La Grande Dimenticanza

marzo 5, 2014

camilleCorot-roma

Sorrentino è un virtuoso della narrazione per immagini e La Grande Bellezza è un prodotto maturo e riuscito del suo stile. I suoi film precedenti hanno la medesima caratteristica: non c’è una storia che sottende gli episodi, un tessuto che li sostiene, ma sono gli episodi che si susseguono e trainano la narrazione. E, a loro volta, fioriscono autonomamente dall’estro del regista, animati di vita propria e disancorati dal flusso del film, come se ad ogni passo si potesse dimenticare quello precedente. Sorrentino, colta un’idea da cui far fiorire tanti flash, sembra guidato e rapito dal suo gusto per l’immagine e per l’immediato, rigettando l’idea stessa di raccontare.

Detrattori ed estimatori sembrano su questo concordi: non c’è trama o intreccio; non c’è un racconto, ma solo una sequenza di esperienze artistiche da gustare o sopportare, dimenticando quella appena conclusa e aspettando la successiva.

Un’apologia della dimenticanza, dell’oblio, dell’immediatezza. Della superficialità.

Il successo del film può anche essere letto così: l’esaltazione dell’oblio; la voglia di non dover ricordare, pensare, analizzare. La Roma che ci viene offerta è come se fosse immutabile, nata come appare; come se non ci fosse una storia millenaria alle spalle ad averla plasmata. E’ come se, nell’impossibilità di digerire il passato, si decidesse di ignorarlo.

E questo è in fondo il tratto del nostro tempo, nel quale la superficialità sembra aver definitivamente prevalso, e dove il dogma sembra essere la rimozione. Pur celebrando giornate della memoria (parziale), viviamo una continua rimozione del passato recente: guai a voltarsi indietro per capire cosa ha reso noi ed il nostro mondo quello che sono.