretezza per il voto sulla decadenza dello stesso B.

In un paese civile non si fanno trasmissioni televisive per mettere in piazza le debolezze di un cittadino, chiunque esso sia; e sulle questioni personali il voto segreto è una scelta di civiltà.

Quindi, in astratto, dovrei dire che Servizio pubblico è una porcheria e che il voto in Senato dovrebbe essere segreto. Facendolo, però, mi ritroverei a fianco di gente come Brunetta o Santanché. E mi chiedo come può essere. Qualcosa che non va c’è di sicuro.

Non va che B. è l’uomo delle leggi ad personam, l’uomo che ha sovrapposto la diffamazione all’informazione (lo chiamano metodo Boffo), che ha trasformato le istituzioni repubblicane in cose sue, private, piegate ai suoi interessi.

E chi di leggi ad personam ferisce, di leggi ad personam perisce. Per quanto riprovevole, siamo costretti a vedere le armi di costui usate contro di lui.

Comunque sia, è colpa sua.


Sondaggio sulla decadenza di Berlusconi

agosto 27, 2013

Tutti i quotidiani ne parlano ma, pur vivendo nell’era dei sondaggi, non ho trovato alcuna notizia relativa ad un sondaggio sull’argomento. Allora lo faccio io.

Il nove settembre prossimo la Giunta per le elezioni e per le immunità del Senato si dovrà esprimere sulla decadenza di Silvio Berlusconi, in applicazione della cosiddetta “legge Severino”, come conseguenza della condanna nel processo Mediaset. Successivamente toccherà al plenum di Palazzo Madama esprimersi definitivamente.

La condivisione del sondaggio sui social network è largamente apprezzata.

Secondo alcuni si dovrebbe trattare di passaggi formali per via dell’automatismo previsto dalla legge. Secondo altri sarebbe invece un voto “politico” poiché un’assemblea elettiva non può che esprimere un giudizio di merito, e non di mera ratifica di una decisione presa da un altro organo dello Stato. Ultimamente sono emersi pareri secondo cui la Giunta del Senato dovrebbe sollevare un dubbio di costituzionalità innanzi alla Corte costituzionale.

A prescindere da tali questioni, ognuno di noi un parere può farselo dando il proprio voto in base ai propri desideri. Il Senato lo eleggiamo noi ed a noi deve rispondere dei suoi atti. Quindi sondo le opinioni.


Il Giornale e la vecchia guardia

agosto 18, 2013

feltri2

Solidarietà per il Giornale di Sallusti.

Fallito l’attacco al giudice Esposito, che pare abbia già sommerso di querele mezza redazione, l’organo ufficiale della famiglia Berlusconi ha assillato il ferragosto dei suoi lettori con una raffica di soluzioni politico-giudiziarie allo psicodramma del Cavaliere.

Salvacondotto, agibilità politica, grazia, mezza grazia, commutazione della pena, lodo Sallusti.. Poi un ventaglio di pareri pseudogiuridici su ineleggibilità ed incandidabilità, con interpretazioni fantasiose della legge Severino e sui precedenti casi di decadenza. Il tutto mescolato al batter di pugni sullo sfregio giudiziario alla volontà di “dieci milioni di italiani”.

Ieri la home page ha ospitato il parere sull’argomento di Sua Penna Reale Vittorio Feltri. Come quando Napoleone, vistosi a mal partito a Waterloo, lanciò nella mischia la Vecchia Guardia.

L’eccelso (http://www.ilgiornale.it/news/interni/qui-ci-vuole-scudo-alleuropea-943695.html) ha sfoderato un capolavoro di insensatezza che ha polverizzato in poche righe la gigantesca mole di idiozie accumulate da tutta la redazione in due settimane, invocando la reintroduzione dell’immunità parlamentare per “allinearci in toto ai dogmi europei”.

Tentando di far credere ai lettori che nei paesi dell’area UE sia in vigore una legge che consente ai parlamentari di frodare il fisco impunemente (senza però avere il coraggio di scriverlo apertamente), Feltri invoca una sorta di reintroduzione a tempi record dell’immunità parlamentare per sanare la posizione di Silvio Berlusconi.

Una tesi tanto strampalata, inverosimile e bislacca da far venire in mente il grido delle prime linee napoleoniche poco prima della rotta definitiva: “ La Guardia? Che fa la Guardia? La Guardia arretra!”.


Art. 111 della Costituzione

marzo 14, 2013

costituzione-della-repubblica-italiana

L’ineffabile Giorgio Napolitano (oggi non mi va di chiamarlo Presidente della Repubblica) invoca l’art. 111 della Costituzione per legittimare l’inverecondo seguito che ha concesso alla protesta del PdL davanti al Tribunale di Milano. Usare la Costituzione per giustificare l’ingiustificabile è di per sè deplorevole; ma bisogna anche ricordare che la parte di tale articolo che viene invocata (il giusto processo) è un’aggiunta posticcia risalente al 1999 che un accordo bipartisan (eravamo in epoca di bicamerali) consentì di apportare evitando il referendum confermativo. Essendo stato votato anche dal centrosinistra non viene annoverato fra le “leggi vergogna”, ma forse dovrebbe esserlo. Intanto copio e incollo il vecchio ed il nuovo testo dell’art. 111: ciascuno può giudicare da sé.

***

Art. 111.

(vecchio)

Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati.

Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in cassazione per violazione di legge. Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra.

Contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è ammesso per i soli motivi inerenti alla giurisdizione.

Art. 111.

(nuovo)

La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge.

Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata.

Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico; disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa; abbia la facoltà, davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore; sia assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo.

Il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova. La colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all’interrogatorio da parte dell’imputato o del suo difensore.

La legge regola i casi in cui la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio per consenso dell’imputato o per accertata impossibilità di natura oggettiva o per effetto di provata condotta illecita.

Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati.

Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge. Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra.

Contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è ammesso per i soli motivi inerenti alla giurisdizione.

***

Altri meglio di me, e con dovizia di particolari ed esempi, potrebbero illustrare le conseguenze nefaste che tale riforma ha prodotto sul processo penale. Prendiamo l’aspetto che viene più insistentemente ripetuto: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale.” Davanti a queste parole tutti non hanno dubbi: giustissimo. Ma cosa vuol dire “condizioni di parità” nel processo penale? In che senso possono essere messi sullo stesso piano il Pubblico Ministero (che deve “costruire” l’impianto accusatorio) e la difesa dell’imputato (che deve solo demolirlo). Può esserci partità di condizioni fra chi ha obbligo di verità e chi ha facoltà di menzogna? Fra chi deve dimostrare fatti e chi può limitarsi a guadagnare tempo? Fra chi deve costruire e chi può limitarsi a distruggere?

Ci sarebbe molto da discutere, sul piano pratico, col rischio di farsi venire il mal di fegato. Per cui, per ora, soprassediamo.

E torniamo a Napolitano, che utilizza il sacrosanto l’art. 111. Ma non è il solo in questi giorni. Ad invocare il giusto processo e le sue conseguenze procedurali in Corte di cassazione sono stati di difensori di Massimo Ciancimino, i quali, facendo leva proprio sull’art. 111 Cost., hanno ottenuto il differimento della distruzione delle famigerate intercettazioni Napolitano-Mancino, ritenendo di poterle un giorno ascoltare ed utilizzare in processo. Registrazioni che in un paese normale, con leggi logiche e razionali, sarebbero state già da tempo distrutte. Non perchè coinvolgono il Capo dello Stato, ma perchè irrilevanti per il processo. Ma non in Italia, dove abbiamo l’art. 111 Cost. ed il “giusto processo”: proprio in forza dell’interpetazione che il legislatore ne ha dato, il codice di procedura penale impone di rendere pubbliche tutte le registrazioni, anche quelle irrilevanti. Tanto che, ahilui, Napolitano s’è dovuto scrivere un decreto per metterci una pezza ed investire della questione la Corte costituzionale. La quale, a sua volta, ha dovuto fare i salti mortali per dargli ragione.

Ecco perchè dico che non solo le “leggi vergogna” andrebbero abrogate; e che  il centrosinistra ha avallato e votato riforme orribili in materia di giustizia. Ed ecco perchè mi allarmo ogniqualvolta sento parlare di modifiche della Carta. Gente che ha fatto queste riforme è meglio che non tocchi nulla. Men che meno la Costituzione.


Serve un bignami di storia recente?

novembre 14, 2011

Secondo me l’incubo non è finito, e sinceramente non capisco i toni usati dalla stampa antiberlusconiana in questi giorni. Che la nostra classe politica sia pessima è noto, ed anche imprenditoria e magistratura (giusto per fare un paio di esempi) lasciano molto a desiderare. Ma non si parla mai abbastanza della mediocrità del giornalismo nazionale.

Pesco a caso da quello che sento, leggo e vedo. In una recente puntata di “in onda” Gianni Alemanno ha potuto affermare impunemente che “le uniche riforme sono state fatte dal centrodestra, il centrosinistra ha solo abolito quelle fatte da noi”, senza che Telese e Porro rimarcassero l’enormità di tale affermazione.

Ma ancora più sconcertante è stata la ricostruzione dell’era berlusconiana operata chez Mentana da due punte di diamante del giornalismo come Giannini e Cazzullo. Queste tre firme, note come antiberlusconiane (seppure con diverse sfumature), hanno impiegato quasi due ore di trasmissione per rievocare videomessaggi e aneddoti politico-parlamentari, concludendo che Berlusconi è caduto perché “non ha fatto la rivoluzione liberale” e che, anzi, in fondo, “non ha fatto niente per l’Italia” deludendo i suoi stessi elettori.

Ma dove vivono costoro? Non ha fatto niente?

A nessuno viene in mente di raccontarci quanto invece Berlusconi ha fatto contro l’Italia, contro tutti noi, pur di preservare e perpetrare il potere suo e di chi gli ruota attorno, e di quanto tempo servirà per ripulire l’Italia dalle incrostazioni che ci lascia in eredità questo signore. Ammesso che non sia in grado di ritornare presto a determinare la politica nazionale, cosa tutt’altro che esclusa.

Qualcuno spieghi a Telese che per esempio la riforma del titolo V (buona o brutta che sia) non l’ha fatta Alemanno. Qualcuno ricordi a costoro la riforma della costituzione nota come “devolution di Bossi”, che impegnò il parlamento per tutta la legislatura 2001-2005 e che Forza Italia e Alleanza nazionale votarono per compiacere e tacitare la Lega Nord, preparandosi ad affossarla con un referendum nel quale diedero indicazioni ai rispettivi elettorati per la bocciatura. Operazioni queste che pesano enormemente sulla vita politica nazionale ma che i giornalisti nostrani, impegnati a rincorrere il pettegolezzo da Transatlantico, sembrano ignorare.

Se da qualche parte è rimasto qualcuno con un po’ di memoria e di buon senso, si faccia sentire.


Come nel 1994?

ottobre 15, 2010

vento

L’enfasi con la quale Mentana ci ha informato dell’invito a comparire (con avviso di garanzia incorporato avrebbe dovuto dire) per i due Berlusconi è semplicemente ridicola. Il Nostro ha evocato lo spettro del 1994, allorquando un analogo provvedimento fu prodromico alla caduta del primo governo Berlusconi. E giù analogie.

Ma lo sa Mentana che negli ultimi anni Berlusconi – alla faccia degli avvisi di garanzia per frode fiscale – è stato prescritto cinque o sei volte ed altre volte prosciolto grazie a leggi da lui fatte promulgare? Lo sa che Berlusconi è stato ed è indagato per concorso in strage da almeno due procure? Ma dove vive?

E, fra l’altro, le analogie mentaniane sono fallaci, perchè non fu l’avviso di garanzia a far cadere il governo di Berlusconi, ma fu la rottura con la Lega Nord e con Bossi che, guarda caso, di lì a poco prese a definire il suo ex alleato come “il mafioso di Arcore” (ma guarda che caso). Perchè le indagini sui rapporti fra la fininvest e Cosa Nostra c’erano allora come adesso, con in più, allo stato attuale, la condanna di Dell’Utri per concorso esterno. E l’aggiunta delle indagini di mafia su Renato Schifani, l’uomo che è diventato inspiegabilmente Presidente del Senato pur avendo nel proprio passato una presunta frequentazione con i fratelli Graviano (allegramente ergastolani a Tolmezzo). Di questi “ricorsi storici” Mentana non si ricorda, guarda un po’.

Ancora una volta abbiamo dovuto sentire espressioni come “scontro fra politica e magistratura” e, sinceramente, non se ne può più. La corruzione del pensiero indotta da questi manipolatori (involontari ?) delle notizie è insopportabile: se un pubblico ministero indaga il premier (obbediendo ai precetti costituzionali dell’obbligatorietà dell’azione penale e dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge) non siamo di fronte a nessuno scontro, ma alla normale attività di un’istituzione repubblicana. Punto.

Non ne posso più: basta basta basta.


Difendere Annozero. Hanno ragione Di Pietro e Travaglio

ottobre 14, 2010

vento3

Dobbiamo dare ragione a Di Pietro ed a Travaglio. Se è vero che a primavera si andrà a votare, la sospensione di Annozero è un segnale ben preciso. Berlusconi ha intenzione di silenziare ogni voce di dissenso che sia in grado di viaggiare per l’etere, cominciando da quella per lui più molesta e fastidiosa, ma con l’intenzione di andare avanti. Se un “vaffanbicchiere” è sufficiente a sospendere il programma televisivo di approfondimento più seguito, non sarà difficile trovare pretesti per chiudere la bocca al Tg3 a Corradino Mineo, alla Busi, a Iacona, alla Gabanelli ed a chiunque altro osi dissentire. Una scusa si trova sempre.

Per quanto non ami (ed è un eufemismo) Santoro ed il suo stile, la sua trasmissione sembra essere la trincea, l’ultima barricata prima del conflitto fra l’informazione totale unica ed il popolo dei senza voce. Senza voce anche perchè i partiti di opposizione sono ormai vittime totali della sindrome di Stoccolma.

Ha ragione Travaglio a rivolgersi direttamente a Fini perchè ci faccia capire la sua linea sul tema dell’informazione. Quali che siano i suoi piani, il nuovo partito della destra rischia di essere soffocato sul nascere dal regime unico dell’informazione, se ancora una volta (come avviene da sedici anni) la reazione all’attacco del Cavaliere sarà incerta, tardiva o mediata.

Difendere i presìdi di informazione libera a prescindere da qualsiasi considerazione di merito e di metodo è ora, alla vigilia dell’incrocio storico del 2011, un obbligo per chiunque voglia difendere la democrazia. Un dovere cui nessuno può sottrarsi.


Da via d’Amelio a Montecarlo, patacche e depistaggi

settembre 23, 2010

kandinsky_autoCut_664x230

Faccio molta fatica a reggere le notizie che giornali e televisioni ci rovesciano addosso: dovrei chiedermi se è possibile che esponenti dei servizi segreti hanno o no fabbricato una finta lettera del ministro di un microstato caraibico nel quale si riferisce della proprietà di un bilocale a Montecarlo.

Proprio in questi giorni sto rileggendo la tragica storia di Vincenzo Scarantino, il balordo del quartiere della Guadagna di Palermo, sulle cui accuse sono state incardinate le sentenze Borsellino uno e Borsellino due. Arrestato nell’immediatezza della strage di via d’Amelio, Scarantino rimase a lungo detenuto e, dopo mesi e mesi di silenzio, si decise a “pentirsi”, accusando se stesso ed altri complici di aver partecipato alla strage. Quindi proseguì la collaborazione indicando alcuni boss di Cosa nostra come mandanti dell’attentato. Dichiarazioni che hanno portato a svariati ergastoli e ad altre pesantissime condanne.

Ma pochi sanno che la famiglia di Scarantino ha ripetutamente denunciato le torture, le sevizie cui egli fu sottoposto per indurlo a “pentirsi” ed egli stesso ritrattò ripetutamente le proprie accuse, dichiarando di essersi inventato tutto su suggerimento della polizia e dei pubblici ministeri, chiedendo con insistenza di essere arrestato e la cessazione del programma di protezione.
Ed infatti sono attualmente sotto inchiesta alcuni poliziotti della squadra mobile di Palermo per aver pilotato le deposizioni di Scarantino.

Mettiamo a fuoco: per la strage di via d’Amelio, uno dei fatti più gravi della storia della Repubblica italiana, sono attualmente in carcere numerosi innocenti (anche se alcuni di essi, in verità, sono boss mafiosi che sarebbero comunque detenuti); i reali esecutori ed i mandanti della strage sono ancora sconosciuti; numerosi pentiti indicano in Silvio Belrusconi e Marcello dell’Utri i referenti esterni a Cosa nostra “interessati” all’attentato; poliziotti e magistrati sono sospettati di aver deliberatamente seguito una falsa pista investigativa per distrarre se stessi, i colleghi, l’opinione pubblica e la stampa.

E noi siamo qui, con Santoro, Castelli e Bocchino a parlare di patacche caraibiche.


Di Fini, Feltri, Montecarlo, diffamazione, politica e storia

agosto 18, 2010

pioggia

Viviamo un nuovo fascismo? A dire il vero l’epressione “manganello mediatico” è stata evocata proprio da chi del manganello (quello vero) ha dimostrato per interi lustri di avere una grande nostalgia: a parole, da vecesegretario del Msi, e coi fatti, da vicepremier incaricato di coordinare l’ordine pubblico del G8 di Genova. La stessa persona che è stata dalla stessa parte dei calunniatori che apparecchiarono le campagne su Telekom Serbia e sul dossier Motrokhin. Quindi, nell’esser solidali con l’attuale vittima della campagna diffamatoria di Libero e del Giornale, una qualche riserva ce l’ho.

Al di là di questo, però, vien da dire che il paragone con il fascismo ci sta e non ci sta. Perchè nel ventennio gli argomenti usati dalle camice nere erano più concreti e diretti: manganelli veri.

Ma l’uso politico di una massiccia diffamazione a mezzo stampa non è un’invenzione di questo regime berlusconiano, e lo scrissi tempo fa in questo post.

Come si sa, la storia della Repubblica di Weimar racchiude molti insegnamenti trascurati. Ebert fu bersaglio d’ogni genere di diffamazione e vinse centinaia di processi. Ma la sua immagina pubblica fu distrutta da una innocua fotografia in costume da bagno, che lo rese ridicolo a fronte del suo predecessore (il Kaiser Guglielmo II) e del suo successore (il generale Von Hindenburg).

Ammettiamo che Fini provi di aver acquistato una cucina componibile per un mezzanino di periferia: gioverà alla sua carriera politica mostrare di essere un uomo che passa il suo tempo ad arredare tinelli, a fronte di uno che ha perso il conto delle ville che possiede?


La scaletta del Corriere

febbraio 1, 2010

scalaescher

Apro il sito di corriere.it di oggi 1 febbraio 2010 e leggo le notizie in questo ordine.

1. Berlusconi a Netanyahu: “sogno Israele nella U.E.”
2. Prodi gela il PD: “Io sindaco? No, non cambio idea”.
3. Legittimo impedimento al via alla Camera.
4. Tartaglia ai domiciliari in comunità.
5. Abu Omar:il Sismi sapeva.
6. Massimo Ciancimino rivela: Provenzano aveva l’immunità. Nell’occhiello: soldi dei boss per Milano2.

Appare come sesta notizia, nemmeno nel titolo e pure in modo equivoco, quello che da oltre sedici anni si sospetta, si dice, si tramanda, si sussurra ma che, nella Milano che conta, tutti sanno benissimo da sempre: la fortuna imprenditoriale di Silvio Berlusconi origina(erebbe) da capitali di Cosa Nostra.

Serve che aggiunga altro o basta così?


Solidarietà a Marco Travaglio.

dicembre 16, 2009

Erano gli anni del pentapartito craxiano, del CAF, del debito pubblico galoppante. Il Tg2 diretto da Alberto La Volpe era l’organo ufficiale del Psi ed il principale cronista parlamentare ne era tal Onofrio Pirrotta (uno che ora ha addirittura una pagina di fan su Facebook), il quale non si curava di recitare i suoi resoconti leggendo da appunti vergati su carta intestata del suo partito di riferimento, particolare che rivelava facendo vezzosamente ricadere in favore di telecamera un lembo del foglio con il logo del garofano in bella vista.

Narrando delle votazioni sulla legge finanziaria, egli ebbe a dire un giorno che il voto dell’aula era stato paralizzato dai veti incrociati delle lobbies economiche, favorevoli o contrarie a questo o quell’emendamento. Il giorno dopo la presidente della Camera, Nilde Jotti, lo censurò formalmente in aula, facendone nome e cognome, e deprecando che l’attività parlamentare fosse declassata, in un servizio trasmesso dalla Tv di Stato, a confiltto fra gruppi di potere economico.

Fu quella – che io ricordi – la prima ed ultima volta (fino a ieri) in cui un giornalista venne censurato – con nome e cognome – in un’aula parlamentare. E difatti non mancarono le proteste, specie dal Tg2 e dal partito socialista, ma dal mondo dell’informazione in generale, contro la sortita della Jotti.

Ieri abbiamo avuto la replica, nelle forme consone alla misera Italia di oggi. Il deputato del PdL Fabrizio Cicchitto, già compagno di partito dello stesso Onofrio Pirrotta, dopo aver reiterato la consueta doglianza contro il gruppo “Repubblica-l’Espresso” e contro il quotidiano “Il Fatto”, ha additato all’aula Marco Travaglio come “terrorista mediatico” (in)diretto ispiratore della campagna che avrebbe avuto come sfogo il demenziale atto di Massimo Tartaglia.

Che Travaglio non goda di grande stima fra i suoi colleghi lo si sa, e probabilmente non è estranea l’invidia per il seguito che riesce a raccogliere e per il successo dei suoi libri. Libri che, peraltro, sono la principale fonte di informazione proprio per i suoi avversari e detrattori, visto che non ve ne sono altri, che io sappia, ad aver raccolto con dovizia di particolari le indagini su Silvio Berlusconi. Ma che nessun giornale o giornalista – sempre che io sappia – si sia levato a protestare contro un’accusa di quel genere, per il luogo in cui è stata pronunziata, è l’indizio più grave del degrado della nostra democrazia. Perché evidentemente serve ripetere a noi stessi che il vero giornalismo esprime quello che il potere NON vuole che si dica e che si scriva, mentre NON può dirsi giornalismo l’informazione gradita al governo.

Resta desolante constatare che i giornalisti che ancora hanno il coraggio di parlare e di scrivere dei veri problemi dell’Italia siano sempre più isolati nel loro ambito, tanto da rendere i loro giornali – piacciano o no – dei ridotti dell’informazione libera. Nel mare magnum delle penne in vendita al miglior offerente, siamo costretti a seguire fideisticamente quei pochi che ancora fanno giornalismo.

Invece che a quello scriteriato di M.T. (Massimo Tartaglia), credo che si debba esprimere senza mezzi termini solidarietà all’altro M.T. (Marco Travaglio).

Perché ricordiamo anche che la legge punisce severamente i giornalisti che dovessero mai sbagliare un aggettivo o un verbo contro un politico, ma rende i parlamentari immuni da ogni processo per qualsiasi opinione espressa nell’esercizio delle loro funzioni, foss’anche l’accusa più ignobile verso una persona. E di fronte all’indecoroso debordare del potere politico oltre gli argini del buon senso, della decenza e del senso di responsabilità, si resta quasi inebetiti, ma si deve trovare la forza di dire “E mo’ bbasta”.


Un mondo parallelo.

settembre 22, 2009

Mai titolo di una trasmissione mi è sembrato più appropriato. Ieri sera, ho distrattamente seguito la puntata di Matrix (Canale 5) dedicata alla domanda “la libertà di stampa è in pericolo?” ed alla preconfezionata risposta: “ovviamente no.”

Leggi il seguito di questo post »


Il paese rovesciato.

settembre 3, 2009

Non si finisce mai di stupirsi.

Leggi il seguito di questo post »


E si meravigliano?

settembre 2, 2009

Leggi il seguito di questo post »


Meglio tardi che mai. Ma anche no.

maggio 12, 2009

Enrico Mentana ci informa, rilasciando un’intervista al corriere, che “Mediaset è un comitato elettorale”. Capperi, che aquila.