Riti e vittime

ottobre 30, 2018

stupro

Concludo la serie di post sulla comparazione fra rito accusatorio ed inquisitorio accennando al complesso tema della posizione della persona offesa dal reato.

La funzione del processo penale è repressiva; è di punire il colpevole di un reato, ma in tempi recenti ha assunto funzioni ulteriori.

Una è quella di verità, ovvero quella di portare alla luce e di far conoscere all’opinione pubblica fatti che, senza indagini condotte con gli strumenti della polizia giudiziaria, rimarrebbero sconosciute o quantomeno avvolte da nubi di incertezza. Gli abitanti di una città il cui sindaco è sospettato di corruzione, hanno diritto di sapere se il loro primo cittadino è stato infedele oppure no. Chi vive in prossimità di un’industria inquinante ha diritto di sapere chi sono i responsabili delle proprie malattie. La collettività ha diritto di sapere se chi gestisce i propri risparmi lo fa correttamente o in modo fraudolento. La risposta a queste domande, a prescindere dalla punizione del reo, può venire solo da indagini della magistratura.

Strettamente connessa è l’esigenza di garantire alle persone offese, cioè alle vittime dei reati, un adeguato risarcimento, individuando sia il responsabile che le precise responsabilità, anche in questo caso senza correlazione con la pena da infliggere.

Per tali ragioni mi parrebbe più sensato affidare l’esercizio dell’azione penale ad un soggetto con funzioni cognitive ed attribuzioni ad ampio spettro, quale sarebbe un giudice, e non ad un organo meramente accusatorio come il Pubblico Ministero.

Chi è vittima di reato, in astratto, può procedere contro il responsabile in sede civile, a prescindere dall’azione penale esercitata dalla Procura. Tuttavia, salvo casi particolari, si tratta di una percorso pericoloso, poiché raramente la vittima possiede prove certe del fatto e dell’identità del reo, per cui la causa civile risarcitoria rischia di ritorcesti contro la vittima stessa. La via migliore è attendere l’esito del procedimento penale e, avendo in mano la sentenza di condanna del reo, chiedere la quantificazione del risarcimento in sede civile.

Anche qui emerge il problema del ruolo del Pubblico Ministero, che non ha alcun obbligo nei confronti delle vittime, le quali, a loro volta, nel corso delle indagini e del processo, non hanno praticamente alcun potere di intervento. Ben migliore sarebbe un sistema che attribuisce al Giudice Istruttore, nel corso dell’attività istruttoria, anche la funzione di tutelare la persona offesa, ovvero di raccogliere quegli elementi utili a delineare il danno e a prendere i provvedimenti necessari a tutelarne la posizione.

Che il codice in vigore abbia una considerazione quasi nulla dei diritti della persona offesa emerge peraltro da molti aspetti. Faccio l’esempio del termine di soli dieci giorni entro il quale il difensore della parte lesa può proporre opposizione alla richiesta di archiviazione del PM. Dieci giorni nei quali chiedere ed ottenere copia del fascicolo, studiarlo, e formulare motivate richieste di prosecuzione delle indagini. Molto critica è la posizione della vittima in caso di patteggiamento, rito che si conclude con una sentenza che “applica una pena” ma non costituisce una autentica condanna, ovvero non “certifica” la responsabilità del reo. Quindi non costituisce elemento sufficiente a richiedere la riparazione del danno con certezza di esito positivo. In altre parole, chi patteggia, oltre ad ottenere lo sconto di pena, si sottrae anche all’obbligo di risarcire la vittima (recentemente la Cassazione ha modificato l’orientamento in materia, ma sarà il tempo a dire se in maniera significativa). Taccio sul gravissimo fenomeno della prescrizione, che estingue il reato e con esso anche il diritto del danneggiato al risarcimento. In sostanza può ben dirsi che la persona offesa non trova adeguata tutela nel processo penale, che spesso si traduce per essa in un lungo calvario, costoso, umiliante, che in esito non soddisfa neppure il diritto al risarcimento. Diritto che peraltro non è costituzionalmente tutelato, contrariamente ai diritti di difesa frettolosamente inseriti nell’art. 111 della Carta nel 1999.

A tale proposito non posso tacere l’argomento che Piercamillo Davigo utilizza per criticare la pretesa terzietà del Giudice nel processo penale. Il Giudice, afferma Davigo, deve stare dalla parte della vittima, ma se assume una posizione neutra fra il ladro e il derubato, si è già messo dalla parte del ladro. I concetti di terzietà del giudice e di parità fra accusa e difesa meriterebbero una discussione a parte, che qui ometto. Ma è chiaro che accusa e difesa, nel processo penale, hanno funzioni radicalmente diverse, e quindi la loro parità non può essere intesa come quella fra marito e moglie in una causa di divorzio, ma come condizione di pari dignità, non certo di parità di mezzi.

In estrema sintesi conclusiva, un’indagine è procedimento complesso, che richiede attenzione a molteplici aspetti: segretezza, tutela delle vittime, garanzie per gli indagati, interesse pubblico e della pubblica opinione. Affidarla ad un organo meramente accusatorio è scelta sbrigativa, tipica appunto della pessima giustizia statunitense.

 


Idagato da chi? PM o GI?

ottobre 29, 2018

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Immaginate di essere sottoposti a indagine. Vi chiedo: da chi vorreste che fosse condotta l’inchiesta? Da un giudice con obblighi di imparzialità, o dal Pubblico Ministero che, nell’eventualità di un processo, sarà la vostra controparte, con la funzione di chiedere la condanna?

Posta così, la domanda sembra avere una risposta ovvia. Il Pubblico Ministero, che ha funzione accusatoria ed il cui lavoro è valutato in base al numero di condanne che ottiene, è naturalmente portato a cercare le prove a carico dell’indagato, non certo quelle a suo discarico. Sembrerebbe preferibile essere indagati da un giudice con obbligo di terzietà, la cui indagine abbia funzioni cognitive, e non accusatorie.

Eppure in Italia abbiamo adottato un sistema che affida le indagini al Pubblico Ministero, giudicandolo più garantista del precedente, nel quale le indagini erano condotte dal Giudice Istruttore.

I motivi di tale modifica non li conosco, ma penso che fossero sostanzialmente due: il vecchio codice di procedura lasciava troppo spazio al Giudice Istruttore, che in taluni casi poteva addirittura assumere la veste di giudice di merito; in secondo luogo il processo in aula era una mera replica dell’istruttoria, nel quale la difesa, in pratica, non aveva margini di azione. In sostanza: se il Giudice Istruttore era convinto della colpevolezza dell’indagato, questi non aveva scampo. La necessità di meglio garantire i diritti di difesa ci ha condotto al sistema attuale, nel quale il Pubblico Ministero conduce le indagini e, successivamente, a processo, sostiene l’accusa, in contraddittorio con la difesa, innanzi ad un giudice “terzo”.

La domanda è: abbiamo creato un sistema migliore? Più garantista e più efficiente?

Se nel rito inquisitorio il problema era il processo, adesso il problema è l’indagine. L’avvocatura ora lamenta l’eccessivo potere del PM nel corso delle inchieste e la soggezione dei Tribunali davanti alle Procure. L’insistita richiesta di separare le carriere di giudici e PM è dovuta a questa presunta condizione psicologica.

In effetti la diversa impostazione procedurale ha comportato una serie di problemi, di cui ora elenco una parte, senza alcuna pretesa di generalità.

È indubbio che il Pubblico Ministero ha enormi poteri nel corso delle indagini, con il rischio che, abusandone, possa assumere un ruolo debordante rispetto alle sue funzioni istituzionali. Inoltre egli ha la facoltà di selezionare, fra centinaia di fascicoli, quelli di suo interesse, sui quali concentrare la propria azione. Approfittando dell’attuale disciplina della prescrizione, può fare in modo che i procedimenti che, per un motivo o per un altro non gli interessano, vadano in prescrizione. E le statistiche dicono che un numero enorme di procedimenti cadono prescritti durante le indagini preliminari.

L’avviso di garanzia, e la non segretezza dell’indagine, danneggiano l’indagato più di quanto non lo tutelino.

Le intercettazioni telefoniche ed ambientali. Essendo esse raccolte dall’accusa, non si può accettare che sia il PM stesso a selezionare quelle utilizzabili e quelle non utilizzabili. Quindi le difese sono costrette a volere la desecretazione di tutto il materiale intercettato, con la conseguenza che la pubblicazione sui giornali delle parti irrilevanti rischiano di danneggiare gli indagati (e non solo loro!) più di quanto non facciano il processo e l’eventuale condanna.

Nel caso in cui il PM non riscontri i termini per procedere, non può archiviare autonomamente il fascicolo, ma deve chiedere che lo faccia il GIP. Il quale ha facoltà di imporre al PM di proseguire l’indagine ovvero di formulare l’imputazione contro la sua stessa volontà. Mi domando che sistema è quello in cui il PM è obbligato ad accusare una persona che ritiene innocente.

Avendo assunto l’indagine preliminare una funzione istruttoria vera e propria, il legislatore ha introdotto le indagini difensive, con la pretesa che abbiano lo stesso valore di quelle della Polizia Giudiziaria. Nei fatti esse sono uno strumento a disposizione dei pochi che possono permettersele in termini economici, e sono tenute in scarsa considerazione dai Tribunali, ai quali non si può certo chiedere di porre sullo stesso piano privati cittadini come gli avvocati ed ufficiali di Polizia.

Mi fermo, ma mi sento di dire che, forse, sarebbe stato preferibile adottare un codice di procedura sì diverso dal precedente, ma pur sempre ispirato al sistema inquisitorio. Lasciando al giudice istruttore la funzione inquirente, a soli fini cognitivi, e al PM, ferme restando le facoltà di integrazione investigativa, la funzione requirente. La vera modifica da introdurre sarebbe stata la separazione fra fase inquirente e fase di giudizio, stabilendo l’uscita definitiva del Giudice Istruttore dal procedimento, una volta chiusa l’istruttoria.

So bene di non avere alcun titolo per sostenerlo, ma risalgo al parere di quello che è stato uno dei più grandi giuristi del secolo scorso: Giovanni Leone. Dopo le dimissioni da Presidente della Repubblica (ingiustamente forzate da una campagna di stampa denigratoria ed infondata), in qualità di senatore a vita fece parte della Commissione Giustizia del Senato, partecipando ai lavori per la riforma del codice del 1989. Alla quale fu sempre tenacemente contrario, ritenendo il rito accusatorio estraneo alla cultura giuridica italiana. Chissà, forse aveva ragione lui.


L’illogicità del rito abbreviato

ottobre 28, 2018

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Il rito abbreviato si celebra su richiesta dell’imputato, il quale con esso accetta come prove gli atti dell’indagine preliminare, rinunciando al dibattimento, ed in cambio, in caso di condanna, ottiene l’automatico sconto di un terzo della pena. Il processo si celebra davanti al Giudice per l’udienza preliminare, ed il vantaggio per l’amministrazione della Giustizia è l’accorciamento dei tempi del giudizio. Minori garanzie processuali e tempi più rapidi in cambio di uno sconto di pena. La ratio dell’istituto è questa.

Una domanda però sorge spontanea: che accade quando gli indagati per il medesimo reato, realizzato in concorso, sono due (o più) e solo uno di essi opta per l’abbreviato? Essendo un diritto della difesa, non può negarsi al richiedente la celebrazione del rito alternativo, ma non lo si può imporre all’altro, negandogli l’altrettanto riconosciuto diritto al contraddittorio. Quindi la conseguenza è obbligata: si celebrano due processi: uno davanti al GUP, con il rito abbreviato, l’altro davanti al Giudice di merito, con rito ordinario. In tal modo il rito cosiddetto abbreviato finisce per non abbreviare un bel nulla; anzi, dovremmo parlare di rito raddoppiato. Tempi doppi, doppie spese di giudizio, doppio lavoro per magistrati e per cancellerie. Ma soprattutto, ed è questo l’aspetto a mio parere più critico, si celebrano due processi diversi per lo stesso fatto! Due processi davanti a giudici diversi, e con prove diverse. Perché in quello abbreviato le prove sono gli atti dell’indagine preliminare, mentre nell’altro le prove si producono nel corso del dibattimento.

In alcun caso un architetto fa due progetti per la stessa casa, o un docente due programmi per lo stesso corso. Ma in Italia capita che si facciano due processi per lo stesso fatto.

Nella notte di Halloween del 2007 una studentessa inglese (M.K.) venne uccisa nel suo appartamento di Perugia. Dopo frenetiche (ed un po’ confuse) indagini morbosamente seguite dagli organi di informazione, gravati da indizi pesantissimi, vennero arrestati tre giovani, accusati di aver commesso l’omicidio in concorso fra loro: R.G., A.K. e R.S. Il primo di essi chiese di essere processato con rito abbreviato e venne condannato dal GUP a trenta anni di reclusione, poi ridotti a sedici in appello. Gli altri due optarono per il rito ordinario innanzi alla Corte d’Assise di Perugia e, dopo una serie di riforme ed annullamenti, vennero assolti per non aver commesso il fatto dalla Corte d’Assise di Firenze. Ora costoro possono proclamarsi perseguitati dalla Giustizia, mentre R.G. sconta la pena per aver commesso il delitto in concorso con essi (sentenza di primo grado) ovvero in concorso con ignoti (sentenza d’appello).

Si potrebbe pensare che questo è un caso limite, una rarità, ma non è così. Lo spacchettamento dei processi in più di uno, in ragione del rito scelto dagli indagati è frequentissimo, e lascio immaginare il caos che si genera nei procedimenti per fatti complessi (reati ambientali, crack finanziari) con decine di imputati e decine di capi di imputazione, nei quali ciascun indagato può scegliere per ciascun reato con quale rito essere processato.

Bene: io non sono nessuno per dirlo, la mia opinione vale nulla in confronto a quella degli insigni giuristi che hanno scritto il codice di procedura penale e le successive modifiche. Ma ad essi chiedo: come si fa a tollerare ed a difendere un sistema del genere? Non si tratta di “garantismo” o di “giustizialismo”, ma di semplice e mera logica. Come può un sistema giurisdizionale prevedere due procedimenti distinti (e ripeto: con prove differenti!) per lo stesso fatto?

Non mi dilungo neppure sulle altre anomalie del rito abbreviato (che pure esistono), perché questa è talmente macroscopica da esser sufficiente ad affermare che tale forma processuale va semplicemente abolita. Punto e basta.


Riti alternativi e garantismo

ottobre 27, 2018

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Il procedimento penale celebrato con rito ordinario si articola nelle seguenti fasi: indagine preliminare, udienza preliminare e dibattimento, che termina con la sentenza del primo grado di giudizio. In caso di impugnazione seguono il processo d’appello e il giudizio di Cassazione.

L’indagine preliminare è una vera e propria istruttoria e l’udienza preliminare è divenuta, nella prassi, una sorta di grado zero di giudizio. Nel corso del dibattimento, in contraddittorio fra le parti, si formano le prove ed esso è, proprio per questo, lungo ed articolato e già in fase di stesura del codice di procedura in vigore emerse che il nuovo rito avrebbe comportato processi molto lunghi. Per tale ragione vennero introdotto i cosiddetti riti alternativi, finalizzati a definire il procedimento in maniera più spedita, quando possibile. Tali opzioni si sono andate via via arricchendo nel corso degli anni, ed ora il ventaglio è ampio: giudizio direttissimo, immediato, a citazione diretta, per decreto. Casi in cui, per la natura del fatto o per l’evidenza della prova, il rito viene privato di una delle fasi ordinarie. Ma i riti alternativi più significativi sono il patteggiamento ed il rito abbreviato, la cui adozione dipende da una scelta dell’indagato.

Il patteggiamento è un accordo fra difesa e Pubblico ministero che si perfeziona prima dell’inizio del dibattimento con il quale, prescindendo dall’accertamento dei fatti, si “applica una pena” all’indagato (prima che questi divenga appunto imputato). Il Giudice si limita a verificare l’impossibilità del proscioglimento e la congruità dell’accordo stesso. Il vantaggio per la difesa è uno sconto di pena, mentre per l’accusa è la definizione in tempi brevi del procedimento. Il rito abbreviato viene richiesto dalla difesa, e consiste nell’accettazione degli atti dell’indagine preliminare quali prove a tutti gli effetti, con rinuncia al contraddittorio. Anche in questo caso avviene uno scambio fra accusa e difesa: uno sconto di pena in cambio di un processo più veloce. A differenza del patteggiamento, tuttavia, si celebra un processo, con conseguente eventuale condanna (e non l’”applicazione della pena”), basato sugli atti del Pubblico ministero, e la sentenza può essere impugnata in appello (cosa non consentita per il patteggiamento).

Una prima domanda è: se il maggior garantismo del sistema accusatorio risiede nel contraddittorio fra le parti, riti come questi, nei quali il contraddittorio non c’è, sono ugualmente garantisti?

In astratto, chi patteggia lo fa perché, sapendo di essere colpevole, opta per un processo veloce con sconto di pena. Purtroppo, in realtà, avviene spesso che a patteggiare sia chi non ha mezzi economici per pagare il difensore in un lungo e difficile (e quindi costoso) rito ordinario. Il patteggiamento, peraltro, è un istituto mutuato dal sistema americano, che tutto è tranne che garantista. Ispirarsi alla Giustizia statunitense e dirsi garantisti, infatti, mi pare una contraddizione. Gli Usa sono il paese dei tre milioni di detenuti (a pari percentuali, noi ne avremmo circa mezzo milione, contro i circa 60mila attuali); della pena di morte; degli errori giudiziari scoperti a distanza, con il condannato riabilitato dopo decenni di carcere; dei verdetti emessi dalla giuria popolare senza dover motivare, cosicché non è possibile appellarsi se non per ragioni procedurali. Qualsiasi cosa venga dagli Usa, tutto è meno che garantista.

Diverso è il caso del rito abbreviato, che a me pare illogico. Va innanzitutto ricordato che è proprio grazie allo sconto automatico da esso previsto che gravissimi delitti vengono puniti con pene alquanto miti. L’omicida, anche efferato, che dopo meno di dieci anni torna in libertà (evento tutt’altro che raro) deve tale trattamento proprio alla scelta di tale rito. Il quale trasforma l’udienza preliminare in un vero e proprio processo sulle carte, in una via di mezzo fra un dibattimento ed un atto di ratifica. Una procedura a metà fra rito inquisitorio e rito accusatorio; un ibrido che si concretizza nello scambio fra minori garanzie processuali ed una pena più bassa.

Sintetizzando, sia il patteggiamento che il rito abbreviato si riducono ad un baratto: meno garanzie per l’indagato/imputato in cambio di una pena più mite. Sarà forse una scelta di celerità, ma non mi pare che possa dirsi garantista. Garantisce pene basse ai colpevoli, questo sì, ma non adeguati diritti di difesa.

Ed infatti il patteggiamento, in origine, era previsto per i reati di minore gravità (quelli con pena inferiore a tre anni di carcere, più o meno), ma poi lo si è esteso anche ad altri più gravi, con conseguenze discutibili. L’abbreviato, al contrario, è sempre possibile, ma la sua nefasta illogicità si è manifestata clamorosamente in alcuni casi di cronaca divenuti celebri (continua).


Debito pubblico e illegalità

ottobre 27, 2018

 

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Nei quotidiani di questi giorni dominano due notizie: il conflitto fra Governo italiano e Istituzioni sovranazionali (Commissione europea e Bce) e la tragica morte di una ragazza minorenne nel quartiere di San Lorenzo, all’interno di uno stabile abbandonato e divenuto area di spaccio di stupefacenti. Qualcosa che lega queste due notizie? Apparentemente no, ma in realtà sì.

Come ho scritto qui, lo strumento che ci consentirebbe di uscire dalle problematiche del nostro bilancio cronicamente in passivo, a mio modesto parere, è l’abolizione del denaro contante. La conseguente emersione dell’economia illegale o semi-legale e la possibilità di rendere irrilevante l’evasione fiscale, darebbero allo Stato risorse finanziarie aggiuntive e soprattutto la possibilità di trattare con le istituzioni sovranazionali soluzioni per superare il problema del debito pubblico.

Simultaneamente l’abolizione del denaro contante sarebbe il colpo di grazia per alcune forme di illegalità, quali appunto lo spaccio di strada. Se esistono aree urbane di fatto sottratte alla vita civile dai pusher di droga, lo si deve alla possibilità di acquistare stupefacenti con denaro liquido. Se il contante non esistesse, chi traffica in sostanze illegali dovrebbe trovare attività lecite di copertura: non riesco infatti ad immaginare un pusher con il POS che riceve il pagamento delle dosi a mezzo carta di credito.

Lo stesso avverrebbe per altre attività illecite come la prostituzione di strada o la vendita di beni contraffatti.

Peccato che nessuno abbia il coraggio di sostenere questa prospettiva in maniera adeguata. L’ottimo Cottarelli, che appare continuamente in televisione, e che è stato alto funzionario del Fondo Monetario Internazionale, sembra dimenticare che l’abolizione del contante è fortemente consigliato ai governi dallo stesso Fmi.

E l’Italia, paese dell’illegalità diffusa, madre delle mafie ed afflitta dall’infedeltà fiscale, potrebbe divenire grazie ad essa guida dell’innovazione economica mondiale. E forse non avremmo neppure casi come quelli della povera Desirée.


Rito accusatorio e durata dei processi

ottobre 22, 2018

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Inizio ora una serie di post dedicati alla comparazione fra il rito inquisitorio ed accusatorio, cercando di illustrare le dieci criticità dell’attuale procedura penale che ho elencato qui.

Come ho cercato di illustrare nel post citato, il rito accusatorio venne introdotto in funzione garantista, spostando la formazione della prova dalla fase istruttoria, condotta esclusivamente dal Giudice e dalla Polizia giudiziaria, al dibattimento, fase processuale alla quale partecipa anche la difesa, in condizione di parità rispetto all’accusa. In tale spirito gli atti raccolti in fase di indagine non sono prove, ma solo elementi di prova, ed è il confronto dialettico fra accusa e difesa davanti al Giudice che forma la prova vera e propria. In particolare, per fare un esempio, le dichiarazioni rese dai testimoni alla Polizia durante le indagini non possono essere utilizzate contro l’imputato, ma devono essere confermate espressamente dal teste davanti al Giudice, dando la possibilità alla difesa di controinterrogare. L’avvocatura pretese a gran forza questa svolta, e ben se ne comprende la ragione.

In questo schema l’indagine dovrebbe essere sommaria, rapida: se gli atti in essi raccolti non hanno valore di prova, è inutile approfondire troppo le cose, meglio andare rapidamente a processo, ove effettivamente si forma la prova. Sembra una buona cosa, ma in questo modo l’indagato, anche se estraneo ai fatti, diventa immediatamente imputato e finisce sotto processo, con tutto quello che ne consegue: nomina di un difensore, partecipazione alle udienze e magari articoli sui giornali. Il sistema che dovrebbe essere più garantista diviene necessariamente più invasivo, se non aggressivo nei confronti della persona indagata. Per questo motivo, nella prassi reale, l’indagine preliminare non ha assunto la connotazione sommaria che astrattamente dovrebbe avere, ed è molto simile alla vecchia istruttoria del rito inquisitorio: analitica, approfondita, burocratica, dettagliata. In altre parole, il Pubblico Ministero, prima di chiedere il processo per l’indagato, vuole convincersi autonomamente della sua colpevolezza. Per tale ragione gli avvocati sono soliti dire che i magistrati hanno mantenuto una mentalità inquisitoria, e sinceramente viene da pensare che sia un bene, volendo evitare di scaraventare a processo un innocente.

Tuttavia l’indagine preliminare in sé resta inutilizzabile, e a processo bisogna ricominciare tutto da capo. Il risultato, come il lettore ben comprende, è la dilatazione esagerata dei tempi della Giustizia: l’indagine preliminare è in sé è lunga e dettagliata, ed il dibattimento, con i formalismi di un rito pubblico che coinvolge magistrati, avvocati, consulenti, testimoni, cancellieri, ed ha lo scopo di ripercorrerla analiticamente ed in contraddittorio fra i vari soggetti, finisce per essere a sua volta interminabile.

Ecco quindi che la prima conseguenza del sistema accusatorio con rito ordinario è stata di allungare a dismisura i tempi della Giustizia, rendendo necessario il ricorso sempre più esteso ai cosiddetti riti alternativi, pensati per sveltire la procedura, che però tutto sono meno che garantisti. Ed inoltre, come dirò in altro post, presentano altre pesanti anomalie.


Rito accusatorio o inquisitorio?

ottobre 21, 2018

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Nel passaggio da Regno a Repubblica, l’Italia conservò quasi integralmente il corpo legislativo, ed in particolare i codici che regolano la giurisdizione ordinaria: Codice penale, Codice civile, Codice di procedura penale, Codice di procedura civile e Legge fallimentare. Si trattava di testi promulgati nel periodo fascista (1930 per la materia penale, 1942 per quella civile e fallimentare) ma nell’impostazione generale non erano fascisti, bensì di stampo liberale, in conformità con la tradizione giuridica italiana. Il Regime impose alcuni tasselli propriamente fascisti, la cui abrogazione nell’immediato dopoguerra consegnò alla magistratura un complesso di leggi sostanzialmente liberale.

Quel complesso normativo è arrivato ad oggi con poche modifiche (una delle più significative riguarda il diritto di famiglia e, più recentemente, si è intervenuti sulla Legge fallimentare) salvo la totale riscrittura del Codice di procedura penale. Il Codice di procedura penale Rocco del 1930 venne novellato negli anni 50 per mano di Giovanni Leone, per poi essere abrogato nel 1989 e sostituito con il nuovo codice Vassalli.

Alla base di questa radicale riscrittura vi è il passaggio dal rito cosiddetto inquisitorio, comune ai paesi dell’Europa continentale, a quello cosiddetto accusatorio, tipico della cultura anglosassone ed in particolare di quella statunitense. Nel primo, l’accertamento delle responsabilità avviene nel corso dell’istruttoria, condotta dal Giudice istruttore e dalla Polizia Giudiziaria; nel secondo avviene nel corso del dibattimento, mentre quella che era l’istruttoria è sostituita dall’indagine preliminare, condotta dal Pubblico ministero e dalla Polizia giudiziaria.

La ragione di tale modifica risiedeva nell’avvertita esigenza di dotarsi di un processo che garantisse maggiormente i diritti dell’indagato/imputato, sottraendolo allo strapotere del Giudice istruttore, il quale aveva il dovere/potere di condurre l’inchiesta, di formulare l’imputazione e di consegnare al Giudice di merito un processo preconfezionato, nel corso del quale non si celebrava un vero dibattimento: gli atti dell’istruttoria erano prove, ed i difensori, per esempio, non potevano formulare domande direttamente ai testimoni, i quali avevano l’obbligo di confermare le deposizioni rese in istruttoria, pena l’arresto. Il Pubblico ministero aveva una funzione quasi esclusivamente requirente, ma il difensore si trovava quasi disarmato davanti al Giudice (istruttore o di merito, figure che addirittura potevano talvolta coincidere!) sicché una modifica in senso garantista era largamente avvertita.

Il processo di riforma in tal senso iniziò già negli anni settanta, ma fu bloccato dall’emergenza terrorismo, fino alla svolta del 1989, con l’introduzione del nuovo codice.

Con esso si passò ad un sistema (detto appunto accusatorio) che assegna al Pubblico ministero due funzioni: quella inquirente (indagine preliminare) e quella requirente (richiesta di giudizio e di condanna), ponendo il Giudice in una posizione di terzietà fra l’accusa e la difesa. Il Giudice per le indagini preliminari “sorveglia” il Pubblico ministero nello svolgimento dell’inchiesta, nel corso della quale vengono raccolti non prove ma elementi di prova. Il Giudice di merito dirige il dibattimento in aula, ispirato alla logica del contraddittorio fra le parti (l’accusa, cioè il PM, e la difesa) nel corso del quale si forma la prova.

Le domande che è lecito porsi sono due: 1) era possibile avere un sistema più garantista mantenendo il sistema inquisitorio? 2) Il nuovo codice ci ha effettivamente consegnato un meccanismo efficiente e più garantista?

Ovviamente chi scrive non ha risposte certe da dare, ma questo post e quelli successivi hanno la funzione di dar forza alle seguenti possibili risposte: 1) forse sì. 2) Forse no.

Distinguendo per capitoli (che tratterò separatamente) vedo nel sistema corrente una serie di criticità, che sintetizzo di seguito.

  1. La durata abnorme dei procedimenti, come conseguenza del tipo di rito.
  2. L’abuso dei riti alternativi e l’introduzione di istituti discutibili come l’imputazione coatta.
  3. L’assurdo logico costituito dal rito abbreviato.
  4. L’eccesso di potere in capo al Pubblico Ministero, con ricorrente richiesta di separazione delle carriere.
  5. La falcidia della prescrizione sui procedimenti penali.
  6. L’inadeguatezza del rito alle richieste di verità, oltre che di giustizia, che una società evoluta pone alla giurisdizione penale.
  7. La scarsa se non nulla tutela delle persone offese dal reato.
  8. Le anomalie dell’uso extragiudiziale (giornalistico e politico-propagandistico) degli atti di indagine, quali l’avviso di garanzia e le intercettazioni.
  9. L’introduzione delle indagini difensive ed i grandi costi di difesa, che producono una giustizia di censo.
  10. La svalutazione del ruolo del giudice e l’incongruità della sua terzietà