È tardi

giugno 30, 2017

EW++4158

Improvvisamente, nel cosiddetto e sedicente centrosinistra, scoprono il valore della “coalizione”. Prima Veltroni, ieri Franceschini, oggi Prodi, domani mi aspetto Rosato. A cosa si deve questa improvvisa folgorazione? Quale misterioso rigurgito ideale ha improvvisamente resuscitato lo stendardo ulivista?

I dati delle recenti elezioni comunali hanno confermato quello che è evidente da anni e comunque almeno dal novembre 2014, quando le elezioni regionali dell’Emilia Romagna videro un’affluenza ai seggi inferiore al 40% degli aventi diritto. Con le sconfitte del Pd ai recenti ballottaggi anche il più distratto degli osservatori non può che giungere alla conclusione che senza il voto dell’elettorato tradizionale di sinistra, storicamente concentrato nelle “regioni rosse” dell’Italia centrosettentrionale, il sedicente centrosinistra è destinato al dissolvimento.

Ed ecco che, a pochi mesi dalle elezioni politiche, l’esercito dei democristiani (veri, post- e cripto-) esce allo scoperto e corre ai ripari, sventolando la fede ulivista dietro cui hanno fino ad oggi nascosto il piano di prendere i voti a sinistra per poi fare politiche di centro o centrodestra.

Per quanto mi riguarda, la reazione è semplice. Ci hanno chiesto il voto per venti anni tondi (1994-2013) agitando lo spettro di Berlusconi, salvo svelare che sognavano di farci ogni genere di larga intesa. Ci hanno riempito le orecchie di formule progressiste, di programmi sinistrorsi, per poi appiattirsi su grotteschi liberismi nostrani, dalla riforma Treu fino ai voucher, dalle privatizzazioni dalemiane fino agli intrighi bancari di oggi. Hanno proclamato la loro fede nella scuola pubblica e nel valore della Cultura, per poi accodarsi senza alcuna vergogna alle politiche morattiane e gelminiane.

Non vado oltre e mi limito a dire che, a costo di non recarmi alle urne, non mi farò sfottere oltre. Non sarà una bandierina rossa, uno spauracchio post-fascista o populista, l’ennesima “minaccia per la democrazia”, la riesumazione di un qualche feticcio della grande speranza che fu a farmi mettere una croce sulla scheda.

Vi accorgete ora che il Pd di Renzi è la perfetta evoluzione del progetto veltroniano? Che D’Alema è stato di destra quanto e forse più di Renzi? Vi accorgete ora che l’ansia di battere Berlusconi vi ha svuotato di ogni idealità, consegnandovi ad un leaderismo vuoto e farsesco? Vi accorgete ora che la gente non vi crede neppure quando dite il vostro nome?

Peggio per voi.

 

Annunci

È sempre colpa degli altri

giugno 18, 2017

colpa

Senza distinzione di colore o di categoria, l’Italia è popolata di maestri di pensiero che eccellono nel puntare il dito contro i soggetti responsabili dei mali nazionali.

Per qualcuno sono i sindacati, per altri i magistrati, oppure gli evasori fiscali, per moltissimi sono i partiti, per tacere della burocrazia. Pochi, davvero pochi, indicano i malfattori (mafiosi, corrotti, truffatori…), ma l’elenco può continuare. Con i fannulloni, ovviamente con gli immigrati, con i meridionali (categoria in ribasso ma sempre in agguato), con i dipendenti statali, eccetera. Un ceto mette tutti d’accordo: i politici. Quasi nessuno, nemmeno i politici stessi, li salva e li esclude dal proprio novero personale delle classi nocive alla collettività, e fra i principali accusatori del mondo politico vi è l’insieme degli intellettuali, o definiti tali, che il sistema mediatico ha eletto a censori permanenti del costume nazionale, grazie a posizioni fisse su quotidiani e settimanali e soprattutto nei programmi televisivi.

Personalità come Massimo Cacciari, Michele Serra, Ernesto Galli della Loggia (e mi fermo per esigenza di sintesi), da decenni fustigano, spesso con valide ragioni, va riconosciuto, la classe politica nazionale, la quale, va detto pure questo, è lì perché scelta dagli elettori e non per le proprie doti culturali.

Raramente però qualcuno ha osato criticare proprio il mondo intellettuale che, appunto perché tale, avrebbe forse potuto fare qualcosa di più e di meglio, anziché correre a schierarsi con questa o quella fazione, come di fatto è avvenuto, mettendo a disposizione delle parti politiche e non della collettività le proprie competenze e capacità.

Scendendo nello specifico vorrei tornare al triennio 1991-1994, che segna una svolta cruciale nel percorso storico nazionale.

Il dissolvimento dell’Unione sovietica e la fine della tutela statunitense sulla politica nazionale, che aveva fatto dell’Italia una repubblica a sovranità limitata, comportò la deflagrazione dei partiti tradizionali e la transizione al nuovo sistema cosiddetto bipolare – che di fatto bipolare non fu mai – incardinato su due non-ideologie contrapposte: berlusconismo ed anti-berlusconismo. Due non-ideologie che hanno prodotto l’alternanza fra schieramenti depositari di non-politiche e di non-programmi, con il risultato che ora assistiamo al dissolvimento della politica tout-court ed al dilagare del “populismo”. Ma chissà come mai.

Mi domando: non erano forse gli intellettuali a doverci mettere in guardia da questa deriva? Mentre i politici, come è logico che sia, andavano in cerca di consensi, non toccava forse agli intellettuali avvisarci del gigantesco inganno che si stava consumando ai danni degli italiani?

Ed invece gli intellettuali, gli stessi che tuttora pontificano in tv, erano anch’essi schierati, se non direttamente impegnati in politica, su questo o quel versante, intenti a baloccarsi in disquisizioni su bipolarismi, liberalismi, grandi riforme e superamenti (di questo o di quello, c’era sempre qualcosa da superare) e su altre questioni che mai hanno realmente trovato attuazione o concreto riscontro nella realtà.

In verità, in quegli anni di svolta, una era la cosa fondamentale da dire, e toccava agli intellettuali raccontarla, imporla all’attenzione di tutti. Con la fine della Guerra fredda cessava l’epoca della tutela americana sull’Italia, finiva il nostro dopoguerra di Paese sconfitto nella seconda guerra mondiale divenuto avamposto USA nella susseguente guerra all’URSS. E bisognava dire a noi stessi che era venuto il momento in cui l’Italia doveva cominciare a camminare con le proprie gambe, senza la tutela della maggior superpotenza mondiale, che ci teneva sì sotto controllo, ma ci lasciava anche grande libertà interna. Infatti, in cambio dell’esclusione del Pci dal governo e della presenza militare sul nostro territorio, alla politica italiana era consentito quasi tutto: gestione para-socialista dell’economia, debito pubblico e deficit quanto si voleva (tripla A di rating pur in presenza di un grave disavanzo primario), energia, credito e servizi interamente nazionalizzati, scuola e sanità come meglio ci piaceva.

Finita questa epoca, avremmo dovuto per la prima volta fare delle scelte autonome, affrontare la realtà con la consapevolezza di poter contare solo su noi stessi. Ed invece, complice il ceto intellettuale, ci siamo imbarcati in una grottesca guerra interna su inutili riforme costituzionali (fortunatamente mai fatte), su leggi elettorali sempre più strane (cominciammo con Mario Segni e siamo ancora qui, in un dibattito che sembra non finire mai), su berlusconismo ed antiberlusconismo, su federalismo sì o no, su comunismo, anticomunismo e post-comunismo, su fascismo, antifascismo e post-fascismo.

E mentre ci si accecava con queste vuote discussioni, l’apparato industriale quasi miracolosamente creato dagli oggi rimpianti democristiani è andato disperso. E soprattutto, orfani della tutela americana ed incapaci di assumerci le nostre responsabilità storiche e politiche, ci siamo consegnati ad altri soggetti extra o sovra nazionali (siano essi organismi ONU, europei, o Stati esteri), i quali, a differenza degli Stati Uniti che furono, ci dettano le politiche da attuare. Ci dicono cosa produrre e come produrlo, che tasse imporre e che pensioni pagare, come gestire i servizi, la sanità e la scuola. Ci impongono, senza neppure usare eufemismi, i “compiti a casa”.

Se c’era qualcuno che poteva e doveva dire allora: “guardate che finirà così”, credo che fossero proprio gli storici, gli economisti, i politologi, i sociologi. I quali, invece, erano in prima fila a battibeccare nel pollaio nazionale, allora come ora.

 


Per una volta che l’avevano indovinata..

giugno 8, 2017

 

astratto-con-oro-gatto-e-cane-70x50cm-25445

E’ venuto il momento di dire che il modello di legge elettorale attualmente all’esame della Camera è forse il migliore possibile nella fase attuale. E mi azzardo a dire che è il migliore fra tutti i modelli di leggi elettorali che la Repubblica abbia avuto.

Finalmente si è arrivati alla conclusione che il principio della proporzionalità è connaturato alla geografia politica nazionale ed all’impostazione generale della nostra Costituzione. E’ vero che il sistema proporzionale puro e senza sbarramenti con il quale votammo nel quarantennio democristiano incentivava le degenerazioni tipiche dei parlamenti eccessivamente frammentati, e proprio per questo la soglia del 5% mi pare un elemento decisamente apprezzabile. Magari lo avessimo avuto negli anni 50-90: avremmo avuto una politica meno balcanizzata, più lineare, più efficiente, più leggibile.

Non c’è dubbio che questa versione italica della legge elettorale tedesca sia di gran lunga migliore della legge Calderoli e della sua versione successiva definita “italicum”. Erano, queste ultime, autentici obbrobri sia sul piano logico che su quello politico.

Ma quello che mi sento di dire è che la bozza uscita dall’accordo a quattro (Pd, Fi, Lega e M5S) era e sarebbe largamente preferibile alla legge Mattarella che governò le tornate elettorali degli anni ’94, ’96 e 2001. La lettura di quelle campagne elettorali e delle vicende parlamentari che ne seguirono mostra che il sistema uninominale secco su cui era incardinata la legge Mattarella era del tutto inadatto al paese Italia.

Per fare breve memoria, ricordo che nel 1994 il sistema uninominale premiò un’alleanza duplice (Fi-Lega al nord, Fi-An al centrosud) che si lacerò dopo soli sette mesi, lasciando il campo ad una maggioranza “anomala” su cui si resse il governo tecnico Dini fino al 1996. Anno nel quale prevalse sì l’Ulivo, ma solamente grazie alla formula ambigua della desistenza con Rifondazione comunista. Ed i risultati si ebbero nel 1998, con la caduta del Prodi 1.

Dopo i traccheggi susseguenti (D’Alema e Amato), ci fu l’ordalia del 2001, anno dalla quale nacque la maggioranza elettorale numericamente più ampia di tutta la storia della Repubblica (Fi-An-Lega-Ccd-Cdu) ed il governo più longevo di sempre. Primati del tutto inutili perché quella legislatura fu caratterizzata dal più totale immobilismo: nessun risanamento dei conti pubblici (e la crisi del 2007 era di là da venire), nessuna riforma dello Stato o dell’economia. E non fu per caso. Perché quella legge forzava la nascita di grandi coalizioni eterogenee fra forze divergenti, ontologicamente impossibilitate a governare.

Pur premettendo che la legge elettorale perfetta non esiste, bisogna riconoscere che dall’inedita intesa Pd-Fi-Lega-M5S era nata una buona legge (pur se perfettibile con il voto disgiunto). Apprendo però che sembra tutto naufragato e di ciò non posso che dolermi.