Rai e neofascismi

febbraio 9, 2018

fascismo

La Storia ridotta in pillole rischia di promuovere interpretazioni deviate e devianti.

Se il presidente Mattarella ha sentito il bisogno di ribadire un giudizio storico negativo sul fascismo, lo si deve al fatto che, nella chiacchiera corrente, la frase “il fascismo fece anche cose buone” (affermazione impossibile da contestare in sé, perchè altrimenti non sarebbe durato venti anni), rischia facilmente di trasformarsi in “a parte le leggi razziali e la guerra a fianco della Germania, il fascismo fece il bene dell’Italia”.

Se siamo arrivati a questo punto lo si deve anche alle trasmissioni di argomento storico della Rai a partire dai primi anni del secolo corrente, da quando la TV di Stato, sdoganato e cooptato al governo il partito postfascista erede del Msi, ha accolto al proprio interno dirigenti di dichiarate simpatie di destra se non apertamente neofasciste.

Chi ha la pazienza frequentare RaiStoria e di confrontare i programmi sul ventennio prodotti nel secolo scorso ed in questo (che passano frequentemente in replica), nota immediatamente alcune sostanziali differenze, che tento di esporre estrema sintesi.

La narrazione del periodo storico successivo alla Grande Guerra, e segnatamente degli anni trenta e quaranta, è trattata in maniera distinta fra caso nazionale ed europeo. Nella descrizione del secondo, viene dato grande risalto al ruolo della Germania, mentre all’Italia vengono riservate poche parole, trascurando completamente la funzione determinante del nostro paese nella nascita e nella diffusione del fascismo. Nella descrizione dei fatti italiani, specularmente, si lascia sullo sfondo, remoto, il quadro europeo, quasi a voler descrivere il fascismo come un fenomeno locale privo di rilievo internazionale.

A differenza di quanto avveniva nelle ricostruzioni storiche operate negli anni precedenti, la narrazione del fascismo non si accompagna con giudizi negativi, sul piano politico o morale, se non nella parte che riguarda le leggi razziali. Lo stesso avviene per il nazismo. Arrivati al capitolo sulla Shoah, il commento assume toni e contenuti ferocemente critici (giustamente, direte voi), ma in totale contrasto con la neutralità della narrazione circostante. Come se l’abolizione della Costituzione, la cancellazione dei diritti umani, le annessioni brutali di Austria e Cecoslovacchia e, soprattutto, le guerre di conquista con annesso sterminio di milioni di militari e di civili (atti considerati crimini contro l’umanità) non meritassero analoga censura.

Venendo al ruolo dell’Italia, in maniera più o meno esplicita, viene evidenziato il ruolo modesto nello sterminio degli ebrei, esaltandone la matrice tedesca. Esemplare è il rilievo che si dà al rastrellamento nel ghetto di Roma, voluto dai tedeschi e timidamente contrastato dal Vaticano. Per tutto il resto è silenzio.

Questi caratteri si accentuano nella descrizione del periodo bellico. Grande enfasi viene data alle imprese militari tedesche, trascurando di evidenziare il ruolo italiano. Esemplare in ciò è il “non detto” sul ruolo italiano a Stalingrado. Tutti sanno della grande disfatta della Wehrmacht, tutti sanno della tragedia dell’Armir, ma ben pochi sono (sembrano essere) a conoscenza del fatto che il cedimento rovinoso delle linee italiane sul Don fu una concausa determinante del disastro della VI armata del generale Von Paulus. Per contrasto, le vicende belliche italiane vengono narrate con tono quasi aneddotico, e scorrelate al quadro bellico mondiale.

Nel complesso, la narrazione storica è formalmente corretta, ma, come risultato del “non detto” e di quello che viene effettivamente esposto, la lettura dei fatti che passa subliminalmente al telespettatore ha i seguenti connotati:

  • La seconda guerra mondiale fu voluta solo da Hitler e dal nazismo.
  • L’unica vera colpa del nazismo è la Shoah.
  • L’Italia partecipò, senza volerlo, alla guerra tedesca e contribuì solo minimamente al genocidio ebraico.

Quindi l’Italia – e cioè il fascismo – non ha grandi colpe. Anzi, quasi non ne ha.

Nella narrazione (per effetto del “non detto”) scompaiono del tutto elementi quali il razzismo (antiafricano ed antislavo), lo svuotamento dello Statuto albertino, la cancellazione dei partiti politici, la distruzione della democrazia liberale ed il ruolo di diffusione dell’ideologia fascista nel continente europeo (Germania in testa). Non compare un giudizio storico adeguato sulle aggressioni a Spagna, Albania, Francia, Grecia e Jugoslavia. Nulla viene detto sui crimini (e sui criminali) italiani nel periodo bellico. Scompare, in una parola, un giudizio complessivo sull’unitarietà totalitaria, oppressiva e disumana, del fascismo.

Se si sta diffondendo un sentimento nostalgico neofascista, razzista, antiparlamentare ed ontologicamente antidemocratico, lo si deve anche all’operazione divulgativa operata, più o meno occultamente, dalla televisione di Stato.

 

Annunci