Pompei

febbraio 26, 2014

pompei2

– Scommetti che riesco a fare un film con gli ingredienti di The day after tomorrow, Il miglio verde, Titanic, Il Gladiatore, The passion, The impossible e Dante’s peak?

– ahahahah! Scemo.

L’ha fatto veramente.


Femminicidio e non solo (non riesco a non commentare)

gennaio 4, 2014

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Leggo questo articolo dal Fatto Quotidiano e non riesco a non commentarlo:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/31/un-anno-di-quasi-conquiste-per-le-donne-parlare-di-femminicidio-non-e-piu-tabu/827459/#.UsLK62FzPPw.facebook

Un anno di (quasi) conquiste per le donne. E parlare di ‘femminicidio’ non è più tabù

Quasi assente nei motori di ricerca nel 2012 e nelle cronache di giornali, radio e tv, ora la parola si è imposta mediaticamente. “Una manifestazione di evoluzione culturale e giuridica”, secondo l’Accademia della Crusca. Ma se la ratifica della Convenzione di Istanbul e la legge contro violenza e stalking sono vittorie, restano ancora aperti molti fronti: dal basso tasso di occupazione femminile alla disparità di salario, l’Italia è ancora lontana dagli standard europei

di Stefania Prandi | 31 dicembre 2013

Il 2013 è stato un anno importante per quanto riguarda le battaglie per i diritti delle donne e il tentativo di superamento della disparità di genere.

PARLARE DI ‘FEMMINICIDIO’ NON E’ PIU’ TABU’ – Si è imposta a livello mediatico la parola “femminicidio”, termine che serve per indicare l’uccisione di una donna per motivi legati alla sua identità di genere (ammazzata in quanto donna), praticamente assente nei motori di ricerca nel 2012, secondo i dati di Google trends, e nelle cronache di giornali, radio e televisioni. Un dato rilevante, considerando che per anni i femminicidi sono stati fatti passare erroneamente per conseguenze di “raptus”, dovuti a ira improvvisa o gelosia incontrollata.

Si parte da un argomento sul quale non si può non essere dalle parte delle donne. L’uccisione di una donna da parte del marito-compagno, ex marito-ex compagno è un fatto talmente orribile che non si può fare altro che schierarsi (anche empaticamente) dalla parte di chi denuncia e analizza il fenomeno. Tuttavia basta fermarsi un attimo e subito si coglie lo slittamento semantico su cui fonda lo sviamento dell’argomentazione. La vittima del femminicidio, come lo si intende da noi, non viene uccisa, “in quanto donna”, bensì “in quanto (ex) moglie-compagna”. E tutti capiscono che non è la stessa cosa. E sappiamo che nei delitti che avvengono all’interno dell’universo di coppia capita pure che ad essere ucciso sia un uomo; l’ex compagno oppure il nuovo compagno (ucciso dall’ex). Ma siccome i problemi sono tanti e bisogna andare oltre ci si ferma alla superficie. Le donne sono vittime degli uomini cattivi. Punto e basta.

Come ha anche sottolineato l’Accademia della Crusca, l’imporsi di questo termine è la manifestazione di un rovesciamento, di una sostanziale evoluzione culturale prima e giuridica poi. Questo non significa certo che si sia arrivati ancora a una situazione accettabile. Anzi. Dall’inizio dell’anno allo scorso 25 novembre (ultimi dati disponibili) sono state ammazzate 128 donne da mariti, compagni, figli, familiari, conoscenti.

Peccato che manchi il dato degli uomini ammazzati da ex compagne (o da nuovi compagni della ex moglie). Ma se anche ci fosse, e se anche fosse un dato molto più basso (tipo dieci casi), ciò non significherebbe un bel nulla. Manca infatti una qualsiasi analisi statistica. La quale ci direbbe che in una popolazione di sessanta milioni di abitanti, 128 casi hanno la stessa incidenza statistica di 10. Quindi questo numero non significa un bel niente. Se non a fare grancassa.

Secondo il Rapporto Eures, tra il 2000 e il 2012 sono state assassinate in Italia 2.220 donne; il che significa, in media, 171 all’anno, una ogni due giorni.

Qui si fa di peggio. Si passa dalle donne ammazzate dai mariti alle donne uccise in generale, comprese le vittime dei regolamenti di conti fra clan mafiosi. La manomissione del dato lascia intendere che tutte 2.220 sono state accoppate in casa dal marito. Ancora una volta manca il dato degli uomini uccisi, e quindi non si capisce cosa dovrebbe dedurre il lettore non avendo il raffronto sul totale degli omicidi. Siamo alla disinformazione per omissione. Bella e buona.

UNA PIOGGIA DI LIBRI E SPETTACOLI SUL TEMA – Tra i casi che hanno scosso maggiormente l’opinione pubblica si ricordano quello di Fabiana Luzzi, la sedicenne accoltellata e bruciata viva dal fidanzato minorenne; quello di Silvia Caramazza, 39enne fatta a pezzi e messa nel freezer dal compagno; di Rosy Bonanno, uccisa davanti al figlio dall’ex compagno denunciato dalla donna per stalking ben 6 volte. I meccanismi e le ragioni alla base della violenza contro le donne sono stati analizzati in diversi libri e spettacoli. Per citarne alcuni: Ferite a morte di Serena Dandini, che dopo aver girato l’Italia e il mondo, è stato ospitato anche all’Onu lo scorso 25 novembre in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne; Questo non è amore, delle autrici del blog la 27esima ora del Corriere.it; L’ho uccisa perché l’amavo. Falso di Loredana Lipperini e Michela Murgia.

Begli esempi. Serena Dandini ha dominato la scena Tv per decenni, andando in onda, in certi periodi, anche tutte le sere. E mai si era occupata di violenza sulle donne e di femminicidio. Ora che si trova senza contratto (fuori dalla Rai e da La7) scopre che esiste il problema delle donne. Ma se qualche malevolo figuro azzarda l’ipotesi che parlare dei problemi delle donne serve a risolvere i problemi delle donne che parlano dei problemi delle donne, merita la fucilazione.

LA CONVENZIONE DI ISTANBUL – La risonanza mediatica dei delitti contro le donne e le pressioni dell’associazionismo e dell’attivismo hanno portato la politica alla ricerca di risposte, più o meno azzeccate. Camera e Senato hanno avviato l’iter legislativo per contrastare la violenza sulle donne attraverso la ratifica, lo scorso 19 giugno, della Convenzione di Istanbul, primo strumento internazionale giuridicamente vincolante in materia di protezione dei diritti della donna contro ogni forma di violenza.

Mi chiedo, sinceramente, se l’autrice dell’articolo e chi aderisce a questo argomento hanno letto questa benedetta convenzione. Se l’avessero fatto, forse avrebbero votato contro la sua ratifica. Si tratta di un documento in tre parti. Una generale e generica, sui diritti femminili, che impegna gli stati membri a recepire il principio di parità nella propria legislazione. Prescrizioni presenti nella nostra costituzione e nel nostro ordinamento da decenni, e per quel che riguarda l’Italia, assolutamente pleonastiche. E’ un trattato pensato per quei paesi dove ancora il concetto di parità fra i sessi NON è riconosciuto nemmeno a livello costituzionale (da noi è così dal 1948). C’è poi una corposissima parte sulla repressione penale dei reati sessuali e assimilabili (per esempio lo stalking). Anche tali elementi sono già presenti nel nostro codice penale e, comunque, non sono io il solo a dire che non è la repressione penale che risolverà i problemi di genere. Infine, ultima parte, si istituisce (e finanzia) un organismo sovranazionale per la salvaguardia dei diritti delle donne. Che sia l’ennesimo carrozzone burocratico a nostre spese? Sicuramente no, guai solo a pensarlo.

LA LEGGE CONTRO IL FEMMINICIDIO – L’11 ottobre scorso, inoltre, è stato approvato il discusso decreto legge “sul femminicidio che prevede varie misure: l’aggravante per la relazione affettiva tra l’aggressore e la vittima di violenza (applicabile al maltrattamento in famiglia e a tutti i reati di violenza fisica commessi in danno o in presenza di minorenni o in danno di donne incinte); la possibilità di inasprire la pena anche nel caso di violenza sessuale contro donne in gravidanza o commessa dal coniuge; arresto obbligatorio in flagranza di reato; introduzione del braccialetto elettronico; lo stanziamento di dieci milioni per il piano antiviolenza; obbligo di informazione per le vittime e il patrocinio gratuito per le donne che hanno subito stalking, maltrattamenti domestici e mutilazioni genitali; querela irrevocabile per stalking in presenza di gravi minacce ripetute, ad esempio con armi. Misura, quest’ultima che ha sollevato numerosissime critiche da parte dell’attivismo femminista che ha bollato la norma come “paternalista”.

E ci siamo. L’inasprimento della legge penale contro il marito violento. Come se ventilare un paio di anni di carcere in più possa fungere da deterrente nei confronti di uno che ha deciso di far fuori la moglie. Ma qualcuno pensa veramente che chi sgozza la propria compagna possa fermarsi a pensare se gli anni di carcere  saranno trenta o trentadue? Senza contare che un donna (Cancellieri) sta portando in parlamento un testo per cui un anno di carcere in realtà durerà cinque mesi e mezzo.

Taccio sul braccialetto elettronico (una bufala colossale, come tutti sanno) e mi soffermo sulla frase successiva, dove si mescolano Stalking (che riguarda tutti, uomini e donne, e non è una questione di genere perché si consuma anche fra vicini di casa, colleghi di lavoro, estranei eccetera), maltrattamenti in famiglia (di cui sono vittime anche gli uomini, i ragazzi, i figli, e non solo le donne) e mutilazioni genitali (questo sì, fenomeno solo rivolto alle donne appartenenti a certe comunità). Trovo questo agglomerazione eterogenea  semplicemente aberrante. Si mettono sullo stesso piano una pratica mostruosa (mutilazioni genitali), che certe tradizioni raccapriccianti infliggono alle donne, con altri fenomeni completamente diversi, sia nella genesi che nelle condotte. Come se gli uomini – tutti – fossero appiattiti su un unico modello. Come a dire che un uomo – in quanto uomo – è un individuo portato naturalmente a maltrattare, perseguitare, seviziare le donne. Se è così, ammazzateci tutti da piccoli. Fate prima e fate bene.

Grottesco, se non esilarante, il dibattito sulla irrevocabilità della querela, su cui non mi soffermo per esigenza di sintesi.

IL FEMMINICIDIO COME PRETESTO – Ma il decreto sul femminicidio ha attirato numerose critiche anche per le modalità con cui è stato scritto: soltanto cinque degli undici articoli di cui è composto il testo, infatti, si riferiscono alla violenza sulle donne, mentre i restanti sei esulano del tutto dal tema visto che si introduce il rinnovo dell’arresto in flagranza di reato in differita, in caso di violenza negli stadi e poi sanzioni più rigorose contro gli ingressi abusivi nei cantieri, con riferimenti espliciti alla questione dell’Alta velocità Torino-Lione. Inoltre, secondo molte attiviste, operatrici, sociologhe, psicologhe, avvocate che si occupano di violenza di genere, gli estremi della straordinarietà – che hanno fatto sì che non siano state accolte le richieste di modifica – con cui si è proceduto sono da considerarsi inconsistenti visto che la situazione è grave almeno dal 2006, periodo dei primi dati Istat disponibili. Sempre secondo le esperte del settore non era necessario ricorrere al diritto penale, il più debole intrinsecamente quanto a capacità di incidere sui rapporti di potere e non utile né per la prevenzione né come deterrente.

Ecco. Magari chiedere alle “esperte” potrebbe essere di aiuto.

IL COSTO SOCIO-ECONOMICO DELLA VIOLENZA DI GENERE – I femminicidi sono la punta dell’iceberg di una violenza di genere diffusa, capillare e quotidiana. Secondo l’Istat, in Italia le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito una qualche forma di violenza (fisica, sessuale, psicologica, sul lavoro) sono 6 milioni e 743mila, il 31,9% del totale: una su tre. Una violenza che non condiziona soltanto chi la subisce ma la società in generale, anche da un punto di vista economico, visto che costa allo Stato 2,3 miliardi di euro l’anno, dei quali soltanto 6 milioni per le misure di prevenzione. Se tutte denunciassero i propri aggressori, spetterebbe loro un risarcimento per un totale di 14,3 miliardi di euro all’anno.

Questo è il passaggio chiave. Lo slittamento semantico e logico-pedagogico è evidentissimo. Si è partiti dal femminicidio che è reato ontologicamente contro le sole donne e si deduce con finto sillogismo che la violenza domestica colpisce solo le donne. Anche qui, nessun dato di raffronto. Solo assiomi. Perfino la celebrata convenzione di Istanbul (ahimé, mi duole deludervi) ha dovuto ammettere che la violenza domestica colpisce anche gli uomini. E siccome di statistiche non ce ne sono e NON SI SA quanti uomini subiscono violenza domestica, ogni analisi ed affermazione è del tutto priva di valore scientifico. Mi si dirà che non è vero, che l’uomo è violento e la donna no. Io ne dubito. Ma se con un po’ di onestà intellettuale si estende il concetto di violenza dalla sfera fisica anche a quella psicologica, ognuno(a) comprende che LA VIOLENZA NON HA GENERE. E condannare solo un tipo di violenza – e non tutti – non risolve un bel nulla.

ITALIA FANALINO DI CODA NELLE CLASSIFICHE – La violenza è il risultato di diverse cause. Tra queste c’è la disparità di genere. Come ha indicato il Global gender gap report 2013 stilato dal World economic forum, l’Italia è al 71esimo posto per quanto riguarda la parità di genere, addirittura dopo la Cina che si piazza al 69mo posto della classifica. Mentre secondo il rating di quest’anno le disparità tra i sessi sono diminuite discretamente nella maggior parte dei Paesi, l’Italia ha fatto un progresso minimo, passando al 68% nel 2013 rispetto al 67% di 7 anni fa sul 100% del totale che rappresenta il massimo livello di uguaglianza tra gli uomini e le donne.

Temo che siano numeri sparati a vanvera. Come vengano stilate queste classifiche, chi le faccia, non si sa.

LE DONNE E IL (POCO) LAVORO – Specchio di questa disparità è il mondo del lavoro. Secondo l’ultimo rapporto Istat, il tasso di occupazione femminile si attesta al 47,1 per cento contro il 58,6 per cento della media Ue27 (59,8 Ue15). Le donne continuano a essere pagate meno rispetto agli uomini: in media la retribuzione oraria femminile è dell’11,5% inferiore a quella maschile. Per opportunità economiche e di carriera femminile, l’Italia è 124esima su 136 Paesi. E’ da vedere con favore il fatto che nei mesi scorsi, come spiega Roberta Carlini sul sito Ingenere.it, ci siano state 300 nomine femminili nelle società pubbliche controllate dal ministero dell’Economia, e altre diecimila in quelle locali sparse in tutta Italia.

E qui si viene al dunque; come nella convenzione di Istanbul, fatta la premesse sulle povere sventurate , si passa a parlare di cose serie, cioè di soldi. Delle donne morte ammazzate, stuprate, seviziate, perseguitate, segregate, non frega niente a nessuno(a). Sono però utilissime per rivendicare poltrone, incarichi, stipendi, prebende. Quindi ben vengano, denuncino (tanto poi son fatti loro se non si possono pagare un avvocato), l’importante è dare argomenti a chi, in nome dei diritti delle donne, riesce a sedersi su una bella poltrona ben pagata senza averne alcun merito e senza saper fare una mazza. Sull’esempio della Dandini, che essendo disoccupata si rifà la carriera parlando delle donne morte ammazzate. Per inciso, il suo cosiddetto spettacolo pare essere talmente noioso che per alcune donne sarebbe in se stesso un incitamento al femminicidio.

Anche qui si sparano numeri senza alcuna analisi sociologica, neppur elementare. E’ inutile e fuorviante fare un mero calcolo delle posizioni apicali senza valutare perlomeno le percentuali di uomini/donne concorrenti. Se accedono ad una data specializzazione 70% di uomini e 30% di donne, ai relativi vertici ci si aspettano percentuali analoghe. Altrimenti – per esempio – si potrebbe dire che la predominanza delle insegnanti donne nella scuola è frutto di reverse discrimination. Anche l’argomento reddituale non lo condivido. Potrebbe essere che una grande massa di donne privilegia altri valori oltre al denaro e fa scelte di vita differenti, scegliendo (e non necessariamente subendo!) un lavoro meno retribuito ma fonte di altri tipi di soddisfazione. Fare della diversità di genere una questione di soldi mi sembra una negazione del principio in sé.

LA RIVOLUZIONE COMINCIA DALLA POLITICA – La segregazione di genere è visibile in politica anche se qualcosa sta cambiando. Con l’imporsi del Movimento 5 stelle alle elezioni dello scorso febbraio, infatti, il numero di donne in parlamento ha raggiunto, per la prima volta nella storia, la quota del 30 per cento. Inoltre, nel disegno di legge sulla riforma delle province, approvato lo scorso 21 dicembre alla Camera (manca l’ok del Senato), è stato sancito un emendamento che prevede che nelle giunte comunali nessun genere possa essere rappresentato in misura inferiore al 40 per cento. Vale a dire che saranno illegittime le giunte con meno del 40 per cento di donne. Un passo in avanti importante dato che in oltre 1860 comuni italiani a decidere e amministrare la cosa pubblica ci sono soltanto uomini (dati dal sito In Genere).

Ma si dimentica di dire che il partito di Grillo è l’unico che non contempla le quote rosa! Mentre gli altri si affannano a disegnare liste con riserve di genere, il M5S no. Qualcuno (le “esperte”) dovrebbe riflettere.

GLI INTERVENTI PER IL 2014 – Per continuare a migliorare la condizione delle donne e combattere la violenza, sarebbero auspicabili, per il 2014, nuovi interventi. Tra questi: l’aumento del numero delle case rifugio per donne maltrattate; più fondi ai centri antiviolenza esistenti e aumento del loro numero; più sportelli di ascolto e di denuncia; presidi nelle istituzioni locali; formazione di forze dell’ordine e degli operatori. Inoltre, è necessario un rilancio dell’occupazione femminile, un adeguamento agli standard europei delle garanzie sulla maternità e sui congedi parentali, la riduzione dei costi e l’aumento dei posti degli asili nido. Serve poi un cambio culturale che passi dall’educazione alla parità di genere che deve cominciare già dalle scuole, attraverso la valorizzazione e il potenziamento dei corsi nelle primarie e secondarie e all’università.

Vabbé, qui c’è di tutto e di più. Incommentabile. E’ sacrosanto rivendicare più asili nido, ma anche scuole materne! Cosa fate, li ammazzate a due anni??? Per me, si dovrebbe garantire un posto in asilo nido e scuola materna a tutti, gratis. Nel resto c’è un calderone senza capo né coda, tanto per allungare la broda. Cosa siano poi i corsi sulla parità di genere, qualcuno un giorno me lo spiegherà.

LA “QUESTIONE MASCHILE” – C’è bisogno anche di uno spostamento dell’attenzione sulla “questione maschile” che tutta la violenza di genere sottende, in modo da operare sulle radici del fenomeno e interrompere la sua “trasmissione” alle nuove generazioni, come è spiegato nel volume pubblicato recentemente dal titolo Il lato oscuro degli uomini.

Ah. Ecco. Adesso è tutto chiaro. Perché esistono il femminicidio, le mutilazioni genitali, la violenza domestica, la discriminazione, gli stipendi bassi, le carriere sfigate, le inondazioni, le cavallette eccetera? Perché gli uomini hanno “il lato oscuro”. Solo gli uomini eh. Sia chiaro. Lo dice un libro. Nessuno sa chi lo ha scritto e cosa c’è scritto, ma non importa, c’è libro che lo dice e questo vi basti. Non venga in mente a nessuno di dire che forse anche le donne ne hanno uno. No. Sono gli uomini con il loro “lato oscuro” che generano il Male.

E – come dice il libro – se lo tramandano di generazione in generazione. Come no.

Noi uomini siamo tutti cresciuti così. I nostri babbi ci hanno insegnato a fare le mutilazioni genitali, ci educavano al femminicidio, facendoci sparare a sagome di donne e dicendoci che una donna deve essere segregata, maltrattata, perseguitata, seviziata, guadagnare poco e non fare politica. Tutto contemporaneamente. Mentre andavamo a caccia di frodo per ammazzare i cuccioli di cerbiatto con fucili a ripetizione cantando canzonacce naziste per poi andare a ubriacarci nei bordelli dove ci insegnavano a violentare le minorenni mutilate e incatenate ai letti.

Cari uomini, siamo onesti con noi stessi, siamo tutti cresciuti così, inutile negarlo. Quindi facciamoci da parte e diamo il nostro posto (=reddito) e la nostra casa (ciao mutuo) alle donne, che, loro sì, han capito tutto.


Buon Anno da Sentieri e Pensieri

gennaio 4, 2014

 

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Dopo quasi due mesi di silenzio il blog si risveglia. Buon anno a tutti.


Boldrini, la mamma, la pubblicità

settembre 26, 2013

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Dal mio punto di vista la pubblicità televisiva non propone alcun modello. La sua funzione è vendere prodotti di largo consumo ed utilizza quindi simboli immediati. I soggetti protagonisti degli spot non sono reali e costituiscono non modelli sociali, ma stereotipi, sia maschili che femminili. Positivi o negativi, o né l’uno né l’altro, ma per me non ha nessuna importanza. Sono assimilabili alle figure della commedia dell’arte (Arlecchino e Colombina sono modelli negativi? E Brighella?), come i personaggi dei cartoni animati (l’olandesina, il Gigante buono, Jo Condor erano diseducativi?).

Tuttavia, se qualcuno la pensa diversamente e ritiene che certe tipologie di spot vadano criticate (spero che nessuno pensi alla censura, ci mancherebbe solo questo), è sacrosanto che lo faccia. Pur non guardando mai la tv, prendo atto delle parole della Presidente della Camera sugli spot che rappresenterebbero modelli femminili (solo femminili? Siamo sicuri?) diseducativi, per quanto irreali.

Ma del modello – questo sì realissimo – della donna che si afferma nelle professioni, negli enti pubblici, nelle imprese private, nella politica solo perché moglie-compagna-amante-concubina (o figlia, protetta, pupilla) di un uomo di potere non ne vogliamo parlare? Va bene così? D’accordo, è colpa degli uomini (quando si entra in questo genere di argomenti le donne non hanno mai colpa di nulla), ma non è comunque un caso da affrontare? Un fenomeno da discutere, pur senza voler addossare colpe e responsabilità? O mi si vuol dire che non esiste? O che “vale per le donne come per gli uomini” (questa sì, è comica)? Non è un modello ancor più diseducativo, in quanto reale, realissimo, attualissimo e concreto al contrario delle figurine della pubblicità? Un modello che ispira milioni di giovani donne che fin dalla pubertà sognano di “fare le veline” per conquistarsi uno spazio nella società?

Un dubbio viene.

Non che tutte le donne si siano fatte strada così, perché non è vero.

Ma che essendo un fatto reale e non virtuale, televisivo, parlarne andrebbe di sicuro contro gli interessi e contro la suscettibilità di qualcuno/a e causerebbe la contrarietà di troppi soggetti reali che fanno parte della (propria) comunità. In una parola: è un tabù; e come tale va rimosso, evitato, taciuto, nascosto. Agli uomini ed alle donne.

E’ decisamente più facile prendersela con le donnine delle pubblicità, che sono finte e non protestano, non vanno dal protettore a lamentarsi, non fanno casino e non rompono la solidarietà di genere. Si fa bella figura, si fa parlar di sé e non si scontenta nessuno.


Il commissariamento

settembre 19, 2013

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Se ne parlava ai tempi del governo Monti. Poi, varate le larghe intese, non più.

Fino a due giorni fa Enrico Letta era certo della durata (eterna?) del suo governo. Condanne, proclami, annunci di crisi, falchi, mal di pancia, pitonesse, nani e ballerine non lo scuotevano di un millimetro. Berlusconi minacciava la crisi di governo ogni sei ore ma lui non faceva una piega.

Poi arriva in Italia Olli Rhen per dirci cosa va e cosa non va. E aggiunge che l’italia ha bisogno di stabilità.

Il giorno dopo Berlusconi assicura appoggio al governo. Enrico Letta dice che, accidenti, per l’esecutivo le cose si mettono male.


Amnistia?

agosto 24, 2013

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Un bizzarro scherzo del destino ha fatto seguire alla prima condanna definitiva di Berlusconi la sospensione estiva dell’attività politica e giudiziaria: un mese e mezzo nel corso del quale il calderone della politica e del giornalismo sta putrefacendosi come un vaso di maionese dimenticato al sole prima di partire per le vacanze. E’ legittimo chiedersi quali orribili vermi ne usciranno quando lo scoperchieremo.

Intanto assistiamo sgomenti ad un surreale dibattito sul nulla e dal quale, non potendone sortire alcunché di logico, può uscire solamente un coacervo di insensatezze eversive.

Non c’è spazio per l’opinione, per il ragionamento, per la serietà. Si passa dagli elzeviri provocatori e surreali di Travaglio (che a nulla servono se non ad aizzare i suoi detrattori) ai pensosi e penosi editoriali “pacificanti” del corsera (che hanno il solo esito di annientare la reputazione acquisita in decenni dalle firme di via Solferino). Dagli show televisivi dei nuovi giornalisti-cabarettisti (esperti in esibizione del loro nulla culturale) al dramma degli autori satirici che nulla più sanno ideare che non sia già avvenuto realmente. La schizofrenia di Repubblica (che con Mauro dice una cosa e con Scalfari un’altra) è surclassata da quella dei quotidiani Il Giornale e Libero che, nel tentativo di elaborare una strategia per far sparire una condanna definitiva per frode fiscale, raggiunge livelli inimmaginabili.

Taccio sullo spettacolo offerto da parlamentari e ministri.

La più rodomontesca idea piovutaci sulla testa è quella di un’amnistia. Provvedimento erga omnes che estingue i reati  e che dovrebbe ovviamente includere la frode fiscale. Il placido candore con il quale due ministri della repubblica hanno avanzato tale ipotesi mi obbliga a una riflessione.

Affinché ne benefici Berlusconi, autore di una frode fiscale colossale, l’amnistia dovrebbe includere tutti i responsabili di tale reato i quali, per effetto della sua estinzione, vedrebbero estinto anche l’obbligo di pagamento della somma evasa. Quindi l’amnistia si trasformerebbe automaticamente in un gigantesco condono fiscale nei confronti  degli autori di frode fiscale. Non però, in linea di principio, di chi ha evaso o eluso il fisco senza commettere reato. Di chi, per esempio, non ha versato le imposte per il semplice motivo che non dispone dei denari per farlo. Ci troveremmo in una situazione per cui chi ha evaso per necessità, per superficialità o comunque senza dolo, rimarrebbe esposto all’azione di rivalsa dell’Agenzia delle Entrate, mentre chi ha scientemente frodato il fisco (anche per cifre enormi come Berlusconi) si vedrebbe condonato interamente il debito verso l’Erario.

Una disparità di trattamento che ben difficilmente supererebbe un vaglio di costituzionalità, tanto da obbligare il Parlamento ad estendere l’effetto condono dell’amnistia a tutti i contribuenti in debito con lo Stato.

E sarebbe la nemesi. In questa visione immaginifica prospettata da Cancellieri e da Mauro, la condanna di Berlusconi di trasformerebbe in un gigantesco lavacro per tutti gli evasori fiscali, in un tripudio di cartelle esattoriali date festosamente alle fiamme in onore di Re Silvio. E pazienza se ne dovesse conseguire il tracollo dei conti pubblici.

Leggo i giornali, penso queste cose e mi chiedo se un giorno la nostra comunità ritroverà un barlume di logica e di buon senso.


Ruby uno, due e.. ?

maggio 25, 2013

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Il caso Ruby ci accompagnerà a lungo. Ci sono già il processo Ruby uno (a Berlusconi) e Ruby due (a Fede, Minetti e Mora). Seguiranno i relativi appelli, i giudizi di legittimità, i possibili riti di rinvio o di revisione, eccetera. Molto probabilmente si celebreranno altri processi (Ruby tre, quattro, cinque …) per la gigantesca corruzione dei testimoni che è stata messa in piedi per inquinare i primi due.

Nel merito giudiziario c’è poco da dire. Sono fatti privati di cui si discuterà all’infinito (a vuoto) per convincersi se costituiscono reato oppure no, se ci sono le prove oppure no, se esse  sono genuine e credibili oppure no.  Se ce ne deve importare qualcosa oppure no.

Ai miei occhi il caso dimostra una sola cosa: fra gli italiani e Berlusconi sussiste un permanente, irredimibile incancellabile stato di infatuazione. Non lo chiamerei consenso e nemmeno fiducia. E’ un sentimento che attanaglia tutti (compresi gli oppositori veri o presunti) e che fa sì che a Silvio tutto venga concesso, a prescindere. A dispetto di tutto e di tutti.

Basta provare ad immaginare cosa accadrebbe se in una vicenda analoga quella di Ruby fosse coinvolto un altro personaggio pubblico. Che so, Romano Prodi; o Mario Monti. Proviamo a chiederci che reazioni susciterebbe sapere che uno di essi si sollazza invitando in casa propria prostitute dedite alla messa in scena di “spettacolini” a sfondo erotico. Cadrebbero nell’oblio più totale nel giro di un secondo e nessuno oserebbe nemmeno proporli per una qualsiasi carica pubblica. Sbaglia chi sostiene che “in qualsiasi altro paese lo scandalo Ruby avrebbe cancellato qualsiasi politico dalla scena pubblica”. Sbaglia perché così sarebbe anche in Italia per chiunque non si chiami Silvio Berlusconi.

 Il Cavaliere domina la scena politica da quasi vent’anni. Ma non vi è una sola legge a lui riconducibile per la quale gli italiani gli possano essere grati; non un’opera pubblica di cui lui possa vantar merito; non un provvedimento, non un decreto, non un atto politico nazionale o internazionale di cui si possa dire: “beh, almeno questo lo ha fatto”. Niente. Ma gli italiani continuano a concedergli tutto.

Compresi coloro che dicono di avversarlo.


Alemanno e la neve

febbraio 6, 2012

Dice Alemanno che la paralisi della capitale è da imputarsi al mancato allarme della Protezione civile per l’eccezionale nevicata in arrivo.

Non capisco perchè sia necessario invocare la Protezione civile per un servizio che sembrerebbe di competenza del servizio metereologico, mi pare evidente che l’ottimo Alemanno, accecato dal romanocentrismo tipico degli abitanti dell’Urbe, non si è accorto che è nevicato anche altrove. Ed altre città, pur sommerse da nevicate ben più intense, se la sono cavata senza lamentele e piagnistei. A Bologna sono caduti 90 cm di neve in due giorni, eppure, salvo la chiusura delle scuole, tutto ha continuato a funzionare.

Nella foto è ben visibile il Nettuno che se la ride di Alemanno.


O capitano, mio capitano..

gennaio 16, 2012

E va bene: a forza di sentir parlare di questo naufragio non ci si può sottrarre ad un commento. Del fatto in sé c’è poco da dire, ma forse lo si può utilizzare come metafora sul nostro paese. Ed io non posso che ribadire la mia diagnosi su quella che è la vera malattia dell’Italia: la diffusione dell’illegalità nella classe dirigente.

La figura del comandante che ignora bellamente le più elementari regole di navigazione, deontologiche e di condotta, in totale dispregio delle conseguenze e dei diritti altrui, è la plastica rappresentazione dell’italiano di potere, sia esso politico, imprenditore, banchiere, dirigente pubblico o privato, professionista, primario, cardinale…

La legge? Chi se ne frega. Le regole? Sono fatte per essere calpestate. Solo i coglioni le rispettano. Per farsi strada, per andare avanti, bisogna ignorarle, aggirarle, piegarle, violarle. E così che ragiona l’italiano di potere (non l’italiano in generale, si badi) per consolidata e secolare (millenaria?) tradizione.

Negli occhi di Schettino vedo specchiarsi quelli dei bancarottieri, dei corrotti, dei corruttori, dei collusi con la mafia, dei malfattori che in mille modi hanno saccheggiato le nostre vite e la nostra terra. E pensando a chi ci ha guidato e a chi ci guida non posso che inveire l’esclamazione che sarebbe dovuta riecheggiare sul ponte di comando della Costa Concordia: “che cazzo fai, idiota?”.


Poeti, santi e navigatori.

gennaio 15, 2012


Un lampo veltroniano.

agosto 11, 2011

Mentre lavavo l’insalata mi è parso di sentire provenire dalla TV la voce di Veltroni (che evidentemente Berlusconi ha liberato dalla gabbia dove viene tenuto rinchiuso) che almanaccava di un governo responsabile per salvare il paese. E mi si è palesato questo scenario. Berlusconi “fa un passo indietro” per “senso di responsabilità verso l’Europa e verso gli italiani”. Quindi nasce un governo di emergenza “sotto l’Alta Responsabilità e Tutela del Capo dello Stato” sostenuto da pd, fli, udc, cani sciolti alla Scilipoti e soprattutto con l’astensione del PdL. Un governo balneare di minoranza col solo scopo di varare la manovra. Un manovra di tagli, sacrifici, lacrime e sangue. Come fecero Amato nel ’92, Prodi nel ’96-’98, Prodi-bis nel 2006 il “centrosinistra” – sarebbe meglio dire qualsiasi cosa non sia Berlusconi – si sobbarca l’onere politico di imporre sacrifici al paese dopo che i governi del Cavaliere (e di Craxi prima di lui) hanno fatto strame dei conti pubblici. Ovviamente però, essendo di minoranza, il suddetto governo non potrà intervenire sul sistema giudiziario criminogeno e pro-mafioso abilmente creato negli ultimi quattro lustri. Né, ovviamente, potrà minimamente sfiorare le ricchezze di Berlusconi o provarsi a contrastare l’evasione fiscale. Solo tasse, tagli e sacrifici.

Ciò fatto, raffazzonati alla meglio i conti (forse), Silvio pregherà tutti di farsi da parte addossando a loro la responsabilità di aver impoverito gli italiani e si presenterà alle elezioni come quello che non ha mai aumentato le tasse e si è rifiutato di chiedere sacrifici agli italiani. Cose che fa solo la sinistra statalista e comunista (di Fini, Casini e Di Pietro, fra gli altri).

E rivincerà le elezioni.


Decalogo dell’intellettuale di destra

maggio 21, 2011

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Dopo aver letto questo:
decalogo dell’intellettuale di sinistra

Decalogo dell’intellettuale di destra.

1. E’ fondamentale contemperare eleganza ed eccentricità. Obbligatorio il vestito (proibito lo spezzato) ma niente cravatta. Meglio un maglione collo alto alla Veneziani o un foulard stile Nuvoletti. Se raggiungete una certa fama potete concedervi il papillon. Consigliati copricapi estrosi: tuba, bombetta o cappellino da scemo altoatesino. Da evitare invece il cappello a tesa larga modello bullo texano o il Borsalino alla Bogart. La postura in pubblico deve essere misuratamente sguaiata: gambe accavallate, mostrando la suola delle scarpe e i calzini viola, o divaricate; gomiti appoggiati sul tavolo e mento sulle mani. Nel corso di una discussione è tassativo lo sguardo annoiato o l’atteggiamento infastidito dopo due minuti di ascolto; di tanto in tanto esplodete in crisi di insofferenza, ma senza esagerare. Allargate le braccia, sbuffate, portate le mani alla fronte per far capire che chi avete di fronte (essendo un comunista) non capisce, non può capire, non capirà mai.

2. Comprate il Giornale e Libero e fate sapere a tutti che li usate per incartare il pesce. Repubblica e il Corriere invece li leggete al bar e li acquistate solo quando venite a sapere che ci sono interventi interessanti. In quel caso ritagliate le pagine e sottolineate le parti più spassose. Parlate con venerazione del Foglio e di Ferrara, descrivendolo come un maestro di scrittura, pur ammettendo di non condividerlo sempre. Se vi nominano il Fatto Quotidiano fate una faccia fra lo schifato e l’infastidito, lasciando intendere che l’avete letto un paio di volte e vi ha fatto vomitare.

3. La televisione è un mezzo per il popolo, non per voi. Infatti gli italiani di destra guardano Uomini e Donne, Amici, X Factor, L’isola dei Famosi e Controcampo mentre quelli di sinistra guardano le versioni corrispondenti per comunisti: Report, Linea diretta, Ballarò, Chi l’ha visto e Annozero. Per voi sono la stessa cosa, perché la cultura è altrove. Non dite mai dove, ma lasciate sempre capire che la vera cultura è da qualche parte che sapete solo voi. Parlate male di Pertini, di Asterix, dei puffi e di Saviano.

4. Accusate la sinistra di dominare l’informazione, le case editrici, l’Università, la scuola, la Rai, Mediaset, Sky, la Cnn, l’Unione europera, la Nato e l’Onu. Citate esempi a casaccio, tanto nessuno va a controllare. Dite di aver saputo di un tizio che aveva la terza media ed è diventato direttore, professore, generale, ministro, ambasciatore, funzionario plenipotenziario o qualcosa di simile solo per via della tessera del pci che aveva in tasca. Non è vero, ma ricordatevi che a voi è consentito sparare le cazzate più gigantesche perché, essendo di destra, avete la missione di distruggere la cortina bolscevica che opprime il mondo libero.

5. Messi di fronte a notizie interessanti che non conoscete ostentate derisione. Assimilate tutto ai negazionisti dell’Olocausto, ai complottisti dell’undici settembre o a Oliviero Beha. Accusate il web di essere la rovina dell’informazione perché lì ogni vaccata diventa verità ed il popolo bue ci crede. Portate ad esempio la capra-coccodrillo che gira su youtube, la bambina centenaria, il ghiacciaio in fiamme o Passaparola di Travaglio.

6. Se si parla di letteratura o di cinema citate scrittori o registi inesistenti, privilegiando cognomi danesi, lettoni o libanesi. Dite che sono gli unici che meritano di essere letti o visti in un panorama dominato da un conformismo che fa rimpiangere i tempi di Stalin. Fate capire che gli artisti più apprezzati in Europa vi scrivono in privato e vi vedete spesso a Parigi o a Goteborg per grandi bevute o grandi scopate. Lasciate intendere che senza Rossellini, Lizzani, Sciascia, Bellocchio e Moretti l’Italia sarebbe migliore: infatti Visconti, da vecchio, era diventato reazionario; peccato che sia morto. Se vi mettono in difficoltà date la colpa ai francesi.

7. Se si parla di storia premettete subito che la scrivono i vincitori. Citate ad esempio piazzale Loreto, le foibe, l’eccidio di Katyn, la gomitata di Tassotti e il rigore sbagliato da Cabrini. Abbiate cura di identificare il comunismo con il nazismo e quindi con l’antisemitismo e con la Shoah; se vi riesce fischiettate la colonna sonora di Schindler’s list. Messi alle strette citate il bombardamento di Dresda. Del fascismo meglio non parlare, e, nel caso, mai associarlo alla guerra. Discettate di Gentile, di Grandi, di Marconi e di Corbino. Ricordatevi di dire, usando linguaggio allusivo, che Mussolini non era antisemita, quindi non era razzista e quindi era pacifista: la guerra è stato un incidente di percorso. La resistenza è stata una guerra civile, non di liberazione, e i partigiani erano una sparuta minoranza di sanguinari senza scrupoli. Deplorate l’ostracismo della cultura ufficiale verso Giampaolo Pansa ed assimilatelo a Gobetti, ai fratelli Rosselli, a Enzo Tortora e a Moggi. Magari anche a Dell’Utri, ma in tal caso simulate un accesso di collera per poter dire poi che non eravate del tutto in voi.

8. Il femminismo è peggio del nazismo e della mafia messi insieme. La sessualità libera è un privilegio per pochi. Il popolo bue deve vivere di matrimonio, fedeltà e prostituzione di strada. Gli intellettuali invece (cioè voi) possono avere decine di amanti, frequentare bordelli di lusso o darsi alla poligamia o al sadomaso. Le donne in politica o nell’informazione sono una sciagura. Citate ad esempio Lilli Gruber, Concita De Gregorio, Marianna Madia e Candy Candy. Elogiate la Minetti, la Gelmini e la Carfagna paragonandole a Maria Teresa d’Austria, a Caterina di Russia ed a Corinne Clery.

9. I magistrati sono saggi se archiviano o assolvono, bestie se indagano o condannano. Leggi e regole vanno bene solo se riguardano gli altri; nel dubbio meglio abolirle tutte. E’ ammessa una deroga per i delitti di stupro e di omicidio, ma nel secondo caso bisogna rieducare il condannato. I reati finanziari sono un’invenzione dei comunisti per perseguitare chi ha capacità, e le leggi in materia sono ispirate dall’invidia dei padri costituenti che erano un’accozzaglia di straccioni. Tanzi andrebbe assolto, se non altro per il suo amore per l’arte e per il suo carattere mite. Falcone e Borsellino erano due fascistoni e la sinistra ne usurpa il nome imbrattandone la memoria. I giornalisti che scrivono di mafia sono approfittatori o poveracci; la cronaca giudiziaria andrebbe abolita, i processi andrebbero tenuti segreti e i magistrati dovrebbero guadagnare come un operaio. La costituzione è un feticcio per cialtroni senza idee e senza fantasia.

10. Non nominate mai Berlusconi; se proprio vi obbligano dite di non averlo mai conosciuto, negando anche l’evidenza. Se mostrano un video mentre lo tenete in braccio ed un suo assegno non trasferibile intestato a voi, persistete nel negare. Dite che sono dei falsi e che voi vivete di royalties maturate all’estero. Comunque sia, ogni discussione che lo riguarda deve terminare con questa formula: se Berlusconi è al governo la colpa è della sinistra, se non ci fosse la sinistra Berlusconi sarebbe un anonimo palazzinaro, forse addirittura un detenuto.


Venticinque aprile (e poi chiudile).

aprile 25, 2011

Forse mi sbaglio, ma il fenomeno delle contestazioni al e nel giorno della Liberazione è iniziato quando si è cominciato a dire che “il 25 aprile deve essere la festa di tutti”. E sottolineo il “deve”. Ricordo un intervento in diretta di Bobbio ad un tg3 del 1994 (credo) proprio di questo tenore.

Io però mi chiedo: perché mai una festa deve appartenere a tutti? Che razza di concetto è? Mi ribello: odio le feste comandate, indistintamente, ed affermo incrollabilmente che ad una festa io ci vado solo ed esclusivamente se mi va, e non se qualcuno mi dice che ci devo andare. Non essendo religioso non santifico le feste, Pasqua per prima, e trovo odioso che si voglia imporre un festeggiamento a chicchessia. Vale per me e vale per tutti, ovviamente.

Ci sono soggetti che non sopportano la resistenza, che hanno nostalgia del Duce, che rimpiangono l’occupazione nazista? Benissimo: io sono per la libertà di pensiero costoro sono liberi di passare il 25 aprile come credono.

Non sono neppure d’accordo con l’idea che sul nazifascismo debba essere elaborata una “memoria condivisa”. A parte il fatto che ognuno ha la memoria che ha e non gliela si può cambiare, è uno dei pochi argomenti su cui ho idee chiarissime e non sento il bisogno di scendere a compromessi per condividere alcunché con chi, davanti a una svastica, ricorre ai “se” ed ai “ma”. Ognuno si può tenere la sua memoria, foss’anche la nostalgia per le camicie brune, e la festa del 25 aprile rimanga a chi la apprezza.


Soffocato dall’ignoranza.

marzo 17, 2011

Non riesco più a scrivere qui, perchè mi sento soffocare dall’ignoranza. Leggo ed ascolto gli organi di informazione su quanto avviene in Giappone e registro – del tutto a caso – alcune mie impressioni.

1. La porzione di costa investita dallo tsunami sarebbe (dico sarebbe, perchè nessun giornale lo dice!) di circa 500 chilometri, l’equivalente della costa adriatica da Trieste ad Ancona. Considerato che i centri abitati sono stati travolti nell’arco di venti minuti e che il Giappone ha una densità abitativa doppia riispetto all’Italia (128 milioni di persone su un’area di poco superiore), la popolazione interessata dal maremoto è stimabile in centinaia di migliaia, forse milioni. Ma ancora non vedo alcuna stima, nemmeno approssimativa, dei dispersi. Incredibile.

2. Relativamente all’incidente di Fukushima – ed anche qui pesco a caso – ieri sera Mentana (il grande giornalista!) ha confuso la fusione del nocciolo (cioè la fusione delle barre di acciaio che contengono l’uranio radioattivo che alimenta la fissione) con il processo di fusione nucleare, che è tutt’altra cosa, e non c’entra un fico secco.

3. Circa la dinamica dell’incidente nessun telegiornale, fra quelli che ho sentito, ha spiegato cosa è accaduto effettivamente, cioè il doppio guasto al circuito di raffreddamento. Il sistema di sicurezza automatico della centrale ha funzionato alla perfezione arrestando la reazione nucleare nel nocciolo con l’inserimento delle barre di assorbimento, ma il problema è stato un altro. Il sisma ha bloccato la fornitura di energia elettrica al circuito di raffreddamento ed è entrato in funzione quello di emergenza azionato dai motori diesel. Ma poichè i motori a gasolio si trovano a sette metri sul livello del mare, sono stati investiti dall’onda di tsunami che li ha messi fuori uso. Quindi i quattro reattori sono rimasti totalmente privi di sistemi di raffreddamento e, anche se la reazione nucleare era stata fermata, hanno continuato a surriscaldarsi per effetto del decadimento dei prodotti di fissione presenti nelle barre. Di qui la produzione di vapore acqueo in eccesso, di ossigeno ed idrogeno (prodotti dalla scissione delle molecole d’acqua venute a contatto con l’acciaio in prefusione a teemperatura di circa 2000 gradi) che hanno causato le esplosioni e le fuoriuscite.

Vorrei essere chiaro: a Fukushima è successo quello che capita in un’automobile cui si rompe la pompa dell’acqua: il motore non viene raffreddato e quindi, dopo un po’, fonde. Per avere un’idea plastica della magnifica tecnologia nucleare nipponica, provate ad immaginare un automobilista che guida una macchina con il radiatore guasto e per raffreddare il motore versa secchiate d’acqua sul cofano.

3. A difesa del nucleare italico si sono pronunciati il ministro Prestigiacomo (grande esperta in materia) ed il ministro Romani (detto anche ministro Colpo Grosso). Si attende l’intervento del predecessore Scajola (che fino a pochi mesi fa percorreva il paese assicurando l’assoluta sicurezza delle nuove centrali che ci vuole sbolognare la Francia) il quale lamenterà che lo tsunami è stato causato a sua insaputa.

Per non essere da meno il Corriere della Sera ha affidato un articolo in difesa dell’atomo ad Edoardo Boncinelli, un genetista. Ma che cacchio ne sa?

4. Proliferano informazioni sul livello di millisievert registrati nei pressi della centrale. Nessuno spiega cosa è un Sievert.

5. A sentire la televisione, questo sarebbe il secondo (o terzo) disastro nucleare di sempre. Prima di esso si citano Three Miles Island e Chernobyl come unici casi in cui sono stati immessi in atmosfera radionuclidi di produzione umana. Qualcuno arriva a dire che siamo di fronte ad una catastrofe epocale che muterà il mondo, che intaccherà la catena alimentare, che sconvolgerà il pianeta. Nessuno ricorda le decine e decine di esperimenti nucleari in atmosfera compiuti negli anni 50 e 60, quando Stati Uniti e Francia (nelle isole del Pacifico) e Unione Sovietica (in Kazakhstan) facevano espodere bombe atomiche (a fissione e poi anche a fusione, le cosiddette bombe H) in superficie, con la produzione e la diffusione in atmosfera di quantitativi enormi di materiale radioattivo che si è ovviamente diffuso su tutto il globo.

Mi fermo qua, mi sento soffocare.


Va bene.

febbraio 15, 2011

Va bene, sono stato zitto in tutto questo tempo per lasciare che si sfogassero gli istinti, ma adesso sarebbe anche ora di dire due parole. Visto che chi le dovrebbe dire (io non faccio nomi, vero Bersani?) non lo fa.

Cominciamo osservando un paio di cose.

Berlusconi, recentemente, ha strillato di non aver mai pagato per prestazioni sessuali, di non aver mai frequentato minorenni, di aver organizzato solo elegantissime serate mondane. Gli atti della Procura di Milano (che via sia condanna o no) dimostrano che invece ha pagato fiumi di denaro per prestazioni sessuali, che ha frequentato minorenni, che nelle sue residenze si tengono abitualmente festini hard. Insomma ci ha raccontato una caterva di menzogne.

Ricordo che, a proposito del processo Mills, B. ha sempre strillato di non aver mai corrotto nessuno. Lo stesso nel processo Mondadori, in quello “tangenti Guardia di Finanza” ed in quello SME. Ha sempre negato di aver pagato tangenti a Craxi falsificando bilanci e frodando il fisco (processi All Iberian 1 e 2). Ha sempre affermato di non essersi mai ingerito di questioni interne alla RAI, di non aver beneficiato della legge Gasparri (ed infatti si vedono i risultati) e del potere di nomina dei vertici aziendali. Ha sempre negato di aver avuto rapporti con Cosa nostra, accusando come minimo di follia chi rivelava fatti evidenti, uscendo sempre con archiviazioni dubitative dai processi per riciclaggio e per concorso in strage (aspettiamo gli esiti delle indagini in corso a Firenze, a Palermo e a Caltanissetta). Ha sempre negato di aver voluto “leggi ad personam” per uscire indenne dai suoi processi, quando in verità ha beneficiato largamente della depenalizzazione del falso in bilancio e della decurtazione della prescrizione contenuta nella legge ex Cirielli. E mi fermo per non risultare noioso.

Insomma. Le stesse astronomiche fandonie che ci rovescia addosso ora le urla fin dal primo giorno in cui è apparso sulla scena politica. Oggi che l’argomento è comprensibile a tutti (prostituzione minorile, lo capisce chiunque) si potrebbe far comprendere agli italiani che viviamo nel regno della menzogne, governati da un tizio che ci seppellisce di balle da sedici anni.

Questo per dire che se mai Berlusconi dovesse cadere per via del “caso Ruby”, ciò non è dovuto (non dovrebbe essere dovuto) alla pervicacia della Procura di Milano nel perseguire ogni reato che commette, ma alla presa di coscienza da parte del paese (almeno di una porzione considerevole) che egli non è la persona che vuol far credere di essere, che la sua politica non è quella che rappresenta, che le leggi che ha voluto sono uno scempio. E questo è un fenomeno tutto politico, non è una scorciatoia giudiziaria per sopperire alla pochezza di iniziativa politica dell’opposizione. Se un primo ministro dimostra di essere politicamente indegno (anche come riflesso indiretto di indagini giudiziarie), la sua caduta non è un “golpe giudiziario” come troppi ammettono implicitamente e come a sinistra si teme venga ribadito a scopi elettorali. E’ un fatto che appartiene alla naturale dinamica politica, nella quale anche le evidenze giudiziarie concorrono a formare l’opinione collettiva su un primo ministro.

Se questo inciampo della prostituzione minorile servirà a far cadere il governo, a restituirci un parlamento un po’ più decente, dobbiamo esserne felici. Ma poi dovremo continuare ad occuparci di tutto il resto. A partire dall’assetto del sistema televisivo per arrivare ai processi sulle stragi di mafia del ’92-’93. Se mai quella verità verrà alla luce, allora sì che questo processetto di Ruby ci apparirà per la sciocchezza che effettivamente è. Anche se forse passerà alla storia come la trappola che fece cadere il grande B.


La giornata della memoria.

gennaio 27, 2011

Dramma domestico in un atto.

Lui: Ti sei ricordata che domani è la giornata della memoria?
Lei: No! Mi sono dimenticata! Perché non me lo hai ricordato?
– Sai che ho poca memoria per le giornate della memoria…
– Ma tu ti ricordi quante giornate della memoria bisogna ricordarsi?
– A memoria non mi ricordo. Ma mi ricorderò di farmi il promemoria delle giornate della memoria.
– Ma io mi ricordo che lo avevi fatto.
– Si ma non mi ricordo mai dove lo metto.
– Allora imparalo a memoria il promemoria delle giornate della memoria.
– Hai ragione: devo ricordarmi di imparare a memoria il promemoria delle giornate della memoria. Ma tu ricordamelo!
– Cosa?
– Ricordami di ricordarmi di imparare a memoria il promemoria delle giornate della memoria.
– Se avessi memoria, mi ricorderei io di ricordarmi di imparare a memoria il promemoria delle giornate della memoria. Ma lo sai che non ho memoria.
– Ma mi sembra di ricordare di essermi ricordato di ricordarti di imparare a memoria il promemoria delle giornate della memoria. Ma tu mi ricordasti che le giornate della memoria non esistono più!
– Non esistono più? Io non mi ricordo che non esistono più le giornate della memoria; ma non mi ricordo nemmeno se esistono ancora.
– Ma tu ti ricordi di quando c’erano le giornate della memoria?
– Mi ricordo che ti chiedevo di ricordarmi di ricordarmi di imparare a memoria il promemoria delle giornate della memoria.
– E te lo ricordavo?
– Non mi ricordo.
– Ma almeno ti ricordi cosa si ricorda nella giornata della memoria?
– Non mi ricordo se si ricorda la stessa cosa della giornata del ricordo.
– Ah già! La giornata del ricordo. Devi ricordarmi di ricordarmi la giornata del ricordo.
– Anche quella della memoria.
– Ti ricordi di quando dovevi ricordarmi di ricordarmi di memorizzare le giornate del ricordo e di ricordarmi di imparare a memoria il promemoria delle giornate della memoria?
– Sì! Mi ricordo!!!
– Allora ti ricordi cosa si ricorda nella giornata del ricordo e nella giornata della memoria?
– No quello non me lo ricordo. Ma mi ricordo che si imparava a memoria un disco di canti della memoria.
– Sì, mi ricordo. Lo comprammo da Ricordi. Ti ricordi quando c’era Ricordi e andammo a comprare il disco della memoria per il giorno del ricordo da imparare a memoria? … Quanti ricordi…

– Comunque domani devi ricordarti di vedere se è il giorno della memoria o del ricordo.
– Hai ragione. Ricordamelo.
– Ok. Memorizzo.


Votate le parole che non volete più sentire dalla politica.

gennaio 1, 2011

Avete venti scelte possibili. Votate.


Quiz.

dicembre 15, 2010

C’è un paese in Sicilia, un paesone, che chiameremo X. E lì vicino un paese fratello, un po’ più piccolo ma simile, lo chiameremo Y. X è un paese strano, non comanda il sindaco, non c’è un prefetto ma c’è un Tribunale con una Procura; le sezioni dei partiti si somigliano tutte: la gente passa da una all’altra senza troppa difficoltà. A X il potere è nelle mani di una strana associazione, la chiameremo CF, che decide tutto: assegna gli appalti, le licenze edilizie, le cariche pubbliche, gli assessorati, le licenze commerciali, le tariffe dei servizi; insomma: governa la vita della gente, anche il respiro. A X e a Y la magistratura indaga ma non condanna; il comune di Y è stato pure sciolto per infiltrazioni mafiose, ma nessuno dei consiglieri o dei membri di giunta è stato processato per mafia. A X e a Y i carabinieri fanno amicizia con i delinquenti; a X abita un alto magistrato, che talvolta è stato visto in compagnia dei suoi imputati. A X e a Y è un problema anche fare l’assicurazione RC auto, perchè le compagnie sospettano che lì i sinistri siano tutti fasulli e i periti tutti infedeli.

A X viveva un bravo giornalista, tenace, determinato, orgogliosamente di destra ed ex missino; lo chiameremo B. Denunciava sui giornali e sulle reti televisive private tutto quello che a X non andava. Che ci fosse la mafia, per esempio. Si dice anche che avesse scoperto che a X si nascondeva un pericoloso e famoso latitante: tale L. A Y viveva uno scienziato di fama internazionale, lo chiameremo A; anche lui denunciava tutto quello che non andava a X e a Y. Lui era di sinistra, iscritto al Pci, ai Ds ma non al Pd. Si batteva per far cambiare quelle terre, per far aprire gli occhi agli abitanti su quanto fosse mafiosa la società di X e di Y.

Ma non sono questi gli unici personaggi noti che provengono da laggiù. E’ nato a X un famoso giornalista tv, che è possibile vedere tutte le sere da tanti anni, il più longevo direttore di tg che si conosca; lo chiameremo C. Ci conciona senza tregua sulle virtù del presidente del consiglio e sulle meraviglie del governo.

E di recente un altro signore, nato a X ed abitante a Y, è diventato famoso; lo chiameremo D. Magari senza troppa gloria, ma è diventato famoso, per un voto in parlamento. Un voto dato al governo sebbene lui fosse stato eletto con l’opposizione. I maligni dicono che l’abbia fatto per soldi, chissà. Ma siccome X e Y sono paesi molto particolari, non ci si dovrebbe meravigliare.

Già, perchè, purtroppo, sebbene lo meritassero, nè A nè B sono mai stati eletti in Parlamento, nè potranno esserlo. B fu trovato nella sua macchina una notte di tanti anni fa, con un proiettile calibro nove nella nuca. I maggiorenti di X dicono tuttora che fosse uno sciupafemmine accoppato da un marito geloso. A, invece, si è buttato da un viadotto dopo essere stato indagato dalla procura per aver detto che i mafiosi sono mafiosi. I maggiorenti dicono che fosse depresso.

E’ un paese strano X, tanto che qualcuno lo chiama “la Corleone del ventunesimo secolo”.

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Chi sa che paesi sono X e Y; e chi sono A, B, C, D ed L?


Ce la fa?

dicembre 13, 2010

Fiducia o sfiducia?


Dice la Gelmini…

novembre 25, 2010

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che la sua “riforma” serve per evitare il nepotismo negli atenei ed i vari casi di parentopoli.

Fatemi capire. Il MINISTRO DELL’UNIVERSITA’ afferma che gli atenei italiani sono affetti dalle degenerazioni clientelari e familistiche. Se fosse un ministro appena appena decente disporrebbe indagini amministrative interne alle università per accertare i fatti e adottare i relativi provvedimenti (annullamento dei concorsi, sospensioni, collocamenti a riposo, licenziamenti eccetera). Invece no. Questo ministro* ha la bella pensata di far pagare le colpe di chi ha rovinato l’Università a quelli che verranno dopo. Brava.