Cuneo fiscale e valore aggiunto

settembre 15, 2014

marasenno1

Premetto di economia non mi sono mai occupato ed infatti non ne ho mai scritto. Ma oggi ho letto su Il Piccolo questo articolo http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2014/09/15/news/altri-1-400-finiti-in-strada-senza-fine-la-crisi-di-lavoro-1.9931192 da cui estraggo un passaggio sull’occupazione nella provincia di Trieste: gli occupati sono scesi in cinque anni da 95.782 a 90.971 dei quali 761 in agricoltura, 17.785 nell’industria e ben 72.426 nei servizi.

Detta fuori dai denti, Trieste, che in un tempo non lontano era una città industriale, si è trasformata in un paesone di impiegati e commercianti. Per quanto strano possa sembrare, anche su scala nazionale i rapporti fra le tre categorie di impiego (primario, secondario e terziario) non sono molto diverse. In Italia, infatti, è in corso da oltre trent’anni un lento processo di de-industrializzazione che sposta risorse dall’industria ai servizi, alimentato anche da una propensione sociologica a rifiutare i lavori manuali a favore di quelli intellettuali, creando un contesto nel quale – complice un sistema scolastico e universitario scarsamente formativo e poco selettivo – ognuno si ritiene destinato ad occupare un posto alla scrivania e non in fabbrica o nei campi.

Consultando i dati ISTAT di questo rapporto http://www.istat.it/it/files/2013/07/Fascicolo_CIS_PrimiRisultati_completo.pdf, ho rilevato qualche dato. Dal 2001 al 2011 il numero di addetti nel settore agricolo è calato del 33,9% e nel settore industriale del 17,5%. Nel medesimo periodo si registra un aumento del 15,3% nel commercio e del 20,5% negli altri servizi.

In numeri assoluti, su circa 60 milioni di abitanti, di cui circa 24 milioni attivi e 20 milioni impiegati come lavoratori dipendenti, gli addetti dell’industria (compresi dirigenti, quadri ed impiegati) sono solamente 4 milioni e quelli del settore agricolo 64.000.

In un quadro come questo, ritengo modestamente che si dovrebbe tentare di invertire la tendenza, favorendo gli investimenti e l’occupazione nei settori primario e secondario. Come? Usando la leva fiscale: invece di distribuire 80 euro/mese una tantum a tutti, si dovrebbe concentrare il taglio del cuneo fiscale nei settori produttivi di valore aggiunto, cioè, appunto, agricoltura ed industria.

A tal riguardo, da totale inesperto, azzardo un calcolo di massima, che sarà pure totalmente sballato, ma forse no.

Partiamo da Trieste, presa ad esempio, che conta 90.000 persone attive, di cui 72.000 nel terziario. Di queste, stimiamo in 50.000 quelle beneficiate dal bonus degli 80 euro. Per otto mensilità (questo dice il decreto) fanno in totale 32 milioni di euro che il fisco ha perduto e che si disperderanno in rivoli. Immaginiamo invece di distribuirli ai 18.000 lavoratori dei settori produttivi, ovvero alle aziende dove sono impiegati: fanno circa 1.800 euro per ciascuno. Il che significa, molto ma molto all’incirca, che lasciando all’impresa il corrispettivo, ogni 15 addetti ci sarebbe un risparmio pari al lavoro di uno. Ovvero, in caso di investimento in occupazione, un nuovo assunto ogni quindici dipendenti, e si tratterebbe di occupazione in settori che creano ricchezza. Alternativamente, sarebbe un abbattimento dei costi di produzione con conseguente guadagno in competitività sui mercati.

Tentando di generalizzare il calcolo all’intero paese, valutiamo in 3,5 milioni gli addetti dei settori primari e secondari (operai e lavoratori agricoli) cui applicare un taglio del cuneo fiscale pari a 1.800 euro annui. Ne conseguirebbe un minore introito per l’erario di 6,3 miliardi di euro. Ed infatti il bonus Renzi (80 euro mensili a circa 10 milioni di lavoratori dipendenti per otto mensilità) costerà 6,5 miliardi di euro. In altre parole, con la stessa somma del bonus Renzi si potrebbe tagliare di circa 1.800 euro all’anno il cuneo fiscale sul lavoro produttivo di valore aggiunto, con immediato effetto sulla competitività dei prodotti dell’industria e dell’agricoltura nazionale.

So bene che è il calcolo di uno che non ne sa nulla ed è probabilmente una fesseria. Ma forse no.

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Ce lo chiede l’Europa

febbraio 3, 2014

europa

Allungare i tempi di prescrizione al fine di combattere corruzione e criminalità economica. La sola corruzione ci costa sessanta miliardi l’anno, cui vanno sommati i centocinquanta dell’evasione fiscale. Altro che i sei miliardi della privatizzazione di Poste Italiane.

L’emergenza è questa, non la legge elettorale o il sessismo.

Renzi, Grillo, Letta. Diamoci una mossa.

 


Uffa

agosto 1, 2013

Non sono “pasticci fiscali” come scrive Serra o “vicende personali” come dice Laura orapronobis Boldrini. Nella sentenza Mediaset (quella azienda per cui si parla da decenni di conflitto di interessi, di partito azienda, di stravolgimento dell’informazione televisiva (e non), di svilimento della figura femminile e via dicendo) è scritto che il core business delle imprese berlusconiane era (e forse è tuttora) la frode fiscale. Ed è scritto che il core business del partito berlusconiano era la produzione di leggi finalizzate a coprire la suddetta frode fiscale ed i reati connessi (falso in bilancio, appropriazione indebita, corruzione in atti giudiziari eccetera). Questo è scritto in quelle cento (primo grado) e centonovanta (secondo grado) pagine.

Non è il processo Ruby, non facciamo confusione.


Fini, Bossi e Berlusconi

aprile 28, 2010

Orazi

Mai si era assistito ad una scena simile. Questo è il commento giornalistico ricorrente a proposito del conflitto deflagrato fra Fini e Berlusconi alla Direzione Nazionale del PdL. E se tutti colgono l’eccezionalità dell’episodio, non trovo nelle analisi pari consapevolezza dell’eccezionalità del momento. Perché Fini, che uscì dal ghetto dell’extracostituzionalità nel quale era stato relegato con il suo Msi nell’era democristiana grazie allo “sdoganamento” del Cavaliere, è stato servo sottomesso e fedele di Berlusconi più di Bossi (che dall’alleanza uscì fra il 1994 ed il 2001) e di Casini (che da presidente della Camera gli pose più di un problema ed ha rotto nel 2008). Se ha deciso di spezzare così platealmente un asse che reggeva ininterrottamente dal 1994 non può essere solo un fatto di, pur legittima, ambizione personale.

Cosa attende la maggioranza di governo dopo la tregua armata imposta dalle elezioni regionali appena concluse? I decreti attuativi del cosiddetto federalismo fiscale e le modifiche processuali pensate per salvare il premier dai processi penali, primi fra tutti quelli Mills e Mediatrade.

Per rendersi conto della portata dell’introduzione del federalismo forse occorre guardare ai sommovimenti interni al centrodestra in Sicilia, che fra le regioni statalmente assistite è la più ingorda. Un federalismo fiscale autentico, come lo pretende la Lega Nord, imporrebbe agli enti locali dell’isola (Regione Autonoma, province e comuni) ed alle aziende controllate di licenziare almeno la metà dei dipendenti. In tutto il centro sud – salvo forse Roma – si andrebbe incontro ad un degrado improvviso dei servizi pubblici e ad un’ondata di licenziamenti senza precedenti con conseguenze imprevedibili sull’ordine pubblico.

Su questo punto la chiacchiera politica utilizza formule propagandistiche vuote ed illusorie. Si vuole far credere che il federalismo fiscale “responsabilizzerà la classe dirigente meridionale”, inducendola ad abbandonare la consuetudine di vivere di sussidi provenienti dal governo centrale. Parliamoci chiaro: questo è un problema che l’Italia si porta con sé da centocinquanta anni e pensare di risolverlo per decreto è risibile. La classe politica meridionale si è formata ed è cresciuta barattando il proprio sostegno ai governi centrali (a prescindere dal colore) con la libertà di autogestire il potere locale in dispregio della legislazione statale e ricorrendo ai metodi clientelari più spregiudicati che, nel corso dei decenni, hanno richiesto livelli crescenti di spesa pubblica pilotata illegalmente nonché la sostanziale accettazione del controllo mafioso sull’economia, che da tali trasferimenti ha tratto e trae un sostegno fondamentale.

I governi che si sono succeduti non sono stati in grado di spezzare il legame perverso con la politica meridionale perché tutti hanno sempre necessitato del sostegno dei parlamentari eletti al sud. L’idea della Lega è semplice e brutale: sottrarre al governo centrale le risorse, rendendo vane le richieste dei politici meridionali al governo. Un concetto destabilizzante, che scardina il sistema su cui riposa la politica nazionale da un secolo e mezzo. Credere che ciò possa avvenire senza pesanti contraccolpi è, appunto, semplicemente illusorio e miope; anzi, pensare che avvenga è già un azzardo assoluto. Ed infatti su questo si gioca la tenuta del governo, visto che Fini mira ad essere il punto di riferimento dei politici antagonisti della Lega Nord, ovvero quelli eletti in meridione. Questo piano lo fa ritenere più solido di quanto si creda nello sfidare Berlusconi, poiché la linea è potenzialmente molto attrattiva e la truppa dei suoi fedeli potrebbe crescere numericamente in modo consistente. Non solo a sud, perché va pur sempre ricordato che le regioni che producono ricchezza per il paese sono quattro (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto) mentre tutte le altre (compresi il virtuoso Trentino, il Friuli Venezia Giulia e la Toscana) ne assorbono. Se sedici regioni su venti hanno da perdere dall’introduzione del federalismo fiscale, è ben facile prevedere che il fronte ostile alla Lega sia destinato a rafforzarsi. Inoltre una classe politica meridionale con idee innovative, responsabile o disposta a responsabilizzarsi non esiste, nemmeno in via ipotetica; illudersi che quelle regioni possano cambiare per decreto è pura cecità. L’idea della Lega Nord, in realtà, è semplicemente di abbandonare intere regioni a se stesse, e sappiamo che là esistono poteri ben strutturati in grado di sostituirsi alle istituzioni repubblicane che molti politici non nascondono di accettare.

Come già accadde per la devolution del 2005, credo che il progetto leghista sia destinato ad arenarsi. L’ostilità meridionale (ben supportata lungo lo stivale) ai progetti di razionalizzazione della spesa costò il governo alla Destra Storica di Minghetti, che lasciò il paese alla Sinistra storica di Depretis, il quale accantonò le velleità di riforma morale e politica del mezzogiorno che avevano animato il Risorgimento. Il prefetto Mori, fiero combattente della mafia durante il ventennio, con poteri straordinari assegnatigli da Mussolini in persona, fu da quest’ultimo rimosso non appena osò alzare lo sguardo verso i maggiorenti mafiosi della Sicilia e verso la gestione malavitosa della ricchezza isolana. Il dopoguerra vide la Sicilia tenere sotto scacco il governo centrale con la minaccia indipendentista, alla cui ombra si consolidò il dominio territoriale di una organizzazione criminale giunta potentissima fino ai giorni nostri e ramificatasi nel continente grazie alle propaggini camorristiche e ‘ndranghetiste. L’era democristiana è stata l’incubatrice dell’intreccio politico-clientelare-massonico-mafioso che ha sottratto alla giurisdizione nazionale intere regioni e che solo pochi politici, poliziotti e magistrati isolati e coraggiosi hanno saputo vanamente sfidare (quasi sempre a prezzo della vita), nella complice indifferenza dei leader nazionali e dei poteri statali.

Può una riorganizzazione tributaria, un elenco di disposizioni fiscali, ribaltare un sistema di potere, una cultura politica, uno stile sociale che sono sopravvissuti a Cavour, a Giolitti, a Mussolini, a Moro, ad Andreotti, a Berlinguer e che fornisce il principale supporto elettorale-politico-parlamentare a Berlusconi fin dal 1994? Lascio a ciascuno la risposta. La politica italiana è sempre questa, fatta di improvvisatori incapaci non dico di affrontare i problemi, ma anche solo di formularli correttamente, di leggerli; figuriamoci se di risolverli.

Io credo che il dibattito sul federalismo fiscale, che tutti vogliono solo a parole ma non nei fatti, farà da sfondo al conflitto sui temi più visibili della giustizia (immunità di governo, intercettazioni, processo breve…) sui quali si consumeranno le rotture all’interno della maggioranza. Con quali esiti non lo so, ma temo che comunque vada si continuerà come sempre. A schifo.


Seicentomila miliardi di lire.

ottobre 3, 2009

E’ l’equivalente nella nostra vecchia valuta dei capitali detenuti all’estero da italiani, secondo le stime del governo e che esso intende far rientrare con lo scudo fiscale appena approvato dal Parlamento. Un patrimonio pari ad un quinto del debito pubblico nazionale.

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Cento miliardi di euro.

gennaio 22, 2009

Filtrano le prime notizie e sarebbe questo il costo (ma pare che sia una sottostima) del cosiddetto “federalismo fiscale” tanto caro alla Lega. In un paese indebitato fino al collo, direi che non c’è male.


L’ici, Berlusconi e la “luna di miele”.

maggio 27, 2008

La nozione viene dagli Stati Uniti: il Presidente neoeletto gode, all’inizio del mandato, di una sorta di franchigia concessa dagli elettori che gli perdonano ogni suo errore, accettano ogni sua decisione e assecondano quasi acriticamente le sue idee. Ma tale condizione dura settimane, mesi al massimo; un periodo detto appunto “luna di miele”, trascorso il quale il senso critico torna a prevalere sull’entusiasmo iniziale.
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