Torniamo in fabbrica

giugno 25, 2020

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Crolla il prodotto interno lordo e la politica è colta dal panico. La pandemia ha semplicemente assestato un colpo fatale a un sistema tragicamente indebolito per nostra responsabilità. Non è un caso se da noi la produzione industriale crolla mentre ciò accade meno pesantemente in Germania e in Francia. Siamo stati noi, negli ultimi decenni, a demolire il nostro sistema industriale, nell’inescusabile e folle convinzione che tutti gli italiani potessero lavorare nel settore terziario. L’ho già scritto qui (al primo punto) e qui: la nostra grave colpa è stata quella di azzerare la grande industria, quasi tutta di Stato, che alimentava anche gli ordinativi per la piccola e media. Abbandonato l’acciaio, il cemento, abbiamo progressivamente rinunciato a produrre automobili e perfino le due ruote, che sono praticamente un nostra invenzione e nelle quali eravamo all’avanguardia. Stessa cosa è accaduta con altri settori come l’arredamento e gli elettrodomestici, l’elettronica (la fine di Olivetti grida ancora vendetta), la chimica e buona parte dell’agroalimentare. Come risultato, per esempio, Parmalat è finita in mano francese e tutto il settore automobilistico (dalla Fiat alla Maserati) è ormai di Parigi. Altro che Ilva: abbiamo permesso alla Citroën di comprarsi la Ferrari! Ma non è solo colpa della politica. Anche noi italiani abbiamo preso a considerare l’industria come una brutta cosa, sporca, inquinante e squalificante. Il mestiere dell’operaio (cioè di colui che produce valore aggiunto) è finito in fondo alla gerarchia sociale, col risultato che intere generazioni preferiscono impieghi precari da rider o operatori di call center all’assunzione a tempo indeterminato in una fabbrica.

Se vogliamo almeno tentare di invertire la tendenza, rivitalizzando quel che resta del nostro sistema industriale, la strada non può essere che quella di un taglio selettivo e potente del cuneo fiscale. Non a tutti, ma solo ai lavoratori dell’industria. Spingendo gli investimenti e le assunzioni nei settori produttivi a scapito dell’enorme e sovradimensionato bacino di imprese del terziario. Un taglio netto, almeno del 50-70%, per consentire a chi sceglie la fabbrica di avere redditi adeguati e alle imprese che producono ed esportano di rialzare la testa.


Due proposte

aprile 14, 2020

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Sono consapevole che in questo momento tutti si affrettano a dire la loro improvvisandosi esperti. Quindi sarebbe opportuno tacere. Ma sento affermazioni talmente allarmanti e inverosimili che mi azzardo a dire un paio di cose.

Ci dicono che l’immissione di liquidità nel tessuto economico potrebbe causare un rovinoso sussidio alle mafie, che già di loro stanno acquisendo aziende sane grazie all’usura.

L’elargizione di sussidi alle famiglie è ostacolato dalla burocrazia che teme di distribuire denari a soggetti che non ne hanno bisogno o diritto.

Si vagheggia di una patrimoniale o di contributi di solidarietà, progetti non realizzabili o che darebbero un contributo assai modesto.

Allora propongo due cose:

– limitazione dell’uso del denaro contante all’essenziale delle piccole spese.

– riduzione della tassazione dei redditi e contestuale innalzamento delle imposte sui consumi.

La proibizione delle transazioni economiche superiori ai 500 euro (o anche meno), oltre a incentivare automaticamente la fedeltà fiscale, toglierebbe lo strumento principale alle organizzazioni criminali. Inoltre impedirebbe ai cosiddetti furbetti di nascondere i propri consumi e di lucrare sovvenzioni non necessarie e/o dovute.

L’aumento della tassazione dei consumi, compensata da simultanea riduzione della tassazione dei redditi, produrrebbe un gettito addizionale a carico di chi ha e quindi spende, lasciando maggiore liquidità nelle tasche di chi ha bassi salari quindi bassi consumi, che perciò non avrebbe a soffrire dell’aumento dell’IVA.


Coronavirus: andrà tutto bene se…

marzo 17, 2020

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Le grandi crisi sono tragedie, ma anche grandi opportunità. Anche l’epidemia di coronavirus, con tutto quello che si porta con sé, può darci la possibilità di rifondare il nostro paese con alcune elementari ma fondamentali operazioni che avremmo potuto fare ma non abbiamo fatto. Forse abbiamo l’occasione di provvedere ora.

Lavoro. Dobbiamo ridare l’importanza che merita al lavoro produttivo, al lavoro che produce valore aggiunto: agricoltura e industria. La forsennata terziarizzazione dell’economia ci ha impoverito tanto quanto la globalizzazione e la finanziarizzazione. Il cuneo fiscale non va tagliato a tutti, ma solo ai lavoratori dell’agricoltura, dell’industria (meccanica, manifatturiera, chimica, farmaceutica, tessile, alimentare eccetera) e del turismo.

Economia. È venuto il momento di eliminare il denaro contante, stroncando l’evasione fiscale e tutte le forme di economia illegale (droga, prostituzione, racket delle estorsioni, lavoro nero, contraffazione, riciclaggio). Non abbiamo sconfitto le mafie con la repressione, ma possiamo farlo rendendo antieconomiche e individuabili le attività illegali. Col tracciamento di ogni pagamento è possibile.

Giustizia. Torniamo al sistema inquisitorio, affidando a un giudice (istruttore) la fase di indagine, mettendo nelle mani di una figura di garanzia i formidabili mezzi tecnologici investigativi di cui disponiamo, sottraendoli al Pubblico ministero, che è una parte. Adottiamo come regola la detenzione domiciliare, limitando ai casi estremi la reclusione in carcere. E legalizziamo il consumo di stupefacenti.

Istruzione. Buttiamo a mare tutte le cazzate carrieristiche sulla meritocrazia e ridiamo dignità alla figura dei docenti di ogni livello, liberandoli inoltre dal demenziale carico di adempimenti burocratici.

Clima. Approfittiamo di questa fase di confinamento personale per ripensare i nostri comportamenti quotidiani e le nostre città. Abbattendo gli spostamenti in automobile e le emissioni.

Sanità. Uniformare i vari sistemi regionali prendendo a modello quelli più efficienti, privilegiando il sistema pubblico rispetto a quello privato.

Burocrazia. Grazie alla tecnologia, possiamo ridurre il peso economico degli apparati burocratici.

Regioni. Aboliamo le regioni a statuto speciale, riduciamo i costi di tutte le regioni, ora gonfiati dalle clientele politiche locali.

Stato. Sconfiggiamo il dogma del privatismo. In Italia lo Stato imprenditore ha avuto grandi meriti, se usato con criterio può risolvere tanti problemi. Al contrario, le privatizzazioni sono state quasi sempre catastrofiche.

Europa. Abbandoniamo l’idea che l’Europa sia madre o matrigna, soggetto che può risolvere i nostri problemi o aggravarli. Facciamo da noi e potremmo essere noi a guidarla, meglio di Francia e Germania che sono colossi con i piedi d’argilla, con problemi grandi quanto i nostri.


La sindrome del nemico della sinistra e del Bene

febbraio 8, 2020

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All’inizio era il Pci, che aveva come nemico da sconfiggere la Democrazia Cristiana. Per quarant’anni i dirigenti del partito più a sinistra dell’Europa hanno indicato il “malgoverno dei democristiani” come il Male da cui liberare il Paese, nella proclamata convinzione di incarnare il Bene. Ma quel nemico divenne istantaneamente amico all’apparire del nuovo avversario, il Cavaliere. E così quelli che erano il Bene e il Male si sposarono prima nell’Ulivo, e poi nell’Unione e nel Partito democratico, per scongiurare il nuovo pericolo per la democrazia e per tutti noi. Tuttavia anche questo nuovo Male divenne presto un soggetto da blandire e da considerare alleato, nella Bicamerale e nelle vagheggiate Larghe Intese, lasciando il sospetto che la raffigurazione che se ne dava era meramente strumentale. Una creazione propagandistica per legittimare se stessi. Questo corteggiamento che mai divenne matrimonio fece da incubatore alla crescita della nuova minaccia: Grillo e i grillini. Ancora una volta la sinistra ha cercato e trovato un nemico contro cui scagliare le sue truppe elettorali, sempre più stanche ed esigue, pur di cavalcare una battaglia da combattere contro qualcosa. Con i consueti esiti infelici, consacrati dalle elezioni del 2018 che hanno fatto del Movimento cinque stelle il primo partito. E di nuovo il nemico si è trasformato immediatamente in alleato contro il successivo nemico per la democrazia e per la Repubblica. L’esigenza ossessiva della sinistra di un avversario da combattere a tutti i costi ha raggiunto il paradosso di trasformare il mediocre e angusto Salvini in un pericolo per la Repubblica e per il convivere civile, in un mostro da esorcizzare.

In questa eterna autorappresentazione di se stessa come portatrice del Bene impegnato contro il Male, la sinistra ha via via creato nuovi miti avversari, favorendone la crescita e il successo elettorale, dimenticandosi al contempo di approfondire i mali della società e le esigenze delle persone. Preoccupata di battere i nemici da se stessa designati, li ha in realtà esaltati e inseguiti malamente, producendo politiche sbagliate e controproducenti. Liberista senza saperlo essere, federalista alla carlona, europeista senza saper dire cosa significa, ecologista solo a parole, ha abbandonato i suoi riferimenti sociali senza sostituirli, fidando sul mantenimento di una platea di elettori fideisticamente affiliati ma inevitabilmente destinata alla progressiva estinzione. Nella ormai cronica e totale sovrapposizione fra politica e propaganda, l’esito di tale autorappresentazione come portatrice del Bene contro il Male è plasticamente dimostrato dal successo a sinistra del movimento delle cosiddette Sardine, gruppi di ragazzi che scendono in piazza con la sola idea di fare propaganda contro la propaganda, incuranti che qualche cosa da dire (e da fare!) bisognerebbe pur averla.

E così la sinistra italiana ha rinunciato a ogni analisi dei mali dell’economia e della società che ci portiamo dietro dalla fine dell’era democristiana, se non dalla fine della guerra, e che ci stanno progressivamente impoverendo, facendo svanire dall’interno di noi stessi quei valori di libertà e di dignità della persona che dovrebbero essere la base della nostra convivenza. Impegnata a difendere un presente già precario contro la presunta minaccia altrui, ha consentito a partiti angusti e mediocri come la Lega e Fratelli d’Italia di conquistare largo consenso elettorale con parole d’ordine e slogan grotteschi, miseri e mendaci. Ha relegato quasi metà dell’elettorato al più rassegnato agnosticismo. Mai ha alzato la testa per affermarsi in positivo e non in negativo, mai ha saputo dare speranza e fiducia nel futuro. E chi non crede in se stesso non verrà mai creduto.


Il ceto medio che ha divorato se stesso

novembre 15, 2019

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Ah, la crisi, signora mia! Parlando della stagnazione economica che sembra attanagliare irrimediabilmente l’Italia da oltre un decennio, si sente dire che essa è dovuta alla scomparsa del ceto medio, che in passato alimentava i consumi su cui si reggeva l’economia nazionale. E la colpa di questa scomparsa è ovviamente della globalizzazione, della finanziarizzazione, della precarizzazione, della politica, del mondo cattivo. Ma se mi guardo intorno e cerco di darmi una risposta da uomo della strada vedo anche altro. Che cos’è, anzi, che cos’era il ceto medio? Banalmente mi viene da dire che è la fascia che sta fra il ceto basso e il ceto alto. Se in basso ci sono i lavoratori con il livello di istruzione minimo (operai e contadini) e in alto le classi agiate e dirigenziali, a metà si trova la popolazione istruita ma non ricca. Insegnanti, professionisti, funzionari pubblici, quadri aziendali. Persone diplomate o laureate con redditi superiori a quelli dei sottoposti o degli addetti alle mansioni di livello inferiore. Ma queste figure sono scomparse? Non mi pare. E allora perché si dice che il ceto medio non c’è più? La risposta, per me, è che non esiste più il ceto basso. O meglio, se c’è, è invisibile, sommerso, residuale. La terziarizzazione esasperata dell’economia ha portato alla progressiva scomparsa della classe operaia e alla marginalizzazione dell’agricoltura, relegando a quelle attività persone sottooccupate, malpagate, immigrate, emarginate. In una parola, i poveri. E se il ceto basso è sprofondato nella povertà, quello che era ceto medio è diventato il ceto basso. Una massa di soggetti che con il proprio reddito riesce a sopravvivere, magari dignitosamente, ma non a trainare i consumi né a realizzare le proprie aspirazioni. Colpa del destino? Non solo. Colpa anche di generazioni intere di italiani che hanno potuto fruire della scolarizzazione di massa pretendendo quindi di accedere a professioni intellettuali o impiegatizie. Mentre le fabbriche chiudevano e nessuno voleva più lavorare in quelle che sopravvivevano, moltitudini di diplomati e laureati, usciti da istituti poco formativi e ancor meno selettivi, alimentavano la domanda di impieghi “da scrivania”. E la società li ha accontentati creando una massa esagerata di posizioni. Mentre sparivano i lavoratori dell’edilizia (ora sono solo stranieri stagionali) esplodeva il numero degli agenti immobiliari. Le aziende municipalizzate erogatrici di servizi (che un tempo impiegavano operai addetti alle manutenzioni e qualche impiegato per la bollettazione) sono diventate megastrutture amministrative popolate da eserciti di dirigenti e funzionari. Gli enti locali si sono gonfiati di impiegati assunti grazie a politici compiacenti, trasformandosi in mastodonti burocratici che divorano se stessi. E quando non bastano gli enti locali, ecco la galassia delle società partecipate. Soggetti di diritto privato che vivono di denari pubblici e stipendiano (lautamente) i raccomandati del posto. Gli ordini professionali hanno imbarcato pletore di mediocri laureati incapaci di fare il loro mestiere, con avvocati, per esempio, che manifestano comiche difficoltà con grammatica e ortografia. Per tacere di broker, consulenti del tutto e del niente, operatori di call center, addetti stampa dell’ufficio di ‘sta cippa.

Tutto ciò ha fatto esplodere i costi dei servizi, mentre quelli delle produzioni (agricole e manufatturiere) rimanevano invariati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Leggendo una bolletta energetica, scopriamo che il l’incidenza della fornitura sul costo totale è passata in pochi anni dall’80-90% a circa il 50%, mentre gli oneri fiscali sono saliti in proporzione per finanziare le strutture amministrative. Il costo di un’automobile è praticamente fermo da vent’anni, mentre quello del pedaggio autostradale è parallelamente raddoppiato. Lo stesso vale per i prodotti alimentari, pagati al produttore quanto vent’anni fa ma con prezzi al consumo triplicati per via della esorbitante catena distributiva, che impiega centinaia di direttori del carrello e dello scaffale.

Questa esplosione dei costi terziari, che ha visto il grande salto all’atto dell’introduzione dell’euro (e quindi la crisi del 2007 non c’entra) non è solo colpa del destino, della cattiva politica o della congiuntura planetaria, ma è dovuta proprio alla pretesa delle masse di diventare “ceto medio”, di salire di livello nella gerarchia sociale, di allontanarsi dai lavori umili per sedersi a una scrivania. Ma gli oneri economici di questo processo hanno eroso gli stessi maggiori redditi che avrebbe dovuto procurare, così che l’ambito ceto medio si è ritrovato ad essere il ceto basso, seguito solamente da una fascia di poveri. Noi tutti siamo compartecipi di questo, della nostra voglia di allontanarci dai lavori umili, di lasciarli a non si sa chi. Tutte le generazioni scolarizzate, i nati dagli anni sessanta in poi, hanno preteso (insisto: preteso) questo innalzamento sociale, ponendo le premesse per il proprio affossamento, con la complicità di un sistema scolastico e universitario che, invece di formare e selezionare, ha regalato un titolo a tutti, illudendo milioni di persone di poter fare un mestiere non raggiungibile e creando in esse l’aspettativa e la pretesa di un rango per il quale erano inadeguate. Eserciti di persone cresciute con la convinzione di avere il diritto di svolgere un lavoro improduttivo di cui non sono capaci.

E così il ceto medio non c’è più. L’insegnante ignorante vive male e guadagna poco. Lo stesso vale per il medico cretino e per il giornalista analfabeta. Eccetera. E la colpa è di tutti noi che siamo dentro questo magma.

Cosa si deve fare? Per avere un ceto medio è necessario che esista un ceto basso. Ma composto di persone vere, a pieno titolo, non di emarginati. Non di immigrati sfruttati o sottooccupati. E per cominciare (sono necessari lustri se non decenni) la prima cosa è ridurre le imposte (il cuneo fiscale) per quella fascia, per il futuro ceto basso. Per i lavoratori dell’agricoltura e del manifatturiero. Sono operai e contadini che creano il valore aggiunto e la ricchezza, non gli agenti immobiliari o gli architetti del nulla. Se un paese produce, crea ricchezza, per tutti. Anche per quello che era e dovrebbe tornare a essere il rimpianto ceto medio.


Analfabetismo al potere

novembre 9, 2019

 

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Ora che la crisi dell’Ilva di Taranto è deflagrata, prolifera l’irrisione per il già ministro dello sviluppo economico Di Maio, additato per la sua proclamata presunzione di aver risolto il problema in pochi mesi, dopo anni di vani tentativi dei predecessori. Pensosi editoriali ci illustrano l’assurdità di aver posto a capo di un dicastero tanto importante “un ragazzino che distribuiva le bibite allo stadio”. Vero. Ma si tratta del singolo aspetto di un problema ben più vasto.

La politica nazionale recente ha avuto come protagonisti principali Di Maio, Renzi e Salvini (in rigoroso ordine alfabetico). Tre fulgidi esempi del fenomeno che potremmo chiamare analfabetismo politico al potere. Dimostra analfabetismo politico un ministro che proclama di aver risolto un problema senza sapere nemmeno quale fosse, soprattutto per averlo fatto rivolgendosi non agli italiani ma solamente ai suoi elettori. Ma il medesimo analfabetismo è quello del ministro dell’Interno che fa propaganda utilizzando le sue funzioni, per salire al paradosso di un Presidente del Consiglio che impegnò il governo e la maggioranza parlamentare in una demenziale riforma costituzionale arrivando a dire che in essa “ci giochiamo tutto”. Ma cosa? Ma chi? Chi si gioca tutto? L’impotenza di un intero paese davanti allo strapotere di soggetti di tal misero spessore è l’esito di decenni di crisi culturale prima che politica. Interi lustri in cui l’Italia non ha mai guardato a fondo i suoi problemi sfruttando le proprie risorse senza saperle valorizzare.

E dire che non sarebbe stato difficile evitare il peggio. Sarebbe bastato, in tanti anni dedicati a riforme costituzionali inutili e dannose, introdurre l’unica che servirebbe: l’incompatibilità del ruolo di ministro con ogni altra funzione, prima fra tutte quella di parlamentare. In Francia, dove la separazione dei poteri è stata concepita fin dai tempi di Montesquieu, così avviene, onde evitare che le cariche di governo siano utilizzate a fini elettorali. E anche per garantire il buon funzionamento dell’esecutivo. Il ministro deve stare lì, al ministero, a far funzionare l’apparato dello Stato, non in giro a fare propaganda o addiritturaa svolgere una professione. Come ebbi già a scrivere qui, se si fosse provveduto a introdurre questa banale ed ovvia modifica della Carta, non ci troveremmo nelle attuali misere condizioni.

Nella passata legislatura assistemmo al triste spettacolo del ministro della Giustizia (Orlando) che invece di stare alla scrivania per affrontare gli enormi problemi del sistema giudiziario (non dico risolverli, ma almeno affrontarli) se ne andava in giro per l’Italia a fare campagna elettorale per se stesso in vista delle elezioni alla segreteria del suo partito! E ci si domanda perché i Tribunali non funzionano? E che dire di quella presidente della commissione Giustizia della Camera dei deputati che, reggendo la carica, continuava a esercitare la professione di avvocato?

Non sarebbe (stato) difficile. Chi assume la carica di ministro deve fare il ministro. E basta. Non il professionista, il parlamentare o il capopopolo. È facile.

 


Contante? Abolirlo, non limitarlo

settembre 25, 2019

 

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Leggo che il governo sembra intenzionato a limitare l’uso del denaro contante come forma di contrasto all’evasione fiscale, e trovo che sia una iniziativa molto positiva anche se arriva in grave ritardo. È appena il caso di ricordare che il governo Monti aveva posto il limite di mille euro alle operazioni con banconote, ma il governo Renzi si era affrettato a innalzarla nuovamente. Come ho già espresso qui, il contante è uno strumento superato, anacronistico, e si deve andare verso la sua totale eliminazione.

L’idea che la moneta cartacea favorisca solamente l’evasione fiscale è infatti riduttiva, perché il suo uso è fondamentale per quasi tutte le attività economiche illegali così come oggi le conosciamo. La sua scomparsa non le eliminerebbe, ma ne renderebbe molto più complessa la realizzazione e, al pari tempo, sarebbe molto più facile la loro individuazione e repressione.

Non può esistere spaccio di strada senza denaro contante, perché è impensabile che un pusher riscuota il prezzo dei suoi commerci con il POS, e quindi, automaticamente, verrebbe meno il fenomeno dei quartieri urbani che attualmente sono ostaggi dei piccoli eserciti di spacciatori di strada. Il fiorente mercato della contraffazione che riversa sui marciapiedi beni di consumo prodotti illegalmente troverebbe un enorme freno nell’impossibilità di acquistare oggetti fuori da luoghi adibiti legittimamente alla vendita. Stesso discorso vale per la prostituzione diffusa nelle vie urbane. Tali attività continuerebbero a esistere, ma necessiterebbero di attività di copertura lecita, sulle quali il Fisco riscuoterebbe le imposte. Inoltre, le sex workers, dovendo essere inquadrate come dipendenti regolari adibite a una qualche mansione legale, avrebbero finalmente una qualche forma di tutela. Taccio sulla corruzione minuta, sui regali, su buste e bustarelle, sulle banconote conservate scientemente fra i documenti fiscali di trasporto merci di cui ben sa chiunque operi nel commercio. Ognuno ci arriva da sé.

Faccio tali esempi perché sono le attività su cui si basa la gigantesca macchina delle mafie nazionali ed estere importate, che vedrebbero nell’abolizione del contante un ostacolo enorme nella prosecuzione delle loro condotte e uno strumento di contrasto formidabile in mano alle forze dell’ordine.

I vantaggi si estenderebbero anche ad altre forme di criminalità non meno odiosa. Le rapine, per esempio. Non avrebbe più senso rapinare banche e neppure abitazioni private, perché una eventuale refurtiva in beni di valore sarebbe invendibile sul mercato della ricettazione, essendo impensabile per un ricettatore fare un bonifico a un rapinatore. Fine quindi dei topi d’appartamento, dei mercanti di opere d’arte rubata, di tombaroli e affini. E se non fine, sicuramente una vita molto più grama e difficile.

Abbiamo a portata di mano uno strumento tecnologico, la moneta elettronica, che può far svoltare la nostra economia e porre l’Italia all’avanguardia in Europa, se saremo i primi a fare questa scelta drastica ma decisiva.

Certo, sopravviveranno le grandi frodi, i grandi evasori che ricorrono ai Paradisi fiscali, ma su di essi potranno concentrarsi le attività di contrasto attualmente disperse nell’inseguimento di piccoli fenomeni di illegalità con costi che superano i ricavi.

Il contante è la linfa delle illegalità, l’acqua vitale delle mafie. Eliminarlo sarebbe un passo avanti epocale, né di destra né di sinistra, né di centro. Sarebbe auspicabile vedere tutti determinati a volerne la fine.

 

 

 


Contanti e pistole

aprile 2, 2019

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Ho scritto qui quelli che secondo me sarebbero i grandi, enormi vantaggi derivanti dall’abolizione del denaro contante e dalla sua sostituzione con moneta elettronica. L’Italia detiene, a quel che si legge, il primato mondiale dell’evasione fiscale e chiunque comprende che la tracciabilità di ogni pagamento è lo strumento che potrebbe sconfiggere questa endemica piaga. Prima o poi ci arriveremo, ed allora guarderemo al passato (cioè il nostro presente fatto di cartamoneta) con lo stesso spirito con cui ora guardiamo all’epoca delle economie basate sul baratto. Con buona pace di filosofi, uomini di fede, politici ed affini, bisogna prendere atto che a migliorare le nostre vite, a cambiare il corso dell’umanità è sempre stata, e presumibilmente sarà, la tecnologia. Oggi abbiamo a disposizione lo strumento tecnologico per sanare le malattie più gravi dell’economia mondiale, ma per ragioni che nessuno vuole ammettere pubblicamente, ci ostiniamo a non volerlo utilizzare.

Evasione fiscale, sommerso, economia criminale, mafie, lavoro nero… Sono tutti fenomeni che con moneta elettronica possono essere eliminati.

Ma ci sono altri benefici meno diretti. Si parla molto, in questi giorni, della legge sulla cosiddetta (sempre) legittima difesa, prefigurando un mondo in cui sarebbe lecito sparare ai malintenzionati che accedono ad una proprietà privata. Sappiamo che tale legge cambierà ben poco, ma va riconosciuto che in tempi recenti assistiamo a una recrudescenza di reati violenti quali il furto in appartamento/villa e le rapine a commercianti. C’entra qualcosa con l’abolizione del contante? Apparentemente no, ma invece sì.

Chi ruba, qualunque cosa rubi (oggetti preziosi, opere d’arte, automobili, motocicli, beni di consumo, eccetera) non lo fa certo per proprio uso, ma per trarne un vantaggio economico che si concretizza con la rivendita di tali beni nel mercato della ricettazione. Mercato che, come ogni attività illegale, esiste grazie alla moneta contante. È infatti inverosimile pensare che un ricettatore faccia un bonifico o un assegno al ladro che gli cede la refurtiva. Sparendo la cartamoneta, sparirebbero anche ladri e rapinatori, e le pistole in casa non servirebbero più.

Vogliamo fare altri esempi? Siccome è difficile immaginare che una prostituta che esercita in strada si doti di POS, senza contante vedremmo sparire anche l’esercizio del mestiere in strada, con grande beneficio per la vita nelle città. La prostituzione certo non sparirebbe, ma dovendosi effettuare sotto la copertura di attività lecite, garantirebbe un minimo di tutela alle donne che la praticano e i relativi proventi fiscali allo Stato.

Di queste elementari considerazioni nulla traccia vi è nel dibattito pubblico, che continua ad alimentarsi di solenni fesserie, quando si continua a non considerare neppure la cosa più elementare da farsi.


Notaio, agenzia, IMU: quanto paghiamo?

novembre 9, 2018

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Quanto spendono gli italiani per gli oneri d’acquisto della prima casa? E quanto pagherebbero di IMU, se venisse ripristinata?

Pescando casualmente in rete ho preso a esempio l’acquisto di un appartamento di circa 100 mq a Mantova (esempio di città media), per un valore catastale di 130 mila euro, da parte di una famiglia di tre persone (genitori ed un figlio).

In base alle informazioni reperibili, la provvigione per l’agenzia immobiliare varierebbe fra il 3% ed il 4%, mentre la parcella del notaio, prevedendo anche la stipula di un mutuo, sarebbe intorno ai 3.500 euro. Con un calcolo molto approssimativo, si arriva ad un esborso netto intorno agli ottomila euro per notaio ed agenzia. Per quello che riguarda l’IMU 2012 (l’ultima che abbiamo pagato sulla prima casa), la simulazione che ho trovato porta ad un importo di circa 256 euro all’anno.

Quindi, con un calcolo assai approssimativo, si arriva alla conclusione che gli oneri notarili e di agenzia assommano al corrispondente di 30 anni di IMU.

Chiunque abbia acquistato la propria abitazione principale in tempi recenti può ripescare la cartellina della compravendita e fare una verifica.  Temo che la proporzione si quella: gli oneri equivalgono ad alcuni decenni di IMU.

Occorre allora riflettere. La politica italiana discute da quasi trent’anni dell’imposta sulla prima casa, e si sono consumate campagne elettorali sulla sua abolizione. Gli italiani hanno votato questo o quel partito a seconda delle promesse fatte in materia di ICI o di IMU sull’abitazione principale. Eppure gli stessi italiani, al momento di comprare, versano senza fiatare al notaio ed all’agente immobiliare una somma che coprirebbe l’imposta per interi decenni.

E dire che il notaio altro non fa che pochi clic, dal momento che catasto ed anagrafe sono interamente digitalizzati, sicché la stipula è un atto meramente compilatorio. Taccio sull’agente immobiliare, che si limita ad aprire la porta dell’appartamento ed a mostrarlo: ingresso, cucina, soggiorno, camere, bagno (ma veramente? È il bagno? Chi l’avrebbe mai detto!)

Al contrario Stato e Comune, cui andrebbe il versamento di un modesto importo annuale di IMU, ci offrono servizi ben più importanti; criticabili ed imperfetti, ma pur sempre più rilevanti di quelli dei privati di cui sopra. E bisogna aggiungere che, con la contribuzione IMU ai Comuni, ciascuno di noi contribuirebbe a mantenere alto il valore del proprio immobile. Infatti il valore di una casa non dipende dalla sua materialità, ma dalla qualità dei servizi della città in cui si trova. Pagando l’ICI/IMU, contribuiremmo a migliorare le nostre città, e quindi a tenere alto il valore della nostra casa.

Una politica razionale dovrebbe rimuovere l’obbligo del rogito notarile, rendendo possibile l’accatastamento della compravendita innanzi ad un pubblico ufficiale (dietro corresponsione di imposta di registro), e ridurrebbe per legge l’entità della provvigione di agenzia. Al contempo andrebbe ripristinata l’imposta anche sulla prima casa (ICI o IMU che sia), che sarebbe ossigeno per le casse pubbliche, pur non avendo un peso eccessivo sulle famiglie (basso importo e larga base imponibile sono ingredienti di una tassazione equa e proficua).

E invece nulla di tutto ciò, continuiamo a discutere di altre scemenze.


Debito pubblico e illegalità

ottobre 27, 2018

 

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Nei quotidiani di questi giorni dominano due notizie: il conflitto fra Governo italiano e Istituzioni sovranazionali (Commissione europea e Bce) e la tragica morte di una ragazza minorenne nel quartiere di San Lorenzo, all’interno di uno stabile abbandonato e divenuto area di spaccio di stupefacenti. Qualcosa che lega queste due notizie? Apparentemente no, ma in realtà sì.

Come ho scritto qui, lo strumento che ci consentirebbe di uscire dalle problematiche del nostro bilancio cronicamente in passivo, a mio modesto parere, è l’abolizione del denaro contante. La conseguente emersione dell’economia illegale o semi-legale e la possibilità di rendere irrilevante l’evasione fiscale, darebbero allo Stato risorse finanziarie aggiuntive e soprattutto la possibilità di trattare con le istituzioni sovranazionali soluzioni per superare il problema del debito pubblico.

Simultaneamente l’abolizione del denaro contante sarebbe il colpo di grazia per alcune forme di illegalità, quali appunto lo spaccio di strada. Se esistono aree urbane di fatto sottratte alla vita civile dai pusher di droga, lo si deve alla possibilità di acquistare stupefacenti con denaro liquido. Se il contante non esistesse, chi traffica in sostanze illegali dovrebbe trovare attività lecite di copertura: non riesco infatti ad immaginare un pusher con il POS che riceve il pagamento delle dosi a mezzo carta di credito.

Lo stesso avverrebbe per altre attività illecite come la prostituzione di strada o la vendita di beni contraffatti.

Peccato che nessuno abbia il coraggio di sostenere questa prospettiva in maniera adeguata. L’ottimo Cottarelli, che appare continuamente in televisione, e che è stato alto funzionario del Fondo Monetario Internazionale, sembra dimenticare che l’abolizione del contante è fortemente consigliato ai governi dallo stesso Fmi.

E l’Italia, paese dell’illegalità diffusa, madre delle mafie ed afflitta dall’infedeltà fiscale, potrebbe divenire grazie ad essa guida dell’innovazione economica mondiale. E forse non avremmo neppure casi come quelli della povera Desirée.


Incompatibilità fra parlamentare e ministro

ottobre 17, 2018

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Tutte le critiche alla manovra economica in corso d’elaborazione e, più in generale, all’attività del Governo, cozzano contro un dato di fatto: Movimento 5 Stelle e Lega godono di grande consenso, e con essi i rispettivi leader “populisti” Di Maio e Salvini, i quali si fanno forza dei risultati elettorali e dei sondaggi. Ma la stampa ad essi ostile non si dà pace, prefigurando la catastrofe che ci attende a causa della scelleratezza della maggioranza.

Hanno ragione i primi, nel rivendicare la guida del Governo, ma hanno ragione pure i secondi, nel denunciare l’anomalia di un Ministro dell’Interno che utilizza la sua carica a fini propagandistici e le molteplici contraddizioni fra i proclami elettorali del M5S e la prassi di Governo.

Questo conflitto è figlio di una delle nostre tante malattie: la cronica e malsana compenetrazione fra maggioranza parlamentare e Governo, fra gruppi parlamentari e Ministeri. La Repubblica è nata nello spirito resistenziale, ed era logico pensare che il Governo avrebbe dovuto essere formato dai leader dei principali partiti. Questo principio però, negli anni, ha perso la sua valenza positiva, finendo per inquinare il funzionamento delle istituzioni. Fin dal primo dopoguerra, infatti, i vertici dei partiti hanno sommato la funzione propagandistica in chiave elettorale e quella di gestione della cosa pubblica, utilizzando le cariche di Governo per conquistare e consolidare il consenso. La situazione attuale, che vede Salvini e Di Maio impegnati a varare misure economiche rivolte alle rispettive basi elettorali, è la stessa che si ripete da sempre. I capi dei partiti che vincono le elezioni corrono ad occupare i ministeri di spesa per ricompensare gli elettorati.

Lo si poteva evitare, o quantomeno limitare? Forse sì. Con l’unica riforma costituzionale che ci avrebbe giovato ma che nessuno mai ha provato neppure a proporre: l’incompatibilità fra la carica di parlamentare e quella di Ministro o sottosegretario, esattamente come avviene in Francia, paese dove, guarda caso, hanno inventato la separazione dei poteri (in questo caso legislativo ed esecutivo).

In un sistema del genere, il capopartito che raccoglie voti promettendo di buttare a mare i migranti, non può poi (far credere di) farlo realmente utilizzando la carica di ministro dell’Interno. E chi ha fatto campagna elettorale promettendo di regalare caramelle a tutti, non può utilizzare la sua posizione in Consiglio dei Ministri, in posizione sovraordinata a quella del Ministro dell’Economia, per farlo veramente.

Chi si presenta alle elezioni, se eletto, viene votato per stare in Parlamento, dove appunto si parla. Non per fare il Ministro. Così dovrebbe essere. E se nei decenni passati avessimo avuto Governi composti da persone competenti, indicate sì dai partiti, ma non direttamente coinvolte nella raccolta del consenso, forse ora avremmo un debito pubblico un po’ più basso. Perché un Ministro non parlamentare, indicato dai partiti ma nominato dal Capo dello Stato, avrebbe (avuto) forse la forza di dire “no”, almeno qualche volta. “No, non si può fare perché i soldi non ci sono”.

In più i Ministri dovrebbero stare al Ministero, a far funzionare la macchina statale, e non altrove a fare politica. Mi sovviene il triste esempio del Ministro della Giustizia Orlando, il quale, invece di lavorare in via Arenula (dove ce ne sarebbe assai bisogno, visto lo stato della nostra Giustizia) se ne andava in giro a far campagna per se stesso al congresso del suo partito. Non è un caso vedere poi i processi celebrati nei tendoni del cortile del tribunale (come a Bari), perché la sede è inagibile.

Ma una simile riforma mai è stata neppure proposta, e siamo qui, a pagare miliardi in interessi, a dolerci dell’Italia che non funziona ed a discutere di baggianate.


Costi europei e costi regionali

ottobre 12, 2018

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Qualche giorno fa mi è capitato di leggere un articolo del blog di Beppe Grillo che denuncia i costi asseritamente esorbitanti dell’Unione europea, ovvero, più precisamente, delle sue istituzioni. Un lungo elenco di voci di spesa che assommano, stando al testo, a circa due miliardi di Euro. Scandalo!

Chiunque pensi che per il funzionamento dell’UE due miliardi siano troppi, dovrebbe farsi un’idea dei costi della nostra burocrazia, e, per fare un bell’esempio, delle burocrazie regionali. Ho scaricato dal sito della Regione Friuli Venezia Giulia il bilancio di previsione per il triennio 2018-2020, e riporto qualche numero.

Il bilancio complessivo per il 2018 è di circa 8.300 milioni di Euro ed il 31,5% è assorbito dai costi della sanità regionale, che copre tutte le prestazioni, dal momento che la Regione FVG non aderisce al sistema sanitario nazionale ma ne ha uno proprio (S.S.R.), interamente gestito in loco. Tale voce di spesa è di poco inferiore a quella per “servizi istituzionali, generali e di gestione”, cioè se capisco, ai costi della burocrazia regionale: consiglio, giunta, ma soprattutto apparati (stipendi a dipendenti e funzionamento degli uffici). In numeri, se ne va in burocrazia il 31,7% dell’intero bilancio, pari a 2.600 milioni di Euro (oltre due miliardi e mezzo). Più di quanto costano le istituzioni europee, le quali però interessano circa 500 milioni di cittadini, contro il milione e duecentomila della Regione FVG.

In lire, sarebbero più di cinquemila miliardi all’anno.

La Regione FVG spende per il suo funzionamento più di quanto stanzia per la salute dei suoi abitanti; fanno circa duemila euro all’anno per ogni residente. Una cifra molto superiore a quella delle altre regioni, che sarebbe giustificata dallo statuto speciale. Mi pare di poter dire che sarebbe meglio fare a meno di tale specialità. Ognuno può farsi un’idea di quanti benefici potrebbero derivare alla popolazione del Friuli Venezia Giulia se una somma del genere fosse investita in servizi, o più semplicemente sottratta al prelievo fiscale.

Sono numeri che parlano da soli e non serve che aggiunga parole, salvo pensare che l’Europa matrigna che tanto ci vuole male, davanti a queste cifre, dovrebbe inviare in Italia non la Trojka o qualche occhiuto e severo commissario, ma forse i carri armati.

Riporto qui sotto la tabella scaricata dal sito ufficiale della Regione, sezione amministrazione trasparente.

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Cuneo fiscale

ottobre 5, 2018

 

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L’elevato debito pubblico ci impedisce di abbassare realmente le tasse. Ma l’elevata pressione fiscale sfavorisce le imprese italiane rispetto a quelle straniere e di conseguenza il nostro prodotto interno lordo non cresce a sufficienza. Anzi, proprio il peso fiscale induce le industrie italiane a delocalizzare ed è la prima causa del nostro declino industriale. Spezzare circolo vizioso debito pubblico-alta fiscalità-elevato costo del lavoro-bassa crescita sembra impossibile, ma siamo sicuri che sia così? Forse no. Forse bisognerebbe cominciare a distinguere lavoro e lavoro, e dire che non tutte le imprese sono uguali. Una cosa è l’impresa che produce beni di consumo (tipo componentistica elettronica), e deve competere sul mercato internazionale con paesi strutturalmente avvantaggiati per le più svariate ragioni (bassi salari, poche tutele sindacali eccetera); altra cosa è l’impresa – per esempio – che fornisce servizi alla Pubblica Amministrazione (tipo i pasti alle mense comunali), e che quindi non soffre la concorrenza cinese o romena. È il primo tipo di impresa che soffre per l’eccessivo cuneo fiscale, fino al punto di dover scegliere fra chiusura e migrazione all’estero, mentre il secondo no. Quindi è solo per il primo tipo di imprese che va ridotto – e drasticamente – il peso fiscale e contributivo su lavoro e produzione (quello che si chiama cuneo). Negli ultimi venti anni l’Italia ha visto quasi scomparire interi settori della propria industria: automobili, ciclomotori, aviazione, acciaio, eccetera. Eppure erano settori nei quali eravamo ben presenti. È mai possibile che in Italia si producano la Fiat 500 e la Lamborghini Diablo ma quasi nessun modello di auto nella fascia intermedia? È mai possibile che i motorini, invenzione italiana, siano quasi scomparsi dalla nostra produzione? Secondo me la strada è quella della defiscalizzazione mirata. Non riduzione delle tasse su imprese e lavoro a tutti, ma solo alle imprese del settore produttivo e manifatturiero, lasciandolo invariato per le imprese di servizi. Il minor introito fiscale sarebbe compensato dal minor ricorso alle importazioni e dalla crescita dell’occupazione. Fesseria o Uovo di Colombo?


Abolizione del contante

ottobre 2, 2018

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Evasione fiscale, lavoro nero, economia sommersa, corruzione, e soprattutto mafia.

Non sono questi i mali che la Repubblica italiana si porta dietro da sempre? I fardelli della nostra economia che schiacciano intere regioni in un eterno ed immutabile sottosviluppo? Gli ineliminabili virus dell’immoralità e dell’illegalità nazionale di cui vergognarsi al cospetto degli altri paesi europei? Quando i nostri governanti alzano la voce contro l’Europa, asseritamente matrigna, come non pensare alla inevitabile risposta che ci meritiamo da parte di uno straniero: “parlate voi che alimentate le mafie, che stanno ammorbando l’intero continente”; “parlate voi che siete la patria dell’evasione fiscale e della corruzione…” E via così.

Giustificati o no che siano tali giudizi, è fuor di dubbio che l’economia illegale, semilegale, sommersa, è il male dell’Italia. Il cancro che fin dall’Unità comprime l’intero meridione e che sta metastatizzando tutto il territorio. Gli italiani vi sembrano rassegnati, come se l’illegalità fosse un tratto ineluttabile della nostra collettività, come se le mafie fossero realtà ineliminabili, più forti delle stesse istituzioni repubblicane. Forse le risorse morali per ribaltare questo stato di fatto non ci sono, ma, come sempre è avvenuto nella storia dell’umanità, non sono le religioni, le filosofie o le morali a produrre i cambiamenti. Sono la scienza e la tecnologia. È solo grazie al progresso scientifico e tecnologico che siamo usciti dalle caverne ed ora siamo quello che siamo. Ed è la tecnologia che ci offre ora la possibilità di sconfiggere il male dell’economia illegale, sostituendo il denaro contante con moneta interamente elettronica e tracciabile.

Il traffico di stupefacenti, di esseri umani; lo sfruttamento della prostituzione; lo smaltimento illegale dei rifiuti; il racket delle estorsioni, il business delle contraffazioni; il voto di scambio; la corruzione e l’inquinamento della vita pubblica; sono questi i fondamenti dell’economia illegale e mafiosa da cui sgorga il denaro sporco che, grazie a sofisticati canali di riciclaggio, si trasforma in immensi capitali sottratti alla fiscalità che vanno ad inquinare l’economia legale. Tutto ciò prospera grazie alla moneta contante. In un mondo in cui ogni pagamento è tracciato, realizzarli sarebbe molto più difficile ed in taluni casi impossibile. Per converso, sarebbe assai facile smascherarli. Ed i benefici per le finanze pubbliche sarebbero enormi.

Sebbene non mi piaccia citare chi non è più con noi, non posso non ricordare l’insegnamento di Giovanni Falcone: follow the money. Solo così si batte la mafia. Ai suoi tempi non era possibile come lo è oggi; oggi che ogni pagamento può essere tracciato. Basta volerlo.

E non è solo questione di mafia. Pensiamo al lavoro nero. Ai lavoratori sfruttati e sottopagati. O al fenomeno degli affitti in nero. Generazioni di studenti hanno versato a proprietari di immobili nelle città universitarie capitali enormi sottratti al bilancio delle rispettive famiglie, procurando ad essi un reddito esentasse che, integrato negli anni, ha consentito l’accumulo di grandi fortune. Pensiamo alla sistematica evasione dell’iva di professionisti ed artigiani, o al business delle lezioni private. Tutti fenomeni che contribuiscono a fare dell’Italia il paese dell’arrangiarsi, e per questo degli arrangioni, dei trafficoni. Un paese che perseverando in essi si condanna ad essere arretrato fra i paesi sviluppati, o sviluppato fra quelli arretrati. Un paese sempre in mezzo al guado della mediocrità, condannato ad una perenne condizione di semi-miseria.

È giunto il momento di fare un passo avanti e di uscire da questo stato. Di mettersi all’avanguardia tecnologica e morale dell’Europa e di abolire la moneta contante. Abbassandone progressivamente la soglia per operazione: a 500 euro, poi a 100, a dieci ed infine a zero. Non mi espongo a fare cifre sui vantaggi per la finanza pubblica, ma i dati che si leggono parlano chiaro. Sarebbero 36 i miliardi che lo Stato perde annualmente per l’evasione dell’iva; mentre l’evasione fiscale nel suo complesso ammonterebbe ad oltre 110 miliardi annui. Cifre che farebbero dello Stato italiano il più virtuoso d’Europa.

Ed invece il dibattito pubblico si avviluppa in futilità come gli ottanta euro, la flat tax o il reddito di cittadinanza. Strumenti ridicoli in un paese a bassissima fedeltà fiscale come il nostro. Che senso ha elemosinare di 80 euro un lavoratore dipendente che nel tempo libero lavora in nero? Che senso ha elargire il reddito di cittadinanza nel paese dei finti poveri, dei nullatenenti e nullafacenti con la Bmw in cortile? Che senso ha concedere la flat tax ad una platea di autonomi dove vi è chi dichiara tutto, chi dichiara una parte e chi dichiara nulla? Eppure queste grottesche misure, che stanno mettendo in subbuglio il continente, costano poche decine di miliardi di euro, molto meno di quel che si ricaverebbe dalla fedeltà fiscale garantita automaticamente dall’abolizione del contante.

I benefici non sarebbero solamente di carattere fiscale. Sparirebbe lo spaccio di strada: fine dei quartieri ghetto, ostaggio del mercato fra spacciatori di droga e consumatori. Fine anche della prostituzione di strada. Chi svolge o sfrutta tali attività (non mi illudo che scompaiano) dovrebbe trovare adeguate coperture lecite, pagando le tasse e risultando più facilmente individuabile. Anche fenomeni criminali violenti come le rapine diverrebbero impraticabili. Senza denaro contante e senza ricettatori non ha senso fare rapine.

Se non sembrano sufficienti tali argomenti (ed a me pare che lo siano) ve n’è uno ulteriore. L’abolizione del contante è un auspicio delle autorità monetarie internazionali, Fmi e Bce in testa. Adottandolo come prima nazione, l’Italia si porrebbe all’avanguardia e potrebbe avanzare in contropartita alcune sacrosante richieste: un serio contrasto ai paradisi fiscali (chi se non il Fmi può farlo?); l’individuazione dei capitali illeciti sottratti alla nostra economia, ed un piano serio e collettivo per la neutralizzazione del debito pubblico. Vogliamo restare in eterno ostaggi dei nostri creditori? O vogliamo buttarci alle spalle questa condizione? Lo strumento c’è: il cigno nero dell’economia italiana non è l’uscita dall’Euro, ma l’abolizione totale del denaro contante, congiuntamente all’adozione di seri strumenti di contrasto all’economia illegale.

PS: Ho cercato in rete pareri contrari a questa proposta. Ho trovato solo argomenti sugli stati orwelliani (come se il web non sapesse già tutto di noi!) oppure baggianate sulle vecchiette in drogheria, sul gancio dei carrelli del supermercato o sulle paghette ai figlioli. Idiozie. Sarebbe il caso che l’informazione facesse fronte comune su questa prospettiva, che non è né di destra né di sinistra, né populista né europeista. È solo di buon senso.


La repubblica subalterna

luglio 15, 2015

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L’epilogo della trattativa fra il primo ministro greco e le potenze economiche europee ha scosso i sapienti pensatori del nostro giornalismo, i quali hanno letto nella vicenda nientemeno che una forma di sottomissione del popolo greco ai voleri del governo tedesco, in spregio ai principi democratici. Caspita. Ed alcuni si sono perfino avventurati ad immaginare che un processo analogo si sarebbe verificato nel 2011 – udite udite – ai danni dell’Italia, quando i poteri europei (politici ed economici) imposero il governo Monti, sfrattando Berlusconi e sbarrando la strada ad una possibile vittoria della sinistra (più vendoliana che bersaniana) nelle elezioni che parevano imminenti. Ma vi rendete conto? Ci vogliono dire costoro che in Italia non comandiamo noi italiani, attraverso i parlamentari da noi eletti, bensì le burocrazie economiche e politiche straniere. Roba da non credere; ma nemmeno da immaginare.

Ci si dimentica che la sudditanza nazionale a potenze straniere è un dato genetico della nostra Repubblica che, uscita dalla guerra, trovò sotto l’ala protettrice degli Stati Uniti la possibilità di risollevarsi economicamente. Nello scacchiere europeo della Guerra fredda, l’Italia divenne la propaggine filoamericana in Europa, ottenendo in cambio la tutela economica del sistema paese e della moneta nazionale. La nostra sovranità politica fu barattata con il progresso materiale della popolazione, come plasticamente dimostrato dal fatto che, mentre il debito pubblico galoppava verso il 100% e più del PIL, le agenzie di rating pilotate da Washington perseveravano a quotarlo con la tripla A. Tanto che la lira oscillava rispetto al marco in risonanza con l’andamento del dollaro. Finita la guerra fredda, e svanita la sua importanza geopolitica, l’Italia ha dovuto cercarsi un’altra protezione, e l’unico ombrello disponibile era quello europeo. Sotto il quale ci siamo infilati con la cieca presunzione di essere partner alla pari degli inglesi e dei francesi, che la guerra l’avevano vinta e non persa, o dei tedeschi, che nel frattempo avevano ripristinato quello che per tutto il XX secolo è stato (ed è tutt’ora) il sistema industriale più potente del continente. E ci meravigliamo se ci trattano da inferiori? Ci meravigliamo se non ci lasciano scegliere il nostro governo? Dalla nascita della repubblica, per quarant’anni, i nostri governi sono stati decisi all’estero; chi poteva illudersi che le cose cambiassero da sole? La letteratura su come i governi americani impedirono l’affermazione delle sinistre è vasta, e dovrebbe essere conosciuta. Ora siamo in una fase diversa, ma non nuova. Chi scrive sui giornali e fa opinione (e spesso fa l’opinione dei politicanti che poi prendono le decisioni che ci riguardano) dovrebbe rammentare questi fatti a se stesso ed al lettore. Che poi magari si orienta meglio ed evita di dar credito a chi irride il povero Tsipras per essersi “arreso”, in un paese i cui primi ministri hanno sempre obbedito agli ordini.

La nostra colpa principale è di non essere stati capaci – in settant’anni – di strutturarci al nostro interno e di dotarci di uno apparato statale funzionante. Se nemmeno gli italiani hanno rispetto del loro Stato, dovrebbero averlo i tedeschi?


Cuneo fiscale e valore aggiunto

settembre 15, 2014

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Premetto di economia non mi sono mai occupato ed infatti non ne ho mai scritto. Ma oggi ho letto su Il Piccolo questo articolo http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2014/09/15/news/altri-1-400-finiti-in-strada-senza-fine-la-crisi-di-lavoro-1.9931192 da cui estraggo un passaggio sull’occupazione nella provincia di Trieste: gli occupati sono scesi in cinque anni da 95.782 a 90.971 dei quali 761 in agricoltura, 17.785 nell’industria e ben 72.426 nei servizi.

Detta fuori dai denti, Trieste, che in un tempo non lontano era una città industriale, si è trasformata in un paesone di impiegati e commercianti. Per quanto strano possa sembrare, anche su scala nazionale i rapporti fra le tre categorie di impiego (primario, secondario e terziario) non sono molto diverse. In Italia, infatti, è in corso da oltre trent’anni un lento processo di de-industrializzazione che sposta risorse dall’industria ai servizi, alimentato anche da una propensione sociologica a rifiutare i lavori manuali a favore di quelli intellettuali, creando un contesto nel quale – complice un sistema scolastico e universitario scarsamente formativo e poco selettivo – ognuno si ritiene destinato ad occupare un posto alla scrivania e non in fabbrica o nei campi.

Consultando i dati ISTAT di questo rapporto http://www.istat.it/it/files/2013/07/Fascicolo_CIS_PrimiRisultati_completo.pdf, ho rilevato qualche dato. Dal 2001 al 2011 il numero di addetti nel settore agricolo è calato del 33,9% e nel settore industriale del 17,5%. Nel medesimo periodo si registra un aumento del 15,3% nel commercio e del 20,5% negli altri servizi.

In numeri assoluti, su circa 60 milioni di abitanti, di cui circa 24 milioni attivi e 20 milioni impiegati come lavoratori dipendenti, gli addetti dell’industria (compresi dirigenti, quadri ed impiegati) sono solamente 4 milioni e quelli del settore agricolo 64.000.

In un quadro come questo, ritengo modestamente che si dovrebbe tentare di invertire la tendenza, favorendo gli investimenti e l’occupazione nei settori primario e secondario. Come? Usando la leva fiscale: invece di distribuire 80 euro/mese una tantum a tutti, si dovrebbe concentrare il taglio del cuneo fiscale nei settori produttivi di valore aggiunto, cioè, appunto, agricoltura ed industria.

A tal riguardo, da totale inesperto, azzardo un calcolo di massima, che sarà pure totalmente sballato, ma forse no.

Partiamo da Trieste, presa ad esempio, che conta 90.000 persone attive, di cui 72.000 nel terziario. Di queste, stimiamo in 50.000 quelle beneficiate dal bonus degli 80 euro. Per otto mensilità (questo dice il decreto) fanno in totale 32 milioni di euro che il fisco ha perduto e che si disperderanno in rivoli. Immaginiamo invece di distribuirli ai 18.000 lavoratori dei settori produttivi, ovvero alle aziende dove sono impiegati: fanno circa 1.800 euro per ciascuno. Il che significa, molto ma molto all’incirca, che lasciando all’impresa il corrispettivo, ogni 15 addetti ci sarebbe un risparmio pari al lavoro di uno. Ovvero, in caso di investimento in occupazione, un nuovo assunto ogni quindici dipendenti, e si tratterebbe di occupazione in settori che creano ricchezza. Alternativamente, sarebbe un abbattimento dei costi di produzione con conseguente guadagno in competitività sui mercati.

Tentando di generalizzare il calcolo all’intero paese, valutiamo in 3,5 milioni gli addetti dei settori primari e secondari (operai e lavoratori agricoli) cui applicare un taglio del cuneo fiscale pari a 1.800 euro annui. Ne conseguirebbe un minore introito per l’erario di 6,3 miliardi di euro. Ed infatti il bonus Renzi (80 euro mensili a circa 10 milioni di lavoratori dipendenti per otto mensilità) costerà 6,5 miliardi di euro. In altre parole, con la stessa somma del bonus Renzi si potrebbe tagliare di circa 1.800 euro all’anno il cuneo fiscale sul lavoro produttivo di valore aggiunto, con immediato effetto sulla competitività dei prodotti dell’industria e dell’agricoltura nazionale.

So bene che è il calcolo di uno che non ne sa nulla ed è probabilmente una fesseria. Ma forse no.


Renzi e la mafia

agosto 13, 2014

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Fra Senato e gite coi boy scout, leggi elettorali e battute sui “vù cumprà”, trojke e ottantaeuro, dal dibattito pubblico è completamente scomparsa la criminalità organizzata. Digerito il fenomeno Saviano, esorcizzato da Napolitano lo spettro di Gratteri al ministero della Giustizia, confinato nell’oblio il balletto permanente sull’autoiriciclaggio (basta un decreto che cancella una riga nell’art. 648 ter del codice penale), l’Italia si è dimenticata di essere la culla delle mafie. Senza mai domandarsi se per caso è proprio la criminalità ad impedirci di avere un’economia decente. Il verso non è cambiato, se non in peggio. Ora tutti insieme, “destra” e “sinistra”, rimuovono il cancro che ci portiamo dentro da sempre.


Ce lo chiede l’Europa

febbraio 3, 2014

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Allungare i tempi di prescrizione al fine di combattere corruzione e criminalità economica. La sola corruzione ci costa sessanta miliardi l’anno, cui vanno sommati i centocinquanta dell’evasione fiscale. Altro che i sei miliardi della privatizzazione di Poste Italiane.

L’emergenza è questa, non la legge elettorale o il sessismo.

Renzi, Grillo, Letta. Diamoci una mossa.

 


La seconda repubblica

settembre 24, 2013

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Nelle prime pagine di oggi c’è tutta l’Italia di questo inizio di terzo millennio.

L’unica impresa nazionale di telecomunicazioni, a suo tempo regalata dal governo D’Alema ai capitani coraggiosi della speculazione, viene svenduta ai concorrenti spagnoli; nella giornata in cui si celebra il predominio di un paese – la Germania – dove le telecomunicazioni sono saldamente in mano allo Stato.

la Direzione antimafia di Milano provvede ad arrestare gli eredi di Vittorio Mangano: mafiosi felicemente installatisi nel cuore dell’imprenditoria lombarda.

E’ la plastica rappresentazione dell’esito del percorso cominciato con la fine dell’era democristiana: mentre le imprese pubbliche (dei carrozzoni o dei gioielli, a seconda dalla convenienza del momento) venivano regalate a capitani d’industria assistiti ed avidi di lucrare sulla pelle degli italiani, i boss mafiosi salivano al rango di imprenditori per impadronirsi dell’economia ricca del nord.

Un cammino che ha proceduto incontrastato, mentre la politica si occupava di demolire l’azione giurisdizionale con una serie di leggi criminogene finalizzate ad agevolare le peggiori degenerazioni affaristiche (Parmalat e Montepaschi, per far due esempi) e la scalata delle organizzazioni mafiose: legge sui pentiti, giusto processo, depenalizzazione del falso in bilancio, ex Cirielli, indulto, indagini difensive, eccetera.

Al tempo stesso si picconavano le conquiste di civiltà, precarizzando il lavoro e mortificando scuola, università, esercito e sanità pubblica.

Ma niente paura: a Trieste abbiamo la stele contro le leggi razziali e il monumento all’esodo istriano. Quindi va tutto bene.

Di targhe, di monumenti e di giornate della memoria ne abbiamo già un certo numero, ma ne servirebbero altre.

Per ricordare agli sbadati l’origine del pensiero unico liberista, garantista ed antistatalista; progenitore della seconda repubblica basata sul bipolarismo, la cui applicazione ha significato la progressiva distruzione della Repubblica.

Di fronte alla quale i tre partiti che dovrebbero rappresentare il popolo italiano si occupano rispettivamente di:

  1. stabilire regole congressuali che garantiscano uno stipendio ad ognuno dei millemila dirigenti (partito A);
  2. trovare un sotterfugio per evitare il carcere all’unico dirigente (partito B);
  3. nascondere la totale assenza di idee dei due unici dirigenti (partito C).

Ci dicono che l’Italia rischia di essere commissariata. MAGARI – dico io – MAGARI!


Toh, l’economia reale

luglio 23, 2012

“Bisogna puntare sull’economia reale”.

Ci voleva un ex rettore della Bocconi per scoprirlo, ma soprattutto bisognava nominarlo senatore a vita e presidente del consiglio per sentirglielo dire.

Già, perché l’Italia di tronisti e ballerine, calciatori e faccendieri è solo la parte più visibile di un paese che ha conosciuto una forsennata terziarizzazione dell’economia, a tutto discapito dei settori primario e secondario. A partire dagli anni ottanta abbiamo visto progressivamente regredire le aree industriali e fiorire le imprese dei servizi. E, parallelamente, mentre la figura dell’operaio subiva un lento ed inesorabile degrado sociale, si affermava una plebe tutta italiana di yuppie di provincia: agenti immobiliari, promotori finanziari, professionisti di vario tipo e basso reddito, giù giù fino all’operatore di call center ed al procacciatore di contratti porta-a-porta.

Ogni lavoro va bene tranne quello nella fabbrica; sporca, inquinante, squalificante.

Il risultato di questo sciagurato processo si riflette in una capitalizzazione di borsa spaventosamente squilibrata sui titoli bancari e assicurativi ed ha prodotto la frantumazione del tessuto industriale (in gran parte di Stato) che aveva garantito il miracolo italiano del secondo dopoguerra e che ci aveva portato al livello economico degli altri paesi europei.

Ora il bocconiano forse scopre (miracolo!) che la ricchezza di un paese la creano gli operai, alla catena di montaggio, al bancone, in officina. Non i broker delle Sim, gli agenti immobiliari o i dipendenti delle sue care banche. Ma, nel frattempo, quante fabbriche sono state chiuse o dismesse? Quanti marchi industriali sono rimasti sul terreno? A quanti miliardi di utili abbiamo rinunciato per assecondare la dottrina delle privatizzazioni ad ogni costo e della terziarizzazione dell’economia?

Chissà se Monti capirà in tempo che, per questi motivi, la prima cosa da fare è una radicale detassazione del lavoro manuale, del reddito delle tute blu, e una politica finalizzata a tutelare e stimolare la produzione industriale e manifatturiera? Temo purtroppo che ormai sia tardi.