Femminicidio e persona offesa

femminicidio

Ora che va di moda il femminicidio, la politica che si occupa di giustizia (area dove regna l’ignoranza) scopre una figura mitica e mistica: la persona offesa.

Questi geni del diritto (anzi, genie, perché sono soprattutto donne) ci spiegano che laddove vi è uno stupro, oltre allo stupratore, c’è una stuprata. Laddove un persecutore, una perseguitata; laddove un molestatore, una molestata; laddove un maltrattatore, una maltrattata. Oibò, chi l’avrebbe mai detto.

Ci spiegano che la legge deve occuparsi non soltanto dell’autore, ma anche della vittima. La quale dall’iter giudiziario non ricava nulla se non spese e frustrazioni o veri e propri ulteriori danni (morali e materiali). Ma pensa un po’.

Dovrebbero già sapere, però, che in quasi tutti i fatti previsti dalla legge come reato, oltre all’autore, vi è una persona offesa che molto spesso (anche se non sempre) è una persona fisica. C’è (quasi) sempre un soggetto che oltre a subire un danno dal fatto-reato, subisce un danno ulteriore dal processo-beffa, che gli costa tempo e denaro (udienze, consulenti, avvocati) e umiliazioni (testimonianze, ulteriori diffamazioni dalle difese avversarie..) e termina con una sentenza farsa, in genere con la prescrizione. E soprattutto con la frustrazione della giustizia negata, di una ingente spesa inutile e di un risarcimento nullo.

Di questo soggetto (la vittima) ci si ricorda solamente quando è funzionale ad una qualche battaglia politica e/o ideologica, per esempio quella in corso (a ragione) sui fenomeni del femminicidio, dello stalking e della violenza domestica (che non possono essere confusi troppo semplicisticamente).

Osservo a titolo di esempio: se è giusto concedere il patrocinio legale a spese dello Stato alle vittime di stupro (come già è) ed alle vittime dello stalking o del feminicidio (come si vuole introdurre), qualcuno mi spiega perché non dovrebbe avvenire lo stesso per tutti gli altri reati (perlomeno quelli gravi)? Per esempio per le lesioni personali gravi o gravissime (si pensi alle vittime degli incidenti stradali ed alla malasanità) o per le truffe di rilevante entità. Per le rapine, per le estorsioni e per le bancarotte. Per i fatti di corruzione, di falsità in atti o di frode in commercio.

Prendiamo ad esempio un caso noto a tutti di danno patrimoniale da fatto illecito: il lodo Mondadori (http://it.wikipedia.org/wiki/Lodo_Mondadori).

Il fatto-reato si consuma nel 1991 e da esso scaturisce il diritto della Cir di De Benedetti ad essere risarcita del relativo danno emergente. Si devono attendere le sentenze penali di primo, secondo e terzo grado, per poi rivolgersi alle sezioni civili (primo, secondo e terzo grado) per la quantificazione e la liquidazione della somma dovuta dal responsabile.

Con i tempi della giustizia italica, dal 1991, la liquidazione del danno avverrà, se tutto va come si pensa, fra qualche settimana. Ci sono voluti 22 anni. E si può tranquillamente dire che De Benedetti è stato fortunato. In primo luogo perché la magistratura ha fatto il suo dovere sia nel penale che nel civile lungo tutto il percorso; in secondo luogo perché la sua controparte (caso raro in Italia) è solvibile e può versare la somma dovuta.

Per un cittadino comune vittima di un reato l’analogia con De Benedetti si ferma al tempo del procedimento. Servono comunque (in generale) tre gradi di giudizio penali e tre civili e soprattutto, lungo l’iter, può sempre capitare un giudice disattento, un perito infedele, un teste fasullo o un altro inciampo che manda all’aria il procedimento. Infine, anche nel caso fausto di una sentenza definitiva favorevole, il condannato al risarcimento (se non è già morto) si rivela formalmente incapiente e quindi non versa nemmeno un euro di risarcimento. Alla povera vittima non vengono rifuse nemmeno le spese legali sostenute in venti anni. E magari nel frattempo è morta, o è fallita, o è dovuta emigrare.

Di ciò il nostro legislatore non si preoccupa. Salvo, di tanto in tanto, quando la figura del danneggiato è strumentale ad una qualche battaglia politica o ideologica. Qualche tempo fa erano gli obbligazionisti truffati dal crack Parmalat; poi sono venute le donne stuprate. Oggi sono le mogli maltrattate dai mariti.

E quelle che leggiamo (anche se volte al lodevole scopo di tutelare alcune categorie di vittime) sono parole inutili se non si pone mano radicalmente alle procedure ed al sistema giudiziario nel suo complesso, che è stato costruito e progressivamente adattato per tutelare esclusivamente i diritti dell’indagato-imputato, cui sono riconosciuti strumenti difensivi procedurali talmente vasti e potenti da farne il vero dominus del processo. Mentre, al contrario, la persona offesa-parte civile è poco più che uno spettatore pagante che trascorre il proprio tempo a convincersi che dal processo non ricaverà mai nulla, e che per il sistema giudiziario è soltanto un impiccio o, peggio ancora, uno zimbello.

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