Riti e vittime

ottobre 30, 2018

stupro

Concludo la serie di post sulla comparazione fra rito accusatorio ed inquisitorio accennando al complesso tema della posizione della persona offesa dal reato.

La funzione del processo penale è repressiva; è di punire il colpevole di un reato, ma in tempi recenti ha assunto funzioni ulteriori.

Una è quella di verità, ovvero quella di portare alla luce e di far conoscere all’opinione pubblica fatti che, senza indagini condotte con gli strumenti della polizia giudiziaria, rimarrebbero sconosciute o quantomeno avvolte da nubi di incertezza. Gli abitanti di una città il cui sindaco è sospettato di corruzione, hanno diritto di sapere se il loro primo cittadino è stato infedele oppure no. Chi vive in prossimità di un’industria inquinante ha diritto di sapere chi sono i responsabili delle proprie malattie. La collettività ha diritto di sapere se chi gestisce i propri risparmi lo fa correttamente o in modo fraudolento. La risposta a queste domande, a prescindere dalla punizione del reo, può venire solo da indagini della magistratura.

Strettamente connessa è l’esigenza di garantire alle persone offese, cioè alle vittime dei reati, un adeguato risarcimento, individuando sia il responsabile che le precise responsabilità, anche in questo caso senza correlazione con la pena da infliggere.

Per tali ragioni mi parrebbe più sensato affidare l’esercizio dell’azione penale ad un soggetto con funzioni cognitive ed attribuzioni ad ampio spettro, quale sarebbe un giudice, e non ad un organo meramente accusatorio come il Pubblico Ministero.

Chi è vittima di reato, in astratto, può procedere contro il responsabile in sede civile, a prescindere dall’azione penale esercitata dalla Procura. Tuttavia, salvo casi particolari, si tratta di una percorso pericoloso, poiché raramente la vittima possiede prove certe del fatto e dell’identità del reo, per cui la causa civile risarcitoria rischia di ritorcesti contro la vittima stessa. La via migliore è attendere l’esito del procedimento penale e, avendo in mano la sentenza di condanna del reo, chiedere la quantificazione del risarcimento in sede civile.

Anche qui emerge il problema del ruolo del Pubblico Ministero, che non ha alcun obbligo nei confronti delle vittime, le quali, a loro volta, nel corso delle indagini e del processo, non hanno praticamente alcun potere di intervento. Ben migliore sarebbe un sistema che attribuisce al Giudice Istruttore, nel corso dell’attività istruttoria, anche la funzione di tutelare la persona offesa, ovvero di raccogliere quegli elementi utili a delineare il danno e a prendere i provvedimenti necessari a tutelarne la posizione.

Che il codice in vigore abbia una considerazione quasi nulla dei diritti della persona offesa emerge peraltro da molti aspetti. Faccio l’esempio del termine di soli dieci giorni entro il quale il difensore della parte lesa può proporre opposizione alla richiesta di archiviazione del PM. Dieci giorni nei quali chiedere ed ottenere copia del fascicolo, studiarlo, e formulare motivate richieste di prosecuzione delle indagini. Molto critica è la posizione della vittima in caso di patteggiamento, rito che si conclude con una sentenza che “applica una pena” ma non costituisce una autentica condanna, ovvero non “certifica” la responsabilità del reo. Quindi non costituisce elemento sufficiente a richiedere la riparazione del danno con certezza di esito positivo. In altre parole, chi patteggia, oltre ad ottenere lo sconto di pena, si sottrae anche all’obbligo di risarcire la vittima (recentemente la Cassazione ha modificato l’orientamento in materia, ma sarà il tempo a dire se in maniera significativa). Taccio sul gravissimo fenomeno della prescrizione, che estingue il reato e con esso anche il diritto del danneggiato al risarcimento. In sostanza può ben dirsi che la persona offesa non trova adeguata tutela nel processo penale, che spesso si traduce per essa in un lungo calvario, costoso, umiliante, che in esito non soddisfa neppure il diritto al risarcimento. Diritto che peraltro non è costituzionalmente tutelato, contrariamente ai diritti di difesa frettolosamente inseriti nell’art. 111 della Carta nel 1999.

A tale proposito non posso tacere l’argomento che Piercamillo Davigo utilizza per criticare la pretesa terzietà del Giudice nel processo penale. Il Giudice, afferma Davigo, deve stare dalla parte della vittima, ma se assume una posizione neutra fra il ladro e il derubato, si è già messo dalla parte del ladro. I concetti di terzietà del giudice e di parità fra accusa e difesa meriterebbero una discussione a parte, che qui ometto. Ma è chiaro che accusa e difesa, nel processo penale, hanno funzioni radicalmente diverse, e quindi la loro parità non può essere intesa come quella fra marito e moglie in una causa di divorzio, ma come condizione di pari dignità, non certo di parità di mezzi.

In estrema sintesi conclusiva, un’indagine è procedimento complesso, che richiede attenzione a molteplici aspetti: segretezza, tutela delle vittime, garanzie per gli indagati, interesse pubblico e della pubblica opinione. Affidarla ad un organo meramente accusatorio è scelta sbrigativa, tipica appunto della pessima giustizia statunitense.