L’eterna amnesia emiliana della sinistra

gennaio 30, 2020

 

Il-Muraglione-quadro-astratto

Bonaccini, non il PD, vince le elezioni regionali e il suo partito (ri)scopre l’Emilia-Romagna, la culla della sinistra, il suo ultimo rifugio. Bologna e la regione di cui è capoluogo sono un’icona dell’immaginario progressista, il vanto, il fiore all’occhiello che da sempre viene esibito per legittimare le ambizioni di governo della nazione e per convincere gli elettori di tutta la penisola a votare a sinistra. È sempre stato così, fin dagli anni cinquanta, quando si magnificava il buongoverno delle città rosse contrapposto al “malgoverno dei democristiani” che nella propaganda comunista era una formula magica per legittimarsi. Ma c’è un interrogativo.

Già allora, negli anni del quarantennio democristiano, si verificava uno strano fenomeno. Gli amministratori emiliani tanto elogiati per il loro lavoro negli enti locali, una volta approdati alle cariche nazionali (di partito e/o parlamentari), venivano messi nell’angolino. Muti, dimenticati, premiati con la carica ma ininfluenti nelle scelte politiche nazionali. Dozza, Fanti, Zangheri, Imbeni, i sindaci della rossa Bologna avevano come massimo riconoscimento il godimento di un agiato pensionamento di lusso. Ai vertici del partito della sinistra (fosse esso il Pci, il Pds, i Ds o il Pd) rimanevano gli Ingrao, i Pajetta, i Berlinguer, giù giù fino a D’Alema, Occhetto, Fassino, Renzi.

Tanto bravi a guidare gli enti locali ma, chissà perché, inadatti a guidare il partito nazionale o, non sia mai, un ministero o un governo.

E guarda caso il partito, invece di vincere le elezioni nazionali, le perdeva e le perde. Che strano fenomeno. Chi vince sui territori viene messo da parte, chi invece a casa propria perde, sale di grado. È sempre stato così ed è così ancora oggi, tanto che, volendo cercare un politico di sinistra con una qualche credibilità o popolarità, si nominano Prodi e Bersani (due emiliani), ma il partito è guidato da un romano e continuano ad avere influenza (nefasta) i Cuperlo e le Serracchiani. Gente che fa scappare gli elettori alla prima frase pronunciata.

Temo che a Bonaccini toccherà la medesima sorte. Eroe per un giorno, per aver fermato l’avanzata del mostro (ahahah!) Salvini, verrà messo da parte. Il suo partito si dimenticherà che guida la regione con una sanità pubblica efficiente e un’economia migliore di quella del decantato Veneto, per proseguire nelle proprie politiche errate. Appena svoltate le elezioni del 26 gennaio il Pd ha ripreso a tessere la propria tela conservatrice. Non ha chiesto a Bonaccini come si governa una regione, né cosa pensa, per esempio, della legge Bonafede sulla prescrizione penale. No. Su queste cose decidono gli ultrasconfitti romani. Avanti così. Gli emiliani sono lì per portare voti e fare da specchietto, guai ad ascoltare le loro idee. Avanti così fino alla prossima sconfitta elettorale, per la quale ci si consolerà dicendo che “eh però in Emilia-Romagna la sinistra tiene”. Chissà come mai.