La repubblica subalterna

luglio 15, 2015

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L’epilogo della trattativa fra il primo ministro greco e le potenze economiche europee ha scosso i sapienti pensatori del nostro giornalismo, i quali hanno letto nella vicenda nientemeno che una forma di sottomissione del popolo greco ai voleri del governo tedesco, in spregio ai principi democratici. Caspita. Ed alcuni si sono perfino avventurati ad immaginare che un processo analogo si sarebbe verificato nel 2011 – udite udite – ai danni dell’Italia, quando i poteri europei (politici ed economici) imposero il governo Monti, sfrattando Berlusconi e sbarrando la strada ad una possibile vittoria della sinistra (più vendoliana che bersaniana) nelle elezioni che parevano imminenti. Ma vi rendete conto? Ci vogliono dire costoro che in Italia non comandiamo noi italiani, attraverso i parlamentari da noi eletti, bensì le burocrazie economiche e politiche straniere. Roba da non credere; ma nemmeno da immaginare.

Ci si dimentica che la sudditanza nazionale a potenze straniere è un dato genetico della nostra Repubblica che, uscita dalla guerra, trovò sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti la possibilità di risollevarsi economicamente. Nello scacchiere europeo della Guerra fredda, l’Italia divenne la propaggine filoamericana in Europa, ottenendo in cambio la tutela economica del sistema paese e della moneta nazionale. La nostra sovranità politica fu barattata con il progresso materiale della popolazione, come plasticamente dimostrato dal fatto che, mentre il debito pubblico galoppava verso il 100% e più del PIL, le agenzie di rating pilotate da Washington perseveravano a quotarlo con la tripla A. Tanto che la lira oscillava rispetto al marco in risonanza con l’andamento del dollaro. Finita la guerra fredda, e svanita la sua importanza geopolitica, l’Italia ha dovuto cercarsi un’altra protezione, e l’unico ombrello disponibile era quello europeo. Sotto il quale ci siamo infilati con la cieca presunzione di essere partner alla pari degli inglesi e dei francesi, che la guerra l’avevano vinta e non persa, o dei tedeschi, che nel frattempo avevano ripristinato quello che per tutto il XX secolo è stato (ed è tutt’ora) il sistema industriale più potente del continente. E ci meravigliamo se ci trattano da inferiori? Ci meravigliamo se non ci lasciano scegliere il nostro governo? Dalla nascita della repubblica, per quarant’anni, i nostri governi sono stati decisi all’estero; chi poteva illudersi che le cose cambiassero da sole? La letteratura su come i governi americani impedirono l’affermazione delle sinistre è vasta, e dovrebbe essere conosciuta. Ora siamo in una fase diversa, ma non nuova. Chi scrive sui giornali e fa opinione (e spesso fa l’opinione dei politicanti che poi prendono le decisioni che ci riguardano) dovrebbe rammentare questi fatti a se stesso ed al lettore. Che poi magari si orienta meglio ed evita di dar credito a chi irride il povero Tsipras per essersi “arreso”, in un paese i cui primi ministri hanno sempre obbedito agli ordini.

La nostra colpa principale è di non essere stati capaci – in settant’anni – di strutturarci al nostro interno e di dotarci di uno apparato statale funzionante. Se nemmeno gli italiani hanno rispetto del loro Stato, dovrebbero averlo i tedeschi?


Cuneo fiscale e valore aggiunto

settembre 15, 2014

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Premetto di economia non mi sono mai occupato ed infatti non ne ho mai scritto. Ma oggi ho letto su Il Piccolo questo articolo http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2014/09/15/news/altri-1-400-finiti-in-strada-senza-fine-la-crisi-di-lavoro-1.9931192 da cui estraggo un passaggio sull’occupazione nella provincia di Trieste: gli occupati sono scesi in cinque anni da 95.782 a 90.971 dei quali 761 in agricoltura, 17.785 nell’industria e ben 72.426 nei servizi.

Detta fuori dai denti, Trieste, che in un tempo non lontano era una città industriale, si è trasformata in un paesone di impiegati e commercianti. Per quanto strano possa sembrare, anche su scala nazionale i rapporti fra le tre categorie di impiego (primario, secondario e terziario) non sono molto diverse. In Italia, infatti, è in corso da oltre trent’anni un lento processo di de-industrializzazione che sposta risorse dall’industria ai servizi, alimentato anche da una propensione sociologica a rifiutare i lavori manuali a favore di quelli intellettuali, creando un contesto nel quale – complice un sistema scolastico e universitario scarsamente formativo e poco selettivo – ognuno si ritiene destinato ad occupare un posto alla scrivania e non in fabbrica o nei campi.

Consultando i dati ISTAT di questo rapporto http://www.istat.it/it/files/2013/07/Fascicolo_CIS_PrimiRisultati_completo.pdf, ho rilevato qualche dato. Dal 2001 al 2011 il numero di addetti nel settore agricolo è calato del 33,9% e nel settore industriale del 17,5%. Nel medesimo periodo si registra un aumento del 15,3% nel commercio e del 20,5% negli altri servizi.

In numeri assoluti, su circa 60 milioni di abitanti, di cui circa 24 milioni attivi e 20 milioni impiegati come lavoratori dipendenti, gli addetti dell’industria (compresi dirigenti, quadri ed impiegati) sono solamente 4 milioni e quelli del settore agricolo 64.000.

In un quadro come questo, ritengo modestamente che si dovrebbe tentare di invertire la tendenza, favorendo gli investimenti e l’occupazione nei settori primario e secondario. Come? Usando la leva fiscale: invece di distribuire 80 euro/mese una tantum a tutti, si dovrebbe concentrare il taglio del cuneo fiscale nei settori produttivi di valore aggiunto, cioè, appunto, agricoltura ed industria.

A tal riguardo, da totale inesperto, azzardo un calcolo di massima, che sarà pure totalmente sballato, ma forse no.

Partiamo da Trieste, presa ad esempio, che conta 90.000 persone attive, di cui 72.000 nel terziario. Di queste, stimiamo in 50.000 quelle beneficiate dal bonus degli 80 euro. Per otto mensilità (questo dice il decreto) fanno in totale 32 milioni di euro che il fisco ha perduto e che si disperderanno in rivoli. Immaginiamo invece di distribuirli ai 18.000 lavoratori dei settori produttivi, ovvero alle aziende dove sono impiegati: fanno circa 1.800 euro per ciascuno. Il che significa, molto ma molto all’incirca, che lasciando all’impresa il corrispettivo, ogni 15 addetti ci sarebbe un risparmio pari al lavoro di uno. Ovvero, in caso di investimento in occupazione, un nuovo assunto ogni quindici dipendenti, e si tratterebbe di occupazione in settori che creano ricchezza. Alternativamente, sarebbe un abbattimento dei costi di produzione con conseguente guadagno in competitività sui mercati.

Tentando di generalizzare il calcolo all’intero paese, valutiamo in 3,5 milioni gli addetti dei settori primari e secondari (operai e lavoratori agricoli) cui applicare un taglio del cuneo fiscale pari a 1.800 euro annui. Ne conseguirebbe un minore introito per l’erario di 6,3 miliardi di euro. Ed infatti il bonus Renzi (80 euro mensili a circa 10 milioni di lavoratori dipendenti per otto mensilità) costerà 6,5 miliardi di euro. In altre parole, con la stessa somma del bonus Renzi si potrebbe tagliare di circa 1.800 euro all’anno il cuneo fiscale sul lavoro produttivo di valore aggiunto, con immediato effetto sulla competitività dei prodotti dell’industria e dell’agricoltura nazionale.

So bene che è il calcolo di uno che non ne sa nulla ed è probabilmente una fesseria. Ma forse no.


Renzi e la mafia

agosto 13, 2014

ragno

Fra Senato e gite coi boy scout, leggi elettorali e battute sui “vù cumprà”, trojke e ottantaeuro, dal dibattito pubblico è completamente scomparsa la criminalità organizzata. Digerito il fenomeno Saviano, esorcizzato da Napolitano lo spettro di Gratteri al ministero della Giustizia, confinato nell’oblio il balletto permanente sull’autoiriciclaggio (basta un decreto che cancella una riga nell’art. 648 ter del codice penale), l’Italia si è dimenticata di essere la culla delle mafie. Senza mai domandarsi se per caso è proprio la criminalità ad impedirci di avere un’economia decente. Il verso non è cambiato, se non in peggio. Ora tutti insieme, “destra” e “sinistra”, rimuovono il cancro che ci portiamo dentro da sempre.


Ce lo chiede l’Europa

febbraio 3, 2014

europa

Allungare i tempi di prescrizione al fine di combattere corruzione e criminalità economica. La sola corruzione ci costa sessanta miliardi l’anno, cui vanno sommati i centocinquanta dell’evasione fiscale. Altro che i sei miliardi della privatizzazione di Poste Italiane.

L’emergenza è questa, non la legge elettorale o il sessismo.

Renzi, Grillo, Letta. Diamoci una mossa.

 


La seconda repubblica

settembre 24, 2013

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Nelle prime pagine di oggi c’è tutta l’Italia di questo inizio di terzo millennio.

L’unica impresa nazionale di telecomunicazioni, a suo tempo regalata dal governo D’Alema ai capitani coraggiosi della speculazione, viene svenduta ai concorrenti spagnoli; nella giornata in cui si celebra il predominio di un paese – la Germania – dove le telecomunicazioni sono saldamente in mano allo Stato.

la Direzione antimafia di Milano provvede ad arrestare gli eredi di Vittorio Mangano: mafiosi felicemente installatisi nel cuore dell’imprenditoria lombarda.

E’ la plastica rappresentazione dell’esito del percorso cominciato con la fine dell’era democristiana: mentre le imprese pubbliche (dei carrozzoni o dei gioielli, a seconda dalla convenienza del momento) venivano regalate a capitani d’industria assistiti ed avidi di lucrare sulla pelle degli italiani, i boss mafiosi salivano al rango di imprenditori per impadronirsi dell’economia ricca del nord.

Un cammino che ha proceduto incontrastato, mentre la politica si occupava di demolire l’azione giurisdizionale con una serie di leggi criminogene finalizzate ad agevolare le peggiori degenerazioni affaristiche (Parmalat e Montepaschi, per far due esempi) e la scalata delle organizzazioni mafiose: legge sui pentiti, giusto processo, depenalizzazione del falso in bilancio, ex Cirielli, indulto, indagini difensive, eccetera.

Al tempo stesso si picconavano le conquiste di civiltà, precarizzando il lavoro e mortificando scuola, università, esercito e sanità pubblica.

Ma niente paura: a Trieste abbiamo la stele contro le leggi razziali e il monumento all’esodo istriano. Quindi va tutto bene.

Di targhe, di monumenti e di giornate della memoria ne abbiamo già un certo numero, ma ne servirebbero altre.

Per ricordare agli sbadati l’origine del pensiero unico liberista, garantista ed antistatalista; progenitore della seconda repubblica basata sul bipolarismo, la cui applicazione ha significato la progressiva distruzione della Repubblica.

Di fronte alla quale i tre partiti che dovrebbero rappresentare il popolo italiano si occupano rispettivamente di:

  1. stabilire regole congressuali che garantiscano uno stipendio ad ognuno dei millemila dirigenti (partito A);
  2. trovare un sotterfugio per evitare il carcere all’unico dirigente (partito B);
  3. nascondere la totale assenza di idee dei due unici dirigenti (partito C).

Ci dicono che l’Italia rischia di essere commissariata. MAGARI – dico io – MAGARI!


Toh, l’economia reale

luglio 23, 2012

“Bisogna puntare sull’economia reale”.

Ci voleva un ex rettore della Bocconi per scoprirlo, ma soprattutto bisognava nominarlo senatore a vita e presidente del consiglio per sentirglielo dire.

Già, perché l’Italia di tronisti e ballerine, calciatori e faccendieri è solo la parte più visibile di un paese che ha conosciuto una forsennata terziarizzazione dell’economia, a tutto discapito dei settori primario e secondario. A partire dagli anni ottanta abbiamo visto progressivamente regredire le aree industriali e fiorire le imprese dei servizi. E, parallelamente, mentre la figura dell’operaio subiva un lento ed inesorabile degrado sociale, si affermava una plebe tutta italiana di yuppie di provincia: agenti immobiliari, promotori finanziari, professionisti di vario tipo e basso reddito, giù giù fino all’operatore di call center ed al procacciatore di contratti porta-a-porta.

Ogni lavoro va bene tranne quello nella fabbrica; sporca, inquinante, squalificante.

Il risultato di questo sciagurato processo si riflette in una capitalizzazione di borsa spaventosamente squilibrata sui titoli bancari e assicurativi ed ha prodotto la frantumazione del tessuto industriale (in gran parte di Stato) che aveva garantito il miracolo italiano del secondo dopoguerra e che ci aveva portato al livello economico degli altri paesi europei.

Ora il bocconiano forse scopre (miracolo!) che la ricchezza di un paese la creano gli operai, alla catena di montaggio, al bancone, in officina. Non i broker delle Sim, gli agenti immobiliari o i dipendenti delle sue care banche. Ma, nel frattempo, quante fabbriche sono state chiuse o dismesse? Quanti marchi industriali sono rimasti sul terreno? A quanti miliardi di utili abbiamo rinunciato per assecondare la dottrina delle privatizzazioni ad ogni costo e della terziarizzazione dell’economia?

Chissà se Monti capirà in tempo che, per questi motivi, la prima cosa da fare è una radicale detassazione del lavoro manuale, del reddito delle tute blu, e una politica finalizzata a tutelare e stimolare la produzione industriale e manifatturiera? Temo purtroppo che ormai sia tardi.


Ventennale della strage di via d’Amelio

luglio 19, 2012

Sembrerebbero due mondi diversi. Ieri, nei quotidiani, dominavano le notizie su questioni giudiziarie: intercettazioni, coinvolgimenti di politici (perfino il Capo dello Stato), processi di mafia, impugnazioni e sentenze. Oggi invece si legge di tutt’altro: di soldi. I soldi che i faccendieri della sanità lombarda passavano a Formigoni (nove milioni?); i soldi che mancano nelle casse della Regione Sicilia ma che non mancano nelle tasche dei suoi dipendenti e funzionari (un esercito); i soldi che Berlusconi ha bonificato a Dell’Utri (e a Minetti, a Mora e a una fila interminabile di persone); i soldi che i partiti hanno intascato dal 1994 ad oggi e che temono di non ricevere più; i soldi che le banche hanno truffato ai risparmiatori, piazzando derivati tossici; i soldi degli immensi capitali che le mafie riciclano nell’economia nazionale, soprattutto al nord.

Tutto questo nel ventennale della strage di via d’Amelio, dove morì, con tutta la scorta, Paolo Borsellino, l’ultimo magistrato ucciso nel nostro paese. Già, perché la magistratura ha pagato in Italia un alto tributo di sangue, ma solo fino a quel giorno. Da allora non più, e la ragione è forse che sono stati approntati strumenti più sofisticati e meno “appariscenti” per neutralizzarne l’attività.

Ma perché fu ucciso Paolo Borsellino? La risposta è l’obiettivo principale delle inchieste della procura di Palermo (ma anche di quelle di Caltanissetta e di Firenze) che puntano a squarciare il velo sulla cosiddetta trattativa fra Stato e Cosa nostra, sui mandanti occulti delle stragi del biennio 1992-93, sulle operazioni di riciclaggio che Cosa nostra conduceva all’epoca.

E’ straniante pensare a pool di magistrati e di ufficiali di polizia giudiziaria impegnati in una indagine su fatti così remoti, che dovrebbero figurare nei libri di storia anziché negli atti di un processo. Fatti che, rispetto a quello che accade ora, sembrano archeologia delinquenziale. Autori il cui profilo criminale appare quasi naif, se confrontato con quello di chi, oggi, domina la scena nazionale ed internazionale del malaffare. Non sono infatti più i tempi degli appalti stradali inquinati e gonfiati o delle speculazioni edilizie: ora le cosche mafiose sono holding sovranazionali con interessi planetari.

Eppure siamo ancora qui, a chiederci il perché di quella strage del 19 luglio 1992, e soprattutto il perché della paura che la nostra politica ha, ancora oggi, della verità su quel giorno.

La risposta, forse, viene proprio dalla lettura dei giornali di oggi, dalle notizie sul fiume di denaro che dalle tasche degli italiani finisce nelle mani di politici corrotti e loro clientele, di faccendieri e di mafiosi. Paolo Borsellino morì perché era di ostacolo. Ostacolo a un progetto politico-criminale generico e preciso a un tempo stesso: rubare.