Notaio, agenzia, IMU: quanto paghiamo?

novembre 9, 2018

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Quanto spendono gli italiani per gli oneri d’acquisto della prima casa? E quanto pagherebbero di IMU, se venisse ripristinata?

Pescando casualmente in rete ho preso a esempio l’acquisto di un appartamento di circa 100 mq a Mantova (esempio di città media), per un valore catastale di 130 mila euro, da parte di una famiglia di tre persone (genitori ed un figlio).

In base alle informazioni reperibili, la provvigione per l’agenzia immobiliare varierebbe fra il 3% ed il 4%, mentre la parcella del notaio, prevedendo anche la stipula di un mutuo, sarebbe intorno ai 3.500 euro. Con un calcolo molto approssimativo, si arriva ad un esborso netto intorno agli ottomila euro per notaio ed agenzia. Per quello che riguarda l’IMU 2012 (l’ultima che abbiamo pagato sulla prima casa), la simulazione che ho trovato porta ad un importo di circa 256 euro all’anno.

Quindi, con un calcolo assai approssimativo, si arriva alla conclusione che gli oneri notarili e di agenzia assommano al corrispondente di 30 anni di IMU.

Chiunque abbia acquistato la propria abitazione principale in tempi recenti può ripescare la cartellina della compravendita e fare una verifica.  Temo che la proporzione si quella: gli oneri equivalgono ad alcuni decenni di IMU.

Occorre allora riflettere. La politica italiana discute da quasi trent’anni dell’imposta sulla prima casa, e si sono consumate campagne elettorali sulla sua abolizione. Gli italiani hanno votato questo o quel partito a seconda delle promesse fatte in materia di ICI o di IMU sull’abitazione principale. Eppure gli stessi italiani, al momento di comprare, versano senza fiatare al notaio ed all’agente immobiliare una somma che coprirebbe l’imposta per interi decenni.

E dire che il notaio altro non fa che pochi clic, dal momento che catasto ed anagrafe sono interamente digitalizzati, sicché la stipula è un atto meramente compilatorio. Taccio sull’agente immobiliare, che si limita ad aprire la porta dell’appartamento ed a mostrarlo: ingresso, cucina, soggiorno, camere, bagno (ma veramente? È il bagno? Chi l’avrebbe mai detto!)

Al contrario Stato e Comune, cui andrebbe il versamento di un modesto importo annuale di IMU, ci offrono servizi ben più importanti; criticabili ed imperfetti, ma pur sempre più rilevanti di quelli dei privati di cui sopra. E bisogna aggiungere che, con la contribuzione IMU ai Comuni, ciascuno di noi contribuirebbe a mantenere alto il valore del proprio immobile. Infatti il valore di una casa non dipende dalla sua materialità, ma dalla qualità dei servizi della città in cui si trova. Pagando l’ICI/IMU, contribuiremmo a migliorare le nostre città, e quindi a tenere alto il valore della nostra casa.

Una politica razionale dovrebbe rimuovere l’obbligo del rogito notarile, rendendo possibile l’accatastamento della compravendita innanzi ad un pubblico ufficiale (dietro corresponsione di imposta di registro), e ridurrebbe per legge l’entità della provvigione di agenzia. Al contempo andrebbe ripristinata l’imposta anche sulla prima casa (ICI o IMU che sia), che sarebbe ossigeno per le casse pubbliche, pur non avendo un peso eccessivo sulle famiglie (basso importo e larga base imponibile sono ingredienti di una tassazione equa e proficua).

E invece nulla di tutto ciò, continuiamo a discutere di altre scemenze.

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Debito pubblico e illegalità

ottobre 27, 2018

 

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Nei quotidiani di questi giorni dominano due notizie: il conflitto fra Governo italiano e Istituzioni sovranazionali (Commissione europea e Bce) e la tragica morte di una ragazza minorenne nel quartiere di San Lorenzo, all’interno di uno stabile abbandonato e divenuto area di spaccio di stupefacenti. Qualcosa che lega queste due notizie? Apparentemente no, ma in realtà sì.

Come ho scritto qui, lo strumento che ci consentirebbe di uscire dalle problematiche del nostro bilancio cronicamente in passivo, a mio modesto parere, è l’abolizione del denaro contante. La conseguente emersione dell’economia illegale o semi-legale e la possibilità di rendere irrilevante l’evasione fiscale, darebbero allo Stato risorse finanziarie aggiuntive e soprattutto la possibilità di trattare con le istituzioni sovranazionali soluzioni per superare il problema del debito pubblico.

Simultaneamente l’abolizione del denaro contante sarebbe il colpo di grazia per alcune forme di illegalità, quali appunto lo spaccio di strada. Se esistono aree urbane di fatto sottratte alla vita civile dai pusher di droga, lo si deve alla possibilità di acquistare stupefacenti con denaro liquido. Se il contante non esistesse, chi traffica in sostanze illegali dovrebbe trovare attività lecite di copertura: non riesco infatti ad immaginare un pusher con il POS che riceve il pagamento delle dosi a mezzo carta di credito.

Lo stesso avverrebbe per altre attività illecite come la prostituzione di strada o la vendita di beni contraffatti.

Peccato che nessuno abbia il coraggio di sostenere questa prospettiva in maniera adeguata. L’ottimo Cottarelli, che appare continuamente in televisione, e che è stato alto funzionario del Fondo Monetario Internazionale, sembra dimenticare che l’abolizione del contante è fortemente consigliato ai governi dallo stesso Fmi.

E l’Italia, paese dell’illegalità diffusa, madre delle mafie ed afflitta dall’infedeltà fiscale, potrebbe divenire grazie ad essa guida dell’innovazione economica mondiale. E forse non avremmo neppure casi come quelli della povera Desirée.


Incompatibilità fra parlamentare e ministro

ottobre 17, 2018

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Tutte le critiche alla manovra economica in corso d’elaborazione e, più in generale, all’attività del Governo, cozzano contro un dato di fatto: Movimento 5 Stelle e Lega godono di grande consenso, e con essi i rispettivi leader “populisti” Di Maio e Salvini, i quali si fanno forza dei risultati elettorali e dei sondaggi. Ma la stampa ad essi ostile non si dà pace, prefigurando la catastrofe che ci attende a causa della scelleratezza della maggioranza.

Hanno ragione i primi, nel rivendicare la guida del Governo, ma hanno ragione pure i secondi, nel denunciare l’anomalia di un Ministro dell’Interno che utilizza la sua carica a fini propagandistici e le molteplici contraddizioni fra i proclami elettorali del M5S e la prassi di Governo.

Questo conflitto è figlio di una delle nostre tante malattie: la cronica e malsana compenetrazione fra maggioranza parlamentare e Governo, fra gruppi parlamentari e Ministeri. La Repubblica è nata nello spirito resistenziale, ed era logico pensare che il Governo avrebbe dovuto essere formato dai leader dei principali partiti. Questo principio però, negli anni, ha perso la sua valenza positiva, finendo per inquinare il funzionamento delle istituzioni. Fin dal primo dopoguerra, infatti, i vertici dei partiti hanno sommato la funzione propagandistica in chiave elettorale e quella di gestione della cosa pubblica, utilizzando le cariche di Governo per conquistare e consolidare il consenso. La situazione attuale, che vede Salvini e Di Maio impegnati a varare misure economiche rivolte alle rispettive basi elettorali, è la stessa che si ripete da sempre. I capi dei partiti che vincono le elezioni corrono ad occupare i ministeri di spesa per ricompensare gli elettorati.

Lo si poteva evitare, o quantomeno limitare? Forse sì. Con l’unica riforma costituzionale che ci avrebbe giovato ma che nessuno mai ha provato neppure a proporre: l’incompatibilità fra la carica di parlamentare e quella di Ministro o sottosegretario, esattamente come avviene in Francia, paese dove, guarda caso, hanno inventato la separazione dei poteri (in questo caso legislativo ed esecutivo).

In un sistema del genere, il capopartito che raccoglie voti promettendo di buttare a mare i migranti, non può poi (far credere di) farlo realmente utilizzando la carica di ministro dell’Interno. E chi ha fatto campagna elettorale promettendo di regalare caramelle a tutti, non può utilizzare la sua posizione in Consiglio dei Ministri, in posizione sovraordinata a quella del Ministro dell’Economia, per farlo veramente.

Chi si presenta alle elezioni, se eletto, viene votato per stare in Parlamento, dove appunto si parla. Non per fare il Ministro. Così dovrebbe essere. E se nei decenni passati avessimo avuto Governi composti da persone competenti, indicate sì dai partiti, ma non direttamente coinvolte nella raccolta del consenso, forse ora avremmo un debito pubblico un po’ più basso. Perché un Ministro non parlamentare, indicato dai partiti ma nominato dal Capo dello Stato, avrebbe (avuto) forse la forza di dire “no”, almeno qualche volta. “No, non si può fare perché i soldi non ci sono”.

In più i Ministri dovrebbero stare al Ministero, a far funzionare la macchina statale, e non altrove a fare politica. Mi sovviene il triste esempio del Ministro della Giustizia Orlando, il quale, invece di lavorare in via Arenula (dove ce ne sarebbe assai bisogno, visto lo stato della nostra Giustizia) se ne andava in giro a far campagna per se stesso al congresso del suo partito. Non è un caso vedere poi i processi celebrati nei tendoni del cortile del tribunale (come a Bari), perché la sede è inagibile.

Ma una simile riforma mai è stata neppure proposta, e siamo qui, a pagare miliardi in interessi, a dolerci dell’Italia che non funziona ed a discutere di baggianate.


Costi europei e costi regionali

ottobre 12, 2018

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Qualche giorno fa mi è capitato di leggere un articolo del blog di Beppe Grillo che denuncia i costi asseritamente esorbitanti dell’Unione europea, ovvero, più precisamente, delle sue istituzioni. Un lungo elenco di voci di spesa che assommano, stando al testo, a circa due miliardi di Euro. Scandalo!

Chiunque pensi che per il funzionamento dell’UE due miliardi siano troppi, dovrebbe farsi un’idea dei costi della nostra burocrazia, e, per fare un bell’esempio, delle burocrazie regionali. Ho scaricato dal sito della Regione Friuli Venezia Giulia il bilancio di previsione per il triennio 2018-2020, e riporto qualche numero.

Il bilancio complessivo per il 2018 è di circa 8.300 milioni di Euro ed il 31,5% è assorbito dai costi della sanità regionale, che copre tutte le prestazioni, dal momento che la Regione FVG non aderisce al sistema sanitario nazionale ma ne ha uno proprio (S.S.R.), interamente gestito in loco. Tale voce di spesa è di poco inferiore a quella per “servizi istituzionali, generali e di gestione”, cioè se capisco, ai costi della burocrazia regionale: consiglio, giunta, ma soprattutto apparati (stipendi a dipendenti e funzionamento degli uffici). In numeri, se ne va in burocrazia il 31,7% dell’intero bilancio, pari a 2.600 milioni di Euro (oltre due miliardi e mezzo). Più di quanto costano le istituzioni europee, le quali però interessano circa 500 milioni di cittadini, contro il milione e duecentomila della Regione FVG.

In lire, sarebbero più di cinquemila miliardi all’anno.

La Regione FVG spende per il suo funzionamento più di quanto stanzia per la salute dei suoi abitanti; fanno circa duemila euro all’anno per ogni residente. Una cifra molto superiore a quella delle altre regioni, che sarebbe giustificata dallo statuto speciale. Mi pare di poter dire che sarebbe meglio fare a meno di tale specialità. Ognuno può farsi un’idea di quanti benefici potrebbero derivare alla popolazione del Friuli Venezia Giulia se una somma del genere fosse investita in servizi, o più semplicemente sottratta al prelievo fiscale.

Sono numeri che parlano da soli e non serve che aggiunga parole, salvo pensare che l’Europa matrigna che tanto ci vuole male, davanti a queste cifre, dovrebbe inviare in Italia non la Trojka o qualche occhiuto e severo commissario, ma forse i carri armati.

Riporto qui sotto la tabella scaricata dal sito ufficiale della Regione, sezione amministrazione trasparente.

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Cuneo fiscale

ottobre 5, 2018

 

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L’elevato debito pubblico ci impedisce di abbassare realmente le tasse. Ma l’elevata pressione fiscale sfavorisce le imprese italiane rispetto a quelle straniere e di conseguenza il nostro prodotto interno lordo non cresce a sufficienza. Anzi, proprio il peso fiscale induce le industrie italiane a delocalizzare ed è la prima causa del nostro declino industriale. Spezzare circolo vizioso debito pubblico-alta fiscalità-elevato costo del lavoro-bassa crescita sembra impossibile, ma siamo sicuri che sia così? Forse no. Forse bisognerebbe cominciare a distinguere lavoro e lavoro, e dire che non tutte le imprese sono uguali. Una cosa è l’impresa che produce beni di consumo (tipo componentistica elettronica), e deve competere sul mercato internazionale con paesi strutturalmente avvantaggiati per le più svariate ragioni (bassi salari, poche tutele sindacali eccetera); altra cosa è l’impresa – per esempio – che fornisce servizi alla Pubblica Amministrazione (tipo i pasti alle mense comunali), e che quindi non soffre la concorrenza cinese o romena. È il primo tipo di impresa che soffre per l’eccessivo cuneo fiscale, fino al punto di dover scegliere fra chiusura e migrazione all’estero, mentre il secondo no. Quindi è solo per il primo tipo di imprese che va ridotto – e drasticamente – il peso fiscale e contributivo su lavoro e produzione (quello che si chiama cuneo). Negli ultimi venti anni l’Italia ha visto quasi scomparire interi settori della propria industria: automobili, ciclomotori, aviazione, acciaio, eccetera. Eppure erano settori nei quali eravamo ben presenti. È mai possibile che in Italia si producano la Fiat 500 e la Lamborghini Diablo ma quasi nessun modello di auto nella fascia intermedia? È mai possibile che i motorini, invenzione italiana, siano quasi scomparsi dalla nostra produzione? Secondo me la strada è quella della defiscalizzazione mirata. Non riduzione delle tasse su imprese e lavoro a tutti, ma solo alle imprese del settore produttivo e manifatturiero, lasciandolo invariato per le imprese di servizi. Il minor introito fiscale sarebbe compensato dal minor ricorso alle importazioni e dalla crescita dell’occupazione. Fesseria o Uovo di Colombo?


Abolizione del contante

ottobre 2, 2018

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Evasione fiscale, lavoro nero, economia sommersa, corruzione, e soprattutto mafia.

Non sono questi i mali che la Repubblica italiana si porta dietro da sempre? I fardelli della nostra economia che schiacciano intere regioni in un eterno ed immutabile sottosviluppo? Gli ineliminabili virus dell’immoralità e dell’illegalità nazionale di cui vergognarsi al cospetto degli altri paesi europei? Quando i nostri governanti alzano la voce contro l’Europa, asseritamente matrigna, come non pensare alla inevitabile risposta che ci meritiamo da parte di uno straniero: “parlate voi che alimentate le mafie, che stanno ammorbando l’intero continente”; “parlate voi che siete la patria dell’evasione fiscale e della corruzione…” E via così.

Giustificati o no che siano tali giudizi, è fuor di dubbio che l’economia illegale, semilegale, sommersa, è il male dell’Italia. Il cancro che fin dall’Unità comprime l’intero meridione e che sta metastatizzando tutto il territorio. Gli italiani vi sembrano rassegnati, come se l’illegalità fosse un tratto ineluttabile della nostra collettività, come se le mafie fossero realtà ineliminabili, più forti delle stesse istituzioni repubblicane. Forse le risorse morali per ribaltare questo stato di fatto non ci sono, ma, come sempre è avvenuto nella storia dell’umanità, non sono le religioni, le filosofie o le morali a produrre i cambiamenti. Sono la scienza e la tecnologia. È solo grazie al progresso scientifico e tecnologico che siamo usciti dalle caverne ed ora siamo quello che siamo. Ed è la tecnologia che ci offre ora la possibilità di sconfiggere il male dell’economia illegale, sostituendo il denaro contante con moneta interamente elettronica e tracciabile.

Il traffico di stupefacenti, di esseri umani; lo sfruttamento della prostituzione; lo smaltimento illegale dei rifiuti; il racket delle estorsioni, il business delle contraffazioni; il voto di scambio; la corruzione e l’inquinamento della vita pubblica; sono questi i fondamenti dell’economia illegale e mafiosa da cui sgorga il denaro sporco che, grazie a sofisticati canali di riciclaggio, si trasforma in immensi capitali sottratti alla fiscalità che vanno ad inquinare l’economia legale. Tutto ciò prospera grazie alla moneta contante. In un mondo in cui ogni pagamento è tracciato, realizzarli sarebbe molto più difficile ed in taluni casi impossibile. Per converso, sarebbe assai facile smascherarli. Ed i benefici per le finanze pubbliche sarebbero enormi.

Sebbene non mi piaccia citare chi non è più con noi, non posso non ricordare l’insegnamento di Giovanni Falcone: follow the money. Solo così si batte la mafia. Ai suoi tempi non era possibile come lo è oggi; oggi che ogni pagamento può essere tracciato. Basta volerlo.

E non è solo questione di mafia. Pensiamo al lavoro nero. Ai lavoratori sfruttati e sottopagati. O al fenomeno degli affitti in nero. Generazioni di studenti hanno versato a proprietari di immobili nelle città universitarie capitali enormi sottratti al bilancio delle rispettive famiglie, procurando ad essi un reddito esentasse che, integrato negli anni, ha consentito l’accumulo di grandi fortune. Pensiamo alla sistematica evasione dell’iva di professionisti ed artigiani, o al business delle lezioni private. Tutti fenomeni che contribuiscono a fare dell’Italia il paese dell’arrangiarsi, e per questo degli arrangioni, dei trafficoni. Un paese che perseverando in essi si condanna ad essere arretrato fra i paesi sviluppati, o sviluppato fra quelli arretrati. Un paese sempre in mezzo al guado della mediocrità, condannato ad una perenne condizione di semi-miseria.

È giunto il momento di fare un passo avanti e di uscire da questo stato. Di mettersi all’avanguardia tecnologica e morale dell’Europa e di abolire la moneta contante. Abbassandone progressivamente la soglia per operazione: a 500 euro, poi a 100, a dieci ed infine a zero. Non mi espongo a fare cifre sui vantaggi per la finanza pubblica, ma i dati che si leggono parlano chiaro. Sarebbero 36 i miliardi che lo Stato perde annualmente per l’evasione dell’iva; mentre l’evasione fiscale nel suo complesso ammonterebbe ad oltre 110 miliardi annui. Cifre che farebbero dello Stato italiano il più virtuoso d’Europa.

Ed invece il dibattito pubblico si avviluppa in futilità come gli ottanta euro, la flat tax o il reddito di cittadinanza. Strumenti ridicoli in un paese a bassissima fedeltà fiscale come il nostro. Che senso ha elemosinare di 80 euro un lavoratore dipendente che nel tempo libero lavora in nero? Che senso ha elargire il reddito di cittadinanza nel paese dei finti poveri, dei nullatenenti e nullafacenti con la Bmw in cortile? Che senso ha concedere la flat tax ad una platea di autonomi dove vi è chi dichiara tutto, chi dichiara una parte e chi dichiara nulla? Eppure queste grottesche misure, che stanno mettendo in subbuglio il continente, costano poche decine di miliardi di euro, molto meno di quel che si ricaverebbe dalla fedeltà fiscale garantita automaticamente dall’abolizione del contante.

I benefici non sarebbero solamente di carattere fiscale. Sparirebbe lo spaccio di strada: fine dei quartieri ghetto, ostaggio del mercato fra spacciatori di droga e consumatori. Fine anche della prostituzione di strada. Chi svolge o sfrutta tali attività (non mi illudo che scompaiano) dovrebbe trovare adeguate coperture lecite, pagando le tasse e risultando più facilmente individuabile. Anche fenomeni criminali violenti come le rapine diverrebbero impraticabili. Senza denaro contante e senza ricettatori non ha senso fare rapine.

Se non sembrano sufficienti tali argomenti (ed a me pare che lo siano) ve n’è uno ulteriore. L’abolizione del contante è un auspicio delle autorità monetarie internazionali, Fmi e Bce in testa. Adottandolo come prima nazione, l’Italia si porrebbe all’avanguardia e potrebbe avanzare in contropartita alcune sacrosante richieste: un serio contrasto ai paradisi fiscali (chi se non il Fmi può farlo?); l’individuazione dei capitali illeciti sottratti alla nostra economia, ed un piano serio e collettivo per la neutralizzazione del debito pubblico. Vogliamo restare in eterno ostaggi dei nostri creditori? O vogliamo buttarci alle spalle questa condizione? Lo strumento c’è: il cigno nero dell’economia italiana non è l’uscita dall’Euro, ma l’abolizione totale del denaro contante, congiuntamente all’adozione di seri strumenti di contrasto all’economia illegale.

PS: Ho cercato in rete pareri contrari a questa proposta. Ho trovato solo argomenti sugli stati orwelliani (come se il web non sapesse già tutto di noi!) oppure baggianate sulle vecchiette in drogheria, sul gancio dei carrelli del supermercato o sulle paghette ai figlioli. Idiozie. Sarebbe il caso che l’informazione facesse fronte comune su questa prospettiva, che non è né di destra né di sinistra, né populista né europeista. È solo di buon senso.


La repubblica subalterna

luglio 15, 2015

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L’epilogo della trattativa fra il primo ministro greco e le potenze economiche europee ha scosso i sapienti pensatori del nostro giornalismo, i quali hanno letto nella vicenda nientemeno che una forma di sottomissione del popolo greco ai voleri del governo tedesco, in spregio ai principi democratici. Caspita. Ed alcuni si sono perfino avventurati ad immaginare che un processo analogo si sarebbe verificato nel 2011 – udite udite – ai danni dell’Italia, quando i poteri europei (politici ed economici) imposero il governo Monti, sfrattando Berlusconi e sbarrando la strada ad una possibile vittoria della sinistra (più vendoliana che bersaniana) nelle elezioni che parevano imminenti. Ma vi rendete conto? Ci vogliono dire costoro che in Italia non comandiamo noi italiani, attraverso i parlamentari da noi eletti, bensì le burocrazie economiche e politiche straniere. Roba da non credere; ma nemmeno da immaginare.

Ci si dimentica che la sudditanza nazionale a potenze straniere è un dato genetico della nostra Repubblica che, uscita dalla guerra, trovò sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti la possibilità di risollevarsi economicamente. Nello scacchiere europeo della Guerra fredda, l’Italia divenne la propaggine filoamericana in Europa, ottenendo in cambio la tutela economica del sistema paese e della moneta nazionale. La nostra sovranità politica fu barattata con il progresso materiale della popolazione, come plasticamente dimostrato dal fatto che, mentre il debito pubblico galoppava verso il 100% e più del PIL, le agenzie di rating pilotate da Washington perseveravano a quotarlo con la tripla A. Tanto che la lira oscillava rispetto al marco in risonanza con l’andamento del dollaro. Finita la guerra fredda, e svanita la sua importanza geopolitica, l’Italia ha dovuto cercarsi un’altra protezione, e l’unico ombrello disponibile era quello europeo. Sotto il quale ci siamo infilati con la cieca presunzione di essere partner alla pari degli inglesi e dei francesi, che la guerra l’avevano vinta e non persa, o dei tedeschi, che nel frattempo avevano ripristinato quello che per tutto il XX secolo è stato (ed è tutt’ora) il sistema industriale più potente del continente. E ci meravigliamo se ci trattano da inferiori? Ci meravigliamo se non ci lasciano scegliere il nostro governo? Dalla nascita della repubblica, per quarant’anni, i nostri governi sono stati decisi all’estero; chi poteva illudersi che le cose cambiassero da sole? La letteratura su come i governi americani impedirono l’affermazione delle sinistre è vasta, e dovrebbe essere conosciuta. Ora siamo in una fase diversa, ma non nuova. Chi scrive sui giornali e fa opinione (e spesso fa l’opinione dei politicanti che poi prendono le decisioni che ci riguardano) dovrebbe rammentare questi fatti a se stesso ed al lettore. Che poi magari si orienta meglio ed evita di dar credito a chi irride il povero Tsipras per essersi “arreso”, in un paese i cui primi ministri hanno sempre obbedito agli ordini.

La nostra colpa principale è di non essere stati capaci – in settant’anni – di strutturarci al nostro interno e di dotarci di uno apparato statale funzionante. Se nemmeno gli italiani hanno rispetto del loro Stato, dovrebbero averlo i tedeschi?