Renzi, Berlinguer e la “democrazia decidente”

Enrico Berlinguer al 43° Congresso del PSI

11 Maggio 1984, Verona, 43° Congresso Partito Socialista Italiano durante il quale si sancì la rottura con il PCI. Enrico Brlinguer segretario del Partito Comunista Italiano accolto con ostilità dai delegati socialisti con una selva di fischi.

Per dare l’avvio alla campagna del Sì al referendum di ottobre, Matteo Renzi ha temerariamente evocato la memoria di Enrico Berlinguer, iscrivendolo postumo ai sostenitori della deformazione del Senato (non so come altrimenti chiamarla) prevista dalla riforma appena approvata dal Parlamento. Riforma che il premier pone a base di quella che ha testualmente definito “democrazia decidente”, opposta ad un presunto “paradiso degli inciuci” che sopravvivrebbe in caso di vittoria dei No.

Vale allora rammentare alcuni fatti storici, così da poter misurare la cultura politica del nostro Presidente del Consiglio.

L’undici maggio 1984, un mese prima di morire, Berlinguer fece il suo ingresso nel Palasport di Verona, dove era in corso il congresso del Psi del segretario Craxi, il quale era da nove mesi a capo di quel governo che, in un colpo solo, sancì il tramonto definitivo della fase della solidarietà nazionale, l’eclissi definitiva della prospettiva del compromesso storico e la fine della speranza di un governo delle sinistre, consolidando la stagione del governi di pentapartito che si infrangerà nel 1993 sotto il peso della crisi del debito, della fine della guerra fredda e delle inchieste di Mani pulite.

La delegazione del Pci fu sommersa dai fischi dei delegati, incuranti dei richiami della presidenza, e subì a lungo la (preordinata?) ostilità del congresso, per udire infine il segretario Craxi criticare i fischi se rivolti “alla persona” del segretario del Pci, ma approvandoli se rivolti “alla politica” del Pci.

Fu la plastica rappresentazione della rottura consumatasi con il decreto di San Valentino sulla scala mobile (14 febbraio 1984) e, prima ancora, con il patto di governo fra il Psi e la Dc di Ciriaco De Mita.

Il titolo di quel congresso, spettacolarmente esaltato dai neon pansechiani appesi al palasport scaligero, era “Una democrazia governante”, slogan bislaccamente plagiato dal nostro Renzi con la formula della “democrazia decidente”.

Quel governo e quello slogan segnarono l’ingresso nella politica nazionale dell’idea del Capo al comando, delle riforme imposte da un partito minoritario, delle “decisioni impopolari ma necessarie”.

Se vi è stato un uomo in Italia abissalmente distante da tali principi, quello è stato Enrico Berlinguer, e la gogna che subì quel giorno ne è la rappresentazione più viva. Egli si adoperò per anni per l’alleanza con la Dc e poi, con minor vigore e speranza, per l’alleanza con il Psi (l’alternativa di sinistra). Formule politiche che ora non potrebbero che essere definite “inciuci”, nel più nitido significato corrente di questo deplorevole termine, purtroppo acquisito al linguaggio politico. Berlinguer era quindi, seguendo la vuota retorica renziana, un autentico teorico dell’inciucio, un sacerdote del compromesso e dell’accordo.

A sostegno di una riforma votata alla “democrazia decidente”, Berlinguer è quindi l’ultimo dei nomi da utilizzare.

Chiuso il breve excursus storico, vale la pena soffermarsi sugli aspetti politici delle logiche pseudo-autoritarie o padronali che hanno percorso la recente storia della Repubblica.

Il giudizio sulla figura di Craxi non può che essere negativo. E’ indubbio che con lui la politica italiana cambiò, ma di certo non in meglio: il paese imboccò la via della terziarizzazione dell’economia, della de – industrializzazione, dell’esplosione del debito, della spregiudicatezza parlamentare e del dilagare della corruzione.

Ancor peggiore è il bilancio del miglior interprete moderno del craxismo, quel Silvio Berlusconi che, proprio grazie ai decreti d’urgenza imposti dal segretario Psi, poté invadere l’etere nazionale in violazione delle leggi in vigore, così ponendo le basi per la nascita del suo impero mediatico, economico e politico.

Più di ogni altro premier, Silvio Berlusconi ha goduto di maggioranze ampie e sottomesse, di stabilità politica e di potere personale. Eppure i suoi governi sono stati i più sterili della storia della Repubblica. Per stessa ammissione dei suoi più accesi sostenitori, Berlusconi ha mancato tutte le sue promesse ed ha tradito tutti i suoi programmi.

Inoltre Craxi e Berlusconi, capi indiscussi delle rispettive formazioni politiche, prima ancora che dei governi da loro presieduti, sono accomunati da un altro non invidiabile lascito: la distruzione del loro territorio politico.

Se il Psi finì per sempre con la fuga di Craxi ad Hammamet (l’Italia è l’unico paese europeo privo di un partito socialista), quel centrodestra che per un ventennio ha dominato il paese si dibatte ora fra misere macerie, ove si aggirano tristemente pochi aspiranti leader senza futuro. E ciò per esclusiva responsabilità dell’indiscusso (ex?) leader Berlusconi, che non ha mai voluto costruire una politica ed una classe dirigente, nella convinzione, appunto, che il potere politico deve essere incarnato dall’uomo solo al comando.

In questa epoca corrente, ove il vero potere risiede nei governi delle superpotenze, nelle istituzioni internazionali e sovranazionali e nei centri di potere economico-finanziario, la figura dell’uomo e del governo forte risulta comicamente anacronistica e fuori della storia. Retaggio di un secolo, il ventesimo, che ha visto gli ultimi esempi, tragici e fortunatamente irripetibili anche in tono minore, di interi paesi guidati da uomini soli al comando.

Con questo voglio semplicemente dedurre che le formule pseudo-autoritarie o padronali non si addicono al paese Italia, il quale, invece, per la sua intrinseca e marcata articolazione sociale, ideologica e territoriale, può essere governata solamente con formule largamente partecipative.

Modeste e parziali considerazioni che, unite a molti altri elementi, inducono a rigettare sia la deformazione del Senato voluta da Renzi, sia la legge elettorale pomposamente chiamata Italicum, la quale è ispirata al nefasto principio del governo di una minoranza. Principio che ha dato prova ben peggiore della tanto deprecata “prima repubblica” dei compromessi e delle coalizioni, che di certo aveva mille difetti, ma che, nel bilancio storico, esce rivalutata dal confronto con la presente e triste epoca.

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