La mia sulla legge elettorale

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Come sa anche uno studente del primo anno, i sistemi bipolari funzionano nei paesi ad elevata coesione ideologica. Paesi cioè dove gli elettori la pensano allo stesso modo su quasi tutti gli argomenti ed i programmi dei partiti differiscono solo per qualche particolare. L’esempio degli Stati Uniti è lampante. Lì due partiti sono più che sufficienti, perché trovare le differenze fra democratici e repubblicani è impresa ardua e non si capisce a cosa potrebbe servire un terzo partito. Negli USA esiste una piccola fetta di elettorato che vota sempre democratico, una altrettanto piccola che vota sempre repubblicano ed una grande fascia intermedia che sceglie l’uno o l’altro a seconda delle persone che si presentano e della congiuntura. Così si realizzano il ricambio e l’alternanza. L’Italia è un paese opposto, con una formidabile sperequazione ideologica che va dai trotzkisti ai neofascisti, passando per una varietà di soggetti ideologico-geografico-confessionali che non ha eguali al mondo. La suddivisione forzosa di questo mosaico di formazioni in due soli schieramenti crea artificialmente due blocchi elettorali enormi, uno che vota sempre a sinistra e uno che vota sempre a destra, mentre la fascia oscillante è minima e non produce né alternanze né ricambi, perché insufficiente a spostare gli equilibri. Ed infatti, da quando l’Italia ha optato per sistemi bipolari, il personale politico si è blindato e l’alternanza è stata determinata dalla capacità o meno di creare cartelli elettorali più o meno ampi.

Questo vale a smentire l’idea (ma sarebbe opportuno chiamarla fissazione) che l’Italia deve mantenere un assetto bipolarizzato e bipolarizzante.  La legge elettorale non può essere disegnata in astratto, ma deve tenere conto della realtà cui si applica.

Le ragioni addotte dai sostenitori dell’impianto bipolare sono essenzialmente due: stabilità della maggioranza parlamentare e governabilità, ovvero sintonia fra potere esecutivo potere legislativo.

Analizzando gli ultimi venti anni ci si rende conto che si tratta di illusioni.

La frammentazione ideologica impone inevitabilmente la formazione di coalizioni. Anche se mascherate da partito unico, si tratta comunque di agglomerati eterogenei. Si pensi ai radicali eletti nel 2008 col pd ed alla componente di AN tuttora viva in Forza Italia. Questo risvolto fa venir meno la pretesa stabilità, perché il potere di veto delle piccole formazioni ricompare come potere di veto della corrente o dell’alleato. Non è poi detto che le coalizioni siano destinate a mantenersi nel corso della legislatura. Il centrosinistra si è ripetutamente sfaldato e ricompattato dando l’impressione di essere tutto meno che stabile. L’unica coalizione che si è mantenuta per una intera legislatura è stata la Casa delle Libertà nel 2001-2006, periodo nel quale non ha prodotto nulla. E qui veniamo alla questione governabilità. Maggioranza ampia non vuol dire governo efficace. Quella coalizione, che aveva stravinto le elezioni, viene ricordata per la patente a punti, per la legge antifumo e per una riforma costituzionale bocciata dai suoi stessi elettori al referendum. Zero. E la sua stabilità non è ascrivibile alla legge elettorale, ma alla posizione di dominus di Silvio Berlusconi, unico soggetto in grado di coartare la volontà di intere formazioni politiche.

Si prefigura allora, in questi giorni, un sistema che soffochi i “piccoli partiti”. E siamo all’assurdo, perché saranno sì piccoli, ma messi insieme costituiscono una fetta enorme dell’elettorato ed escluderli produrrebbe un parlamento cronicamente estraneo alla società.

Guardando retrospettivamente il quarantennio democristiano, nel quale vigeva una legge rigorosamente proporzionale, scopriamo che le maggioranze erano stabili e non soffrivano del bicameralismo, poiché il proporzionale assicura identiche maggioranze nelle due camere. I governi erano instabili, ma solo in apparenza. Le crisi di governo, infatti, altro non erano che rimpasti, nei quali la carica di presidente del consiglio entrava nel giro di ricambio delle poltrone. Come è naturale che sia in un sistema che configura il capo del governo come un primus inter pares. Inoltre i rapporti di forza parlamentari erano limpido riflesso del voto degli italiani, del voto vero. Non delle intenzioni di voto o del “voto utile” espresso contro qualcuno e non per qualcosa.

Vero è che il sistema proporzionale ha mille difetti, come inevitabilmente li  ha ogni sistema elettorale. Ma resta il più adatto al corpo elettorale italiano, come avevano ben intuito i costituenti. I quali, oltre a conoscere la società italiana, sapevano di avere a che fare con elettori in maggioranza incapaci di elaborazione politica anche a livello elementare. Di qui la scelta di una legge elettorale che producesse in Parlamento una fotografia del paese, in tutte le sue articolazioni. E credo che dal ‘48 i progressi in tal senso siano stati scarsi.

In conclusione ritengo che il sistema elettorale che meglio si adatta all’Italia sia il proporzionale, senza premi di maggioranza di alcun tipo, con soglia di sbarramento (4-5%) uguale per tutti e preferenza unica (e senza doppie preferenze di genere, per carità). In due parole, modello tedesco.

Il fatto che “dall’alto” venga il continuo richiamo a formule variamente maggioritarie fa pensare che esse siano funzionali, appunto, all’”alto”.

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4 Responses to La mia sulla legge elettorale

  1. adrianaclublog ha detto:

    e organica all’esigenza di far contare sempre meno e partecipare zero e incidere niente quella famosa, famigerata base. quel fastidiosissimo elettorato attivo che legittima l’alto, i vertici.
    … da far incazzare rousseau

  2. sandro zagatti ha detto:

    Diceva Enrico Berlinguer negli anni settanta: “non si governa con il 51%”. Ma nel 2014, col 38%, sì.

  3. sandro zagatti ha detto:

    e crisi sia.

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