Il medioevo della Ministra Lamorgese

febbraio 21, 2020

manette

“Carcere per gli spacciatori di modiche quantità”. Lo ha detto la Ministra degli Interni Lamorgese, e c’è da chiedersi dove sono i campioni del garantismo che affollano la nostra politica. Se c’è una cosa inutile nel contrasto alla diffusione delle droghe è la repressione penale che, come tutti gli studi indicano, non ha mai avuto alcuna efficacia. Se una proposta del genere l’avesse fatta Salvini, apriti cielo, sarebbe esplosa la rivolta. E le carceri sovraffollate? E i Tribunali intasati? E i diritti degli indagati? Invece niente. Sarà che questa ministra è una donna, per cui non la si può criticare, ma è sconcertante che ancora si pensi a combattere la droga con metodi medioevali. Coi gabbioni, con le manette, con le botte in carcere.

Sarà che sono da sempre antiproibizionista, come chiunque abbia studiato il fenomeno, ma mi sconforta leggere tali notizie in un’epoca in cui si potrebbe imboccare la strada giusta. Perché il contrasto a tutti i fenomeni di illegalità diffusa, come appunto il traffico di stupefacenti, non può essere fatto con la repressione, ma rendendoli antieconomici. E lo strumento per farlo è ora a nostra disposizione: la tracciabilità dei pagamenti. Lo spaccio di strada, i quartieri ostaggio dei pusher, la penetrazione nell’economia lecita del denaro proveniente dalla droga, esistono perché esiste il denaro contante. Senza contante non ci sarebbero gli spacciatori di strada (chi mai comprerebbe droga pagando con carta di credito?) e i grandi trafficanti troverebbero assai arduo riciclare i loro immensi proventi. Eliminando il contante, il manico del coltello passerebbe dalla parte dello Stato. Che invece, per bocca della Ministra Lamorgese, proclama stupide guerre a base di manette e prigioni, come un ottuso monarca medioevale.


Incostituzionalità del processo: il risarcimento negato

febbraio 21, 2020

danno

L’articolo 24 della Costituzione afferma che “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi”.

Ognuno di noi, quindi, può rivolgersi al Tribunale per chiedere la riparazione di un danno che ritiene di aver patito. Sembra un principio elementare, ma i padri costituenti sentirono la necessità di sancirlo nella Carta. Altrettanto elementare è il principio secondo cui chi commette un reato penale è tenuto a riparare il danno che ha cagionato. Ma questo obbligo non è scritto in Costituzione, neppure nel recentemente riscritto articolo 111.

Che può fare quindi la persona offesa da una reato (detta impropriamente vittima)? Innanzitutto denunciare il fatto, quindi sperare che il responsabile venga individuato, processato, condannato in via definitiva e quindi, a condanna pronunciata, chiedere di essere risarcita con un ulteriore procedimento giudiziario in sede civile. E qui sorge immediata una domanda: in un paese nel quale i processi durano decine di anni, quando arriva il risarcimento? Decine di anni dopo i fatti, non c’è nulla da fare. Ma l’interrogativo peggiore è un altro: e se la condanna del responsabile non arriva? Risposta: che la vittima si metta il cuore in pace. E sono questi i casi più frequenti. In Italia i responsabili di reati penali condannati in via definitiva sono una esigua minoranza, per via della cronica inefficacia del sistema giudiziario. Fra indagini che non si fanno, reati che cadono prescritti prima ancora che inizi il processo, procedimenti che non arrivano al termine per le più svariate ragioni, e condannati che figurano incapienti, sottraendosi in tal modo ai loro obblighi patrimoniali, la probabilità che una vittima venga effettivamente risarcita (anche a distanza di lustri) è minima.

Sarebbe lungo dire come si sia giunti a tale stato di cose, ma è evidente che tale fenomeno è taciuto e sottovalutato, perché l’evoluzione della società ha enormemente allargato la platea di soggetti danneggiati dal fatto-reato. Le vittime dei crack bancari e aziendali. Migliaia di persone che hanno visto evaporare i loro risparmi. I lavoratori che perdono il posto per la bancarotta fraudolenta del titolare. Le persone che si ammalano per fenomeni di inquinamento ambientale. Ma il diritto penale è entrato anche nelle case, nelle vite quotidiane, con l’istituzione di fattispecie come il maltrattamento in famiglia, gli atti persecutorii (stalking), i reati a sfondo sessuale. Eppure chiunque rimanga vittima di questi eventi è abbandonato a se stesso, ignorato dalle istituzioni e dagli uffici giudiziari, nei quali la sua posizione è del tutto marginale, oscurata da quella dell’indagato-imputato, che il cosiddetto garantismo imperante ha reso protagonista assoluto del processo e depositario di una serie di tutele del tutto sconosciute alla persona offesa.

Concorrono a questo stato di cose l’idea che la vittima sia alla ricerca di “vendetta”, cosa che potrebbe anche essere e non deve essere, ma che non dovrebbe ostacolare il procedimento. Concorre una certa filosofia pauperista, per cui chi subisce un torto “deve farsene una ragione”, e basta (“non vorrai mica guadagnarci!”).

Ma soprattutto domina ormai l’idea che la vera vittima, il perseguitato, è il reo, l’indagato, l’imputato. Quello che i politici che blaterano di giustizia definiscono “il cittadino”, dando per scontato che il processo penale coinvolga solo lui e non anche i danneggiati, e che la giustizia sia un affare privato fra lo Stato e il colpevole.

L’obiezione che si sente fare chi solleva tale problema è che la parte lesa può agire in giudizio civile a prescindere dalla celebrazione del processo penale, chiedendo il risarcimento a prescindere dalla condanna. Si tratta di una gigantesca mistificazione. Perché per ottenere giustizia direttamente da un Giudice civile, è necessario portare le prove, inconfutabili, dell’identità del reo, della commissione del fatto e dei danni cagionati. Elementi che un privato cittadino, salvo rarissimi e fortunati casi, non può avere. La vittima di una bancarotta, come può provare che il fallito ha portato all’estero i denari della società? Una donna violentata in un parco pubblico, come può conoscere l’identità dello stupratore? Un malato di cancro, come può provare che il suo male deriva dall’inquinamento di una determinata azienda, e come può sapere chi è il vero responsabile?

Per tale ragione affermo che il nostro ordinamento, a partire dalla Costituzione stessa, è in contrasto con l’articolo 3, discriminando in maniera intollerabile la posizione del reo rispetto a quella della vittima a favore del primo.

Eppure, nel continuo e inesauribile dibattito sulla Giustizia, nessuno solleva tale questione. Nessuno ha mai proposto di inserire nella Carta fondamentale una frase tanto semplice quanto incontrovertibile: “il processo penale deve garantire alla persona offesa un adeguato risarcimento”.

L’inefficacia del sistema giudiziario e la tenuità delle pene hanno fatto venir meno l’azione deterrente della condanna penale, incoraggiando di fatto la commissione del delitto che, è luogo comune dirlo, paga. E se il reo ne guadagna a spese di tutti, lo fa, a maggior ragione, in danno di quei cittadini che subiscono gli effetti del delitto stesso sulla carne viva.