Il Pd visto da Trieste

dicembre 11, 2016

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Mentre Matteo Renzi, convinto che il 40% di Sì al Referendum sia consenso personale, si prepara a ri-scalare il partito di cui è segretario, vale la pena tentare di leggere il futuro del Pd dall’osservatorio di Trieste e del Friuli Venezia Giulia.

Trieste è capoluogo della Regione governata dalla vicesegretaria Pd Serracchiani (già europarlamentare e segretaria regionale), è la città del capogruppo alla Camera Ettore Rosato (già candidato alla provincia nel 2001, al Comune nel 2006, e due volte sconfitto dai candidati di centrodestra) ed è la città di Gianni Cuperlo, esponente della sinistra dem talmente considerato che per poter comparire in tv ha dovuto farsi un selfie con il ministro Boschi e dichiararsi favorevole al Sì.

Verrebbe da chiedersi perché mai un partito che prende i voti in Emilia Romagna va a scegliersi i dirigenti a Trieste, ma è più interessante rileggere alcuni risultati elettorali del 2016.

In primavera il Pd ha perso Trieste e Pordenone, completando l’opera, in autunno, con la sconfitta di Monfalcone ad opera della candidata leghista. Oltre a questi centri maggiori, ha perso comuni minori come Codroipo, Cordenons, Ronchi dei Legionari, Grado ed altri ancora.

I candidati del Pd hanno perso praticamente ovunque, sia che fossero renziani o (ex) bersaniani, giovani o anziani, uomini o donne. Ma non hanno perso contro i candidati del Movimento cinque stelle, come accaduto a Roma ed a Torino, evento che avrebbe potuto essere letto come voglia di cambiamento dell’elettorato: hanno perso contro i candidati di un centrodestra che, in questa regione, è malandato quanto (se non di più di) quello nazionale.

Per finire, nella Trieste di Rosato e di Cuperlo, ma anche del presidente di Ixé Roberto Weber, che il 26 novembre annunciava su Facebook la grande rimonta del Sì, la bocciatura della riforma Renzi-Boschi ha totalizzato il 63,5%.

Tutto ciò nella regione governata da tre anni dalla vicesegretaria del Pd, Serracchiani, che ha voluto essere più renziana di Renzi, forzando l’abolizione delle province, con legge regionale, prima ancora dell’entrata in vigore della riforma Boschi. Ha miscelato le apparizioni televisive con un’attività amministrativa che ha scontentato tutti, provocando la crisi di rigetto manifestatasi nelle elezioni comunali.

Nonostante i rovesci elettorali, nonostante le molteplici richieste di cambiamenti di linea, i vertici locali del Pd restano inchiodati al loro posto, a partire dalla segretaria regionale Antonella Grim, che Serracchiani impose per la sua successione.

Senza voler in alcun modo riabilitare le vecchie gerarchie, emerge di che pasta sia fatta la nuova classe dirigente del partito democratico, composta da soggetti che, molto più dei predecessori, paiono “imbullonati alle poltrone”, sordi alle critiche, incapaci di analisi e di sguardo verso il futuro.

Fatti che dovrebbero essere tenuti in considerazione dalle teste d’uovo del Pd e da chi con esso medita di ricostruire un centrosinistra ulivista e vincente. Perché, se i risultati elettorali di questa regione vengono letti come anticipazioni di quel che sarà a livello nazionale, il voto del 4 dicembre, al confronto, sembrerà un successo.

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