Sondaggio sulla legge elettorale

gennaio 30, 2014

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Ci riprovo con un sondaggio. Al momento le prospettive di legge elettorale sono due: il sistema proporzionale con preferenze e soglie di sbarramento uscito dalla Corte costituzionale (in breve “proporzionale”) ed il sistema cosiddetto “Italicum” concordato da Renzi e Berlusconi. Quale preferite?

 


Lo schifezzum*

gennaio 29, 2014

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In dicembre ci sono state le primarie del pd. Il blog non ne ha scritto nemmeno una riga perché il dibattito congressuale (lo chiamano ancora così) è stata la consueta fiera delle chiacchiere e mi sono da tempo ripromesso di giudicare un soggetto politico non per quello che dice ma per quello che fa. Anche perché in questi anni ne abbiamo sentite di tali e di tante che solo a ripensarci viene mal di testa. Di certo alle parole non sono mai seguiti i fatti, anzi, sono seguiti fatti opposti alle parole. Leggendario resta lo slogan “certezza della pena” sventolato da chi, appena eletto, votò l’indulto.

Quindi – che fossero Fonzie-Renzi, Alien-Cuperlo o Bambi-Civati – non ho perso un minuto per ascoltarli. Le loro mozioni congressuali giacciono unzipped nella cartella del download.

Ma ora siamo ai fatti. Ed il primo fatto che ci confeziona Fonzie-Renzi e la bozza di legge elettorale per la Camera dei deputati che approda all’aula domani.

La versione peggiorata della legge Calderoli.

Del sistema precedente conserva gli aspetti peggiori: il premio di maggioranza, l’assenza di preferenze, le candidature plurime ed il doppio sbarramento, con innalzamento della soglia per chi non ha alleati, in modo da scongiurare l’eventualità che nascano nuovi partiti. Per tacere della norma salva-Lega, che conferma la cronica propensione della nostra politica a legiferare nel contingente e non in generale.

Una legge che non è né innovativa, né coraggiosa. Non cambia o cambia in peggio.

Una legge dettata da Silvio Berlusconi e modellata sulle sue esigenze. Che frustra le aspettative di coloro (e fra di essi molti elettori del pd) che aspiravano ad una ventata di vera democrazia. Una legge ancora schiava della logica del voto utile, con gli elettori chiamati a votare sotto ricatto (“altrimenti comandano gli altri”). Che liscia il pelo ai potenziali alleati di Forza Italia e sbatte la porta in faccia ai partiti di sinistra.

E tutto ciò mentre la Fiat ha abbandonato definitivamente l’Italia, mentre le fabbriche continuano a chiudere e gli italiani diventano sempre più poveri e rassegnati.

Il verso, caro Fonzie-Renzi, non è cambiato.

* PS. Il nome schifezzum è di A. Scanzi.


Legge elettorale: i conti della serva

gennaio 28, 2014

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Alle elezioni politiche del febbraio 2013 hanno votato circa trentaquattro milioni di italiani su quasi cinquanta milioni e mezzo di aventi diritto, pari al 67%. Gli astenuti sono stati quindi sedici milioni e mezzo circa e Pd e Pdl hanno ottenuto, rispettivamente, 8.650.000 e 7.330.000 voti, per un totale di quasi sedici milioni, inferiore al numero degli astenuti. Gli elettori di questi due partiti costituiscono il 17% ed il 14% degli aventi diritto e, sommati, superano di poco il 31%.

Questi due partiti, o quello che ne rimane, forti appunto del consenso di meno di un elettore su tre, pretendono ora di imporre una legge elettorale manifestamente bipartitica, che consegni a uno dei due la maggioranza delle camere (o della Camera, ancora non è chiarissimo). Anche ammettendo che possano crescere elettoralmente, saremmo di fronte ad un partito che, pur contando sul voto di un elettore su cinque, detiene la maggioranza assoluta in parlamento ed il controllo del governo.

Questi elementari e stupidi calcoli dovrebbero essere sufficienti a rigettare in toto la proposta di legge elettorale attualmente in discussione. A prescindere da chi l’ha formulata e dai metodi adottati. La democrazia italiana è gravemente malata da tempo, il deficit di rappresentanza non è una mia invenzione  e la fiducia nel sistema politico è a zero. L’Europa è percorsa dal vento dell’antiparlamentarismo e da tentazioni isolazionistiche e totalitarie. Vogliamo veramente dotarci di un sistema elettorale che, a priori, esclude dalla rappresentanza parlamentare due italiani su tre? Vogliamo precipitarci verso forme di antiparlamentarismo di stampo novecentesco?


Lo strano senso di Travaglio per Matteo

gennaio 28, 2014

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Se si venisse a sapere che D’Alema incontra segretamente Verdini per concordare la legge elettorale e una qualche riforma istituzionale, Marco Travaglio esonderebbe indignazione fino a far scoppiare il suo giornale. Ed invece, siccome lo fa un certo Renzi, ne tace. Oggi se la prende con il giudice del caso Scajola, reo di averlo assolto dopo che il Fatto aveva guidato la campagna contro il politico ligure.

Notizia importante, l’assoluzione di Scajola, ma da chi tuona contro l’inciucio sinistra-Berlusconi da venti anni, ci si aspetterebbe una parola su questo obbrobrio di legge elettorale, voluta dal Cavaliere ed adottata dal Pd renziano con il più classico degli argomenti dalemiani: “B. ha i voti, quindi con lui si deve trattare”.

Ed infatti Renzi tace sul conflitto di interessi, sullo scempio della giustizia penale e sulle leggi vergogna. Ma va bene così. Con quella faccia può dire (o non dire) ciò che vuole?


La mia sulla legge elettorale

gennaio 27, 2014

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Come sa anche uno studente del primo anno, i sistemi bipolari funzionano nei paesi ad elevata coesione ideologica. Paesi cioè dove gli elettori la pensano allo stesso modo su quasi tutti gli argomenti ed i programmi dei partiti differiscono solo per qualche particolare. L’esempio degli Stati Uniti è lampante. Lì due partiti sono più che sufficienti, perché trovare le differenze fra democratici e repubblicani è impresa ardua e non si capisce a cosa potrebbe servire un terzo partito. Negli USA esiste una piccola fetta di elettorato che vota sempre democratico, una altrettanto piccola che vota sempre repubblicano ed una grande fascia intermedia che sceglie l’uno o l’altro a seconda delle persone che si presentano e della congiuntura. Così si realizzano il ricambio e l’alternanza. L’Italia è un paese opposto, con una formidabile sperequazione ideologica che va dai trotzkisti ai neofascisti, passando per una varietà di soggetti ideologico-geografico-confessionali che non ha eguali al mondo. La suddivisione forzosa di questo mosaico di formazioni in due soli schieramenti crea artificialmente due blocchi elettorali enormi, uno che vota sempre a sinistra e uno che vota sempre a destra, mentre la fascia oscillante è minima e non produce né alternanze né ricambi, perché insufficiente a spostare gli equilibri. Ed infatti, da quando l’Italia ha optato per sistemi bipolari, il personale politico si è blindato e l’alternanza è stata determinata dalla capacità o meno di creare cartelli elettorali più o meno ampi.

Questo vale a smentire l’idea (ma sarebbe opportuno chiamarla fissazione) che l’Italia deve mantenere un assetto bipolarizzato e bipolarizzante.  La legge elettorale non può essere disegnata in astratto, ma deve tenere conto della realtà cui si applica.

Le ragioni addotte dai sostenitori dell’impianto bipolare sono essenzialmente due: stabilità della maggioranza parlamentare e governabilità, ovvero sintonia fra potere esecutivo potere legislativo.

Analizzando gli ultimi venti anni ci si rende conto che si tratta di illusioni.

La frammentazione ideologica impone inevitabilmente la formazione di coalizioni. Anche se mascherate da partito unico, si tratta comunque di agglomerati eterogenei. Si pensi ai radicali eletti nel 2008 col pd ed alla componente di AN tuttora viva in Forza Italia. Questo risvolto fa venir meno la pretesa stabilità, perché il potere di veto delle piccole formazioni ricompare come potere di veto della corrente o dell’alleato. Non è poi detto che le coalizioni siano destinate a mantenersi nel corso della legislatura. Il centrosinistra si è ripetutamente sfaldato e ricompattato dando l’impressione di essere tutto meno che stabile. L’unica coalizione che si è mantenuta per una intera legislatura è stata la Casa delle Libertà nel 2001-2006, periodo nel quale non ha prodotto nulla. E qui veniamo alla questione governabilità. Maggioranza ampia non vuol dire governo efficace. Quella coalizione, che aveva stravinto le elezioni, viene ricordata per la patente a punti, per la legge antifumo e per una riforma costituzionale bocciata dai suoi stessi elettori al referendum. Zero. E la sua stabilità non è ascrivibile alla legge elettorale, ma alla posizione di dominus di Silvio Berlusconi, unico soggetto in grado di coartare la volontà di intere formazioni politiche.

Si prefigura allora, in questi giorni, un sistema che soffochi i “piccoli partiti”. E siamo all’assurdo, perché saranno sì piccoli, ma messi insieme costituiscono una fetta enorme dell’elettorato ed escluderli produrrebbe un parlamento cronicamente estraneo alla società.

Guardando retrospettivamente il quarantennio democristiano, nel quale vigeva una legge rigorosamente proporzionale, scopriamo che le maggioranze erano stabili e non soffrivano del bicameralismo, poiché il proporzionale assicura identiche maggioranze nelle due camere. I governi erano instabili, ma solo in apparenza. Le crisi di governo, infatti, altro non erano che rimpasti, nei quali la carica di presidente del consiglio entrava nel giro di ricambio delle poltrone. Come è naturale che sia in un sistema che configura il capo del governo come un primus inter pares. Inoltre i rapporti di forza parlamentari erano limpido riflesso del voto degli italiani, del voto vero. Non delle intenzioni di voto o del “voto utile” espresso contro qualcuno e non per qualcosa.

Vero è che il sistema proporzionale ha mille difetti, come inevitabilmente li  ha ogni sistema elettorale. Ma resta il più adatto al corpo elettorale italiano, come avevano ben intuito i costituenti. I quali, oltre a conoscere la società italiana, sapevano di avere a che fare con elettori in maggioranza incapaci di elaborazione politica anche a livello elementare. Di qui la scelta di una legge elettorale che producesse in Parlamento una fotografia del paese, in tutte le sue articolazioni. E credo che dal ‘48 i progressi in tal senso siano stati scarsi.

In conclusione ritengo che il sistema elettorale che meglio si adatta all’Italia sia il proporzionale, senza premi di maggioranza di alcun tipo, con soglia di sbarramento (4-5%) uguale per tutti e preferenza unica (e senza doppie preferenze di genere, per carità). In due parole, modello tedesco.

Il fatto che “dall’alto” venga il continuo richiamo a formule variamente maggioritarie fa pensare che esse siano funzionali, appunto, all’”alto”.


Indovinello

gennaio 27, 2014

pensatore

E’ l’anno xxxx ed il presidente del consiglio X, di centrosinistra, guida un debole governo con esigua maggioranza parlamentare. Y, segretario del PD eletto trionfalmente alle primarie e nemico giurato di D’Alema e dell’apparato, si propone di eliminare i piccoli partiti, puntando ad una dicotomia secca fra il suo partito e quello di Berlusconi. Ma il risultato è di causare la crisi di governo e le elezioni anticipate. Ed a vincerle è Berlusconi.


Santacroce e la prescrizione

gennaio 24, 2014

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Il Presidente della Corte di cassazione, inaugurando l’anno giudiziario, ha toccato diversi temi, fra i quali quello della prescrizione. Troppi i processi che si estinguono per eccessiva durata dei dibattimenti, troppi i colpevoli che vengono prosciolti non perchè innocenti ma solamente perchè dotati di risorse economiche e di difensori in grado di far durare il processo quanto basta a far maturare la prescrizione. Prescrizione che, come tutti sanno, è stata ridotta per tutti i reati con la sciagurata legge ex Cirielli, reginetta delle “leggi vergogna” votate nella legislatura 2001-2006.

Ma il pd non ci ha sempre chiesto i voti contro le leggi vergogna? E Grillo non ci aveva promesso che essere onesti sarebbe diventato di moda?

Sentieri e Pensieri lo scrisse subito dopo le ultime elezioni politiche. A prescindere dalla maggiornaza di governo, Pd e M5S hanno i voti per riformare la prescrizione, basta una leggina facile facile che ho scritto io nel blog l’otto marzo 2013:

https://sentieriepensieri.wordpress.com/2013/03/08/bersani-grillo-e-la-prescrizione/

Caro Renzi, caro Grillo. Si può fare. Che aspettiamo?


Il ventennio

gennaio 19, 2014

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Se c’è qualcosa che caratterizza politicamente questi ultimi due decenni, non è la persona di Berlusconi (non solo almeno) ma l’idea che i “problemi del paese” sono ascrivibili alle resistenze che la società, nelle sue varie articolazioni, oppone alle “riforme”, al progresso verso la modernità. Resistenze indefinite, che ciascuno, secondo la propria visione o convenienza, ha attribuito a questo o quel soggetto. I partiti, i sindacati, le corporazioni, i poteri forti, la burocrazia, i meridionali, i radical chic, l’italica indolenza, e via via antropologizzando. Resistenze che non è stato possibile superare perché è mancata la “governabilità”. E’ ormai infusa nelle menti l’idea che sia necessario affidare ad un unico soggetto – partito, coalizione, persona – il compito di strappare le reti che intrappolano la società italiana.

In quest’ottica il Parlamento è descritto come il simbolo della palude di interessi che frenano l’opera risolutiva del Leviatano riformatore, e nasce da ciò l’ossessione per una legge elettorale che “garantisca la governabilità”, formula che cela la volontà di privare il Parlamento delle sue prerogative (già ormai in prassi ridotte a simulacro), realizzando la fusione dei poteri legislativo ed esecutivo in applicazione dell’ordalia elettorale, ridotta ad acclamazione del Grande Soggetto Riformatore, finalmente libero dai condizionamenti politici.

E’ la riproposizione in chiave moderna dell’atavico odio verso il parlamentarismo, che periodicamente investe le democrazie europee, e che cela l’incapacità – o anche l’impossibilità – della politica di dare risposte sostanziali.

Ma è anche la raffigurazione plastica di un alibi. L’alibi di una classe politica che per vent’anni non è riuscita a riformare le pensioni, non ha avuto il coraggio di sfidare nemmeno i taxisti e si è limitata a gestire malamente l’eredità lasciata dai quaranta anni di governo della Democrazia Cristiana. Quaranta anni nei quali governi deboli ed uomini mediocri, trattando con i trinariciuti comunisti, hanno fatto di un paese rurale, analfabeta e materialmente distrutto, un potenza industriale (e diplomatica) di livello planetario. Senza grandi riforme, senza maggioranze oceaniche, senza mega stipendi e supermanager; utilizzando la Costituzione contrattata coi trinariciuti, la struttura statale – farraginosa e bislacca – ereditata dal fascismo, la timida classe imprenditoriale nazionale, l’arte di arrangiarsi degli italiani. E, detto per ultimo, una legge elettorale iperproporzionale con bicameralismo perfetto.

Il mio giudizio sull’incontro Renzi-Berlusconi nasce da qui. Ha consacrato l’idea, l’illusione. Che dopo Silvio sarà Matteo a salvare il paese, a “fare le riforme”.

Quindi non è successo nulla, salvo il fatto che – stando alla lettura dei quotidiani – a decifrare l’inganno sembra non sia rimasto più nessuno.


Femminicidio e non solo (non riesco a non commentare)

gennaio 4, 2014

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Leggo questo articolo dal Fatto Quotidiano e non riesco a non commentarlo:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/31/un-anno-di-quasi-conquiste-per-le-donne-parlare-di-femminicidio-non-e-piu-tabu/827459/#.UsLK62FzPPw.facebook

Un anno di (quasi) conquiste per le donne. E parlare di ‘femminicidio’ non è più tabù

Quasi assente nei motori di ricerca nel 2012 e nelle cronache di giornali, radio e tv, ora la parola si è imposta mediaticamente. “Una manifestazione di evoluzione culturale e giuridica”, secondo l’Accademia della Crusca. Ma se la ratifica della Convenzione di Istanbul e la legge contro violenza e stalking sono vittorie, restano ancora aperti molti fronti: dal basso tasso di occupazione femminile alla disparità di salario, l’Italia è ancora lontana dagli standard europei

di Stefania Prandi | 31 dicembre 2013

Il 2013 è stato un anno importante per quanto riguarda le battaglie per i diritti delle donne e il tentativo di superamento della disparità di genere.

PARLARE DI ‘FEMMINICIDIO’ NON E’ PIU’ TABU’ – Si è imposta a livello mediatico la parola “femminicidio”, termine che serve per indicare l’uccisione di una donna per motivi legati alla sua identità di genere (ammazzata in quanto donna), praticamente assente nei motori di ricerca nel 2012, secondo i dati di Google trends, e nelle cronache di giornali, radio e televisioni. Un dato rilevante, considerando che per anni i femminicidi sono stati fatti passare erroneamente per conseguenze di “raptus”, dovuti a ira improvvisa o gelosia incontrollata.

Si parte da un argomento sul quale non si può non essere dalle parte delle donne. L’uccisione di una donna da parte del marito-compagno, ex marito-ex compagno è un fatto talmente orribile che non si può fare altro che schierarsi (anche empaticamente) dalla parte di chi denuncia e analizza il fenomeno. Tuttavia basta fermarsi un attimo e subito si coglie lo slittamento semantico su cui fonda lo sviamento dell’argomentazione. La vittima del femminicidio, come lo si intende da noi, non viene uccisa, “in quanto donna”, bensì “in quanto (ex) moglie-compagna”. E tutti capiscono che non è la stessa cosa. E sappiamo che nei delitti che avvengono all’interno dell’universo di coppia capita pure che ad essere ucciso sia un uomo; l’ex compagno oppure il nuovo compagno (ucciso dall’ex). Ma siccome i problemi sono tanti e bisogna andare oltre ci si ferma alla superficie. Le donne sono vittime degli uomini cattivi. Punto e basta.

Come ha anche sottolineato l’Accademia della Crusca, l’imporsi di questo termine è la manifestazione di un rovesciamento, di una sostanziale evoluzione culturale prima e giuridica poi. Questo non significa certo che si sia arrivati ancora a una situazione accettabile. Anzi. Dall’inizio dell’anno allo scorso 25 novembre (ultimi dati disponibili) sono state ammazzate 128 donne da mariti, compagni, figli, familiari, conoscenti.

Peccato che manchi il dato degli uomini ammazzati da ex compagne (o da nuovi compagni della ex moglie). Ma se anche ci fosse, e se anche fosse un dato molto più basso (tipo dieci casi), ciò non significherebbe un bel nulla. Manca infatti una qualsiasi analisi statistica. La quale ci direbbe che in una popolazione di sessanta milioni di abitanti, 128 casi hanno la stessa incidenza statistica di 10. Quindi questo numero non significa un bel niente. Se non a fare grancassa.

Secondo il Rapporto Eures, tra il 2000 e il 2012 sono state assassinate in Italia 2.220 donne; il che significa, in media, 171 all’anno, una ogni due giorni.

Qui si fa di peggio. Si passa dalle donne ammazzate dai mariti alle donne uccise in generale, comprese le vittime dei regolamenti di conti fra clan mafiosi. La manomissione del dato lascia intendere che tutte 2.220 sono state accoppate in casa dal marito. Ancora una volta manca il dato degli uomini uccisi, e quindi non si capisce cosa dovrebbe dedurre il lettore non avendo il raffronto sul totale degli omicidi. Siamo alla disinformazione per omissione. Bella e buona.

UNA PIOGGIA DI LIBRI E SPETTACOLI SUL TEMA – Tra i casi che hanno scosso maggiormente l’opinione pubblica si ricordano quello di Fabiana Luzzi, la sedicenne accoltellata e bruciata viva dal fidanzato minorenne; quello di Silvia Caramazza, 39enne fatta a pezzi e messa nel freezer dal compagno; di Rosy Bonanno, uccisa davanti al figlio dall’ex compagno denunciato dalla donna per stalking ben 6 volte. I meccanismi e le ragioni alla base della violenza contro le donne sono stati analizzati in diversi libri e spettacoli. Per citarne alcuni: Ferite a morte di Serena Dandini, che dopo aver girato l’Italia e il mondo, è stato ospitato anche all’Onu lo scorso 25 novembre in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne; Questo non è amore, delle autrici del blog la 27esima ora del Corriere.it; L’ho uccisa perché l’amavo. Falso di Loredana Lipperini e Michela Murgia.

Begli esempi. Serena Dandini ha dominato la scena Tv per decenni, andando in onda, in certi periodi, anche tutte le sere. E mai si era occupata di violenza sulle donne e di femminicidio. Ora che si trova senza contratto (fuori dalla Rai e da La7) scopre che esiste il problema delle donne. Ma se qualche malevolo figuro azzarda l’ipotesi che parlare dei problemi delle donne serve a risolvere i problemi delle donne che parlano dei problemi delle donne, merita la fucilazione.

LA CONVENZIONE DI ISTANBUL – La risonanza mediatica dei delitti contro le donne e le pressioni dell’associazionismo e dell’attivismo hanno portato la politica alla ricerca di risposte, più o meno azzeccate. Camera e Senato hanno avviato l’iter legislativo per contrastare la violenza sulle donne attraverso la ratifica, lo scorso 19 giugno, della Convenzione di Istanbul, primo strumento internazionale giuridicamente vincolante in materia di protezione dei diritti della donna contro ogni forma di violenza.

Mi chiedo, sinceramente, se l’autrice dell’articolo e chi aderisce a questo argomento hanno letto questa benedetta convenzione. Se l’avessero fatto, forse avrebbero votato contro la sua ratifica. Si tratta di un documento in tre parti. Una generale e generica, sui diritti femminili, che impegna gli stati membri a recepire il principio di parità nella propria legislazione. Prescrizioni presenti nella nostra costituzione e nel nostro ordinamento da decenni, e per quel che riguarda l’Italia, assolutamente pleonastiche. E’ un trattato pensato per quei paesi dove ancora il concetto di parità fra i sessi NON è riconosciuto nemmeno a livello costituzionale (da noi è così dal 1948). C’è poi una corposissima parte sulla repressione penale dei reati sessuali e assimilabili (per esempio lo stalking). Anche tali elementi sono già presenti nel nostro codice penale e, comunque, non sono io il solo a dire che non è la repressione penale che risolverà i problemi di genere. Infine, ultima parte, si istituisce (e finanzia) un organismo sovranazionale per la salvaguardia dei diritti delle donne. Che sia l’ennesimo carrozzone burocratico a nostre spese? Sicuramente no, guai solo a pensarlo.

LA LEGGE CONTRO IL FEMMINICIDIO – L’11 ottobre scorso, inoltre, è stato approvato il discusso decreto legge “sul femminicidio che prevede varie misure: l’aggravante per la relazione affettiva tra l’aggressore e la vittima di violenza (applicabile al maltrattamento in famiglia e a tutti i reati di violenza fisica commessi in danno o in presenza di minorenni o in danno di donne incinte); la possibilità di inasprire la pena anche nel caso di violenza sessuale contro donne in gravidanza o commessa dal coniuge; arresto obbligatorio in flagranza di reato; introduzione del braccialetto elettronico; lo stanziamento di dieci milioni per il piano antiviolenza; obbligo di informazione per le vittime e il patrocinio gratuito per le donne che hanno subito stalking, maltrattamenti domestici e mutilazioni genitali; querela irrevocabile per stalking in presenza di gravi minacce ripetute, ad esempio con armi. Misura, quest’ultima che ha sollevato numerosissime critiche da parte dell’attivismo femminista che ha bollato la norma come “paternalista”.

E ci siamo. L’inasprimento della legge penale contro il marito violento. Come se ventilare un paio di anni di carcere in più possa fungere da deterrente nei confronti di uno che ha deciso di far fuori la moglie. Ma qualcuno pensa veramente che chi sgozza la propria compagna possa fermarsi a pensare se gli anni di carcere  saranno trenta o trentadue? Senza contare che un donna (Cancellieri) sta portando in parlamento un testo per cui un anno di carcere in realtà durerà cinque mesi e mezzo.

Taccio sul braccialetto elettronico (una bufala colossale, come tutti sanno) e mi soffermo sulla frase successiva, dove si mescolano Stalking (che riguarda tutti, uomini e donne, e non è una questione di genere perché si consuma anche fra vicini di casa, colleghi di lavoro, estranei eccetera), maltrattamenti in famiglia (di cui sono vittime anche gli uomini, i ragazzi, i figli, e non solo le donne) e mutilazioni genitali (questo sì, fenomeno solo rivolto alle donne appartenenti a certe comunità). Trovo questo agglomerazione eterogenea  semplicemente aberrante. Si mettono sullo stesso piano una pratica mostruosa (mutilazioni genitali), che certe tradizioni raccapriccianti infliggono alle donne, con altri fenomeni completamente diversi, sia nella genesi che nelle condotte. Come se gli uomini – tutti – fossero appiattiti su un unico modello. Come a dire che un uomo – in quanto uomo – è un individuo portato naturalmente a maltrattare, perseguitare, seviziare le donne. Se è così, ammazzateci tutti da piccoli. Fate prima e fate bene.

Grottesco, se non esilarante, il dibattito sulla irrevocabilità della querela, su cui non mi soffermo per esigenza di sintesi.

IL FEMMINICIDIO COME PRETESTO – Ma il decreto sul femminicidio ha attirato numerose critiche anche per le modalità con cui è stato scritto: soltanto cinque degli undici articoli di cui è composto il testo, infatti, si riferiscono alla violenza sulle donne, mentre i restanti sei esulano del tutto dal tema visto che si introduce il rinnovo dell’arresto in flagranza di reato in differita, in caso di violenza negli stadi e poi sanzioni più rigorose contro gli ingressi abusivi nei cantieri, con riferimenti espliciti alla questione dell’Alta velocità Torino-Lione. Inoltre, secondo molte attiviste, operatrici, sociologhe, psicologhe, avvocate che si occupano di violenza di genere, gli estremi della straordinarietà – che hanno fatto sì che non siano state accolte le richieste di modifica – con cui si è proceduto sono da considerarsi inconsistenti visto che la situazione è grave almeno dal 2006, periodo dei primi dati Istat disponibili. Sempre secondo le esperte del settore non era necessario ricorrere al diritto penale, il più debole intrinsecamente quanto a capacità di incidere sui rapporti di potere e non utile né per la prevenzione né come deterrente.

Ecco. Magari chiedere alle “esperte” potrebbe essere di aiuto.

IL COSTO SOCIO-ECONOMICO DELLA VIOLENZA DI GENERE – I femminicidi sono la punta dell’iceberg di una violenza di genere diffusa, capillare e quotidiana. Secondo l’Istat, in Italia le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito una qualche forma di violenza (fisica, sessuale, psicologica, sul lavoro) sono 6 milioni e 743mila, il 31,9% del totale: una su tre. Una violenza che non condiziona soltanto chi la subisce ma la società in generale, anche da un punto di vista economico, visto che costa allo Stato 2,3 miliardi di euro l’anno, dei quali soltanto 6 milioni per le misure di prevenzione. Se tutte denunciassero i propri aggressori, spetterebbe loro un risarcimento per un totale di 14,3 miliardi di euro all’anno.

Questo è il passaggio chiave. Lo slittamento semantico e logico-pedagogico è evidentissimo. Si è partiti dal femminicidio che è reato ontologicamente contro le sole donne e si deduce con finto sillogismo che la violenza domestica colpisce solo le donne. Anche qui, nessun dato di raffronto. Solo assiomi. Perfino la celebrata convenzione di Istanbul (ahimé, mi duole deludervi) ha dovuto ammettere che la violenza domestica colpisce anche gli uomini. E siccome di statistiche non ce ne sono e NON SI SA quanti uomini subiscono violenza domestica, ogni analisi ed affermazione è del tutto priva di valore scientifico. Mi si dirà che non è vero, che l’uomo è violento e la donna no. Io ne dubito. Ma se con un po’ di onestà intellettuale si estende il concetto di violenza dalla sfera fisica anche a quella psicologica, ognuno(a) comprende che LA VIOLENZA NON HA GENERE. E condannare solo un tipo di violenza – e non tutti – non risolve un bel nulla.

ITALIA FANALINO DI CODA NELLE CLASSIFICHE – La violenza è il risultato di diverse cause. Tra queste c’è la disparità di genere. Come ha indicato il Global gender gap report 2013 stilato dal World economic forum, l’Italia è al 71esimo posto per quanto riguarda la parità di genere, addirittura dopo la Cina che si piazza al 69mo posto della classifica. Mentre secondo il rating di quest’anno le disparità tra i sessi sono diminuite discretamente nella maggior parte dei Paesi, l’Italia ha fatto un progresso minimo, passando al 68% nel 2013 rispetto al 67% di 7 anni fa sul 100% del totale che rappresenta il massimo livello di uguaglianza tra gli uomini e le donne.

Temo che siano numeri sparati a vanvera. Come vengano stilate queste classifiche, chi le faccia, non si sa.

LE DONNE E IL (POCO) LAVORO – Specchio di questa disparità è il mondo del lavoro. Secondo l’ultimo rapporto Istat, il tasso di occupazione femminile si attesta al 47,1 per cento contro il 58,6 per cento della media Ue27 (59,8 Ue15). Le donne continuano a essere pagate meno rispetto agli uomini: in media la retribuzione oraria femminile è dell’11,5% inferiore a quella maschile. Per opportunità economiche e di carriera femminile, l’Italia è 124esima su 136 Paesi. E’ da vedere con favore il fatto che nei mesi scorsi, come spiega Roberta Carlini sul sito Ingenere.it, ci siano state 300 nomine femminili nelle società pubbliche controllate dal ministero dell’Economia, e altre diecimila in quelle locali sparse in tutta Italia.

E qui si viene al dunque; come nella convenzione di Istanbul, fatta la premesse sulle povere sventurate , si passa a parlare di cose serie, cioè di soldi. Delle donne morte ammazzate, stuprate, seviziate, perseguitate, segregate, non frega niente a nessuno(a). Sono però utilissime per rivendicare poltrone, incarichi, stipendi, prebende. Quindi ben vengano, denuncino (tanto poi son fatti loro se non si possono pagare un avvocato), l’importante è dare argomenti a chi, in nome dei diritti delle donne, riesce a sedersi su una bella poltrona ben pagata senza averne alcun merito e senza saper fare una mazza. Sull’esempio della Dandini, che essendo disoccupata si rifà la carriera parlando delle donne morte ammazzate. Per inciso, il suo cosiddetto spettacolo pare essere talmente noioso che per alcune donne sarebbe in se stesso un incitamento al femminicidio.

Anche qui si sparano numeri senza alcuna analisi sociologica, neppur elementare. E’ inutile e fuorviante fare un mero calcolo delle posizioni apicali senza valutare perlomeno le percentuali di uomini/donne concorrenti. Se accedono ad una data specializzazione 70% di uomini e 30% di donne, ai relativi vertici ci si aspettano percentuali analoghe. Altrimenti – per esempio – si potrebbe dire che la predominanza delle insegnanti donne nella scuola è frutto di reverse discrimination. Anche l’argomento reddituale non lo condivido. Potrebbe essere che una grande massa di donne privilegia altri valori oltre al denaro e fa scelte di vita differenti, scegliendo (e non necessariamente subendo!) un lavoro meno retribuito ma fonte di altri tipi di soddisfazione. Fare della diversità di genere una questione di soldi mi sembra una negazione del principio in sé.

LA RIVOLUZIONE COMINCIA DALLA POLITICA – La segregazione di genere è visibile in politica anche se qualcosa sta cambiando. Con l’imporsi del Movimento 5 stelle alle elezioni dello scorso febbraio, infatti, il numero di donne in parlamento ha raggiunto, per la prima volta nella storia, la quota del 30 per cento. Inoltre, nel disegno di legge sulla riforma delle province, approvato lo scorso 21 dicembre alla Camera (manca l’ok del Senato), è stato sancito un emendamento che prevede che nelle giunte comunali nessun genere possa essere rappresentato in misura inferiore al 40 per cento. Vale a dire che saranno illegittime le giunte con meno del 40 per cento di donne. Un passo in avanti importante dato che in oltre 1860 comuni italiani a decidere e amministrare la cosa pubblica ci sono soltanto uomini (dati dal sito In Genere).

Ma si dimentica di dire che il partito di Grillo è l’unico che non contempla le quote rosa! Mentre gli altri si affannano a disegnare liste con riserve di genere, il M5S no. Qualcuno (le “esperte”) dovrebbe riflettere.

GLI INTERVENTI PER IL 2014 – Per continuare a migliorare la condizione delle donne e combattere la violenza, sarebbero auspicabili, per il 2014, nuovi interventi. Tra questi: l’aumento del numero delle case rifugio per donne maltrattate; più fondi ai centri antiviolenza esistenti e aumento del loro numero; più sportelli di ascolto e di denuncia; presidi nelle istituzioni locali; formazione di forze dell’ordine e degli operatori. Inoltre, è necessario un rilancio dell’occupazione femminile, un adeguamento agli standard europei delle garanzie sulla maternità e sui congedi parentali, la riduzione dei costi e l’aumento dei posti degli asili nido. Serve poi un cambio culturale che passi dall’educazione alla parità di genere che deve cominciare già dalle scuole, attraverso la valorizzazione e il potenziamento dei corsi nelle primarie e secondarie e all’università.

Vabbé, qui c’è di tutto e di più. Incommentabile. E’ sacrosanto rivendicare più asili nido, ma anche scuole materne! Cosa fate, li ammazzate a due anni??? Per me, si dovrebbe garantire un posto in asilo nido e scuola materna a tutti, gratis. Nel resto c’è un calderone senza capo né coda, tanto per allungare la broda. Cosa siano poi i corsi sulla parità di genere, qualcuno un giorno me lo spiegherà.

LA “QUESTIONE MASCHILE” – C’è bisogno anche di uno spostamento dell’attenzione sulla “questione maschile” che tutta la violenza di genere sottende, in modo da operare sulle radici del fenomeno e interrompere la sua “trasmissione” alle nuove generazioni, come è spiegato nel volume pubblicato recentemente dal titolo Il lato oscuro degli uomini.

Ah. Ecco. Adesso è tutto chiaro. Perché esistono il femminicidio, le mutilazioni genitali, la violenza domestica, la discriminazione, gli stipendi bassi, le carriere sfigate, le inondazioni, le cavallette eccetera? Perché gli uomini hanno “il lato oscuro”. Solo gli uomini eh. Sia chiaro. Lo dice un libro. Nessuno sa chi lo ha scritto e cosa c’è scritto, ma non importa, c’è libro che lo dice e questo vi basti. Non venga in mente a nessuno di dire che forse anche le donne ne hanno uno. No. Sono gli uomini con il loro “lato oscuro” che generano il Male.

E – come dice il libro – se lo tramandano di generazione in generazione. Come no.

Noi uomini siamo tutti cresciuti così. I nostri babbi ci hanno insegnato a fare le mutilazioni genitali, ci educavano al femminicidio, facendoci sparare a sagome di donne e dicendoci che una donna deve essere segregata, maltrattata, perseguitata, seviziata, guadagnare poco e non fare politica. Tutto contemporaneamente. Mentre andavamo a caccia di frodo per ammazzare i cuccioli di cerbiatto con fucili a ripetizione cantando canzonacce naziste per poi andare a ubriacarci nei bordelli dove ci insegnavano a violentare le minorenni mutilate e incatenate ai letti.

Cari uomini, siamo onesti con noi stessi, siamo tutti cresciuti così, inutile negarlo. Quindi facciamoci da parte e diamo il nostro posto (=reddito) e la nostra casa (ciao mutuo) alle donne, che, loro sì, han capito tutto.


Buon Anno da Sentieri e Pensieri

gennaio 4, 2014

 

klimt_il_bacio

Dopo quasi due mesi di silenzio il blog si risveglia. Buon anno a tutti.