Sondaggio sulla decadenza di Berlusconi

agosto 27, 2013

Tutti i quotidiani ne parlano ma, pur vivendo nell’era dei sondaggi, non ho trovato alcuna notizia relativa ad un sondaggio sull’argomento. Allora lo faccio io.

Il nove settembre prossimo la Giunta per le elezioni e per le immunità del Senato si dovrà esprimere sulla decadenza di Silvio Berlusconi, in applicazione della cosiddetta “legge Severino”, come conseguenza della condanna nel processo Mediaset. Successivamente toccherà al plenum di Palazzo Madama esprimersi definitivamente.

La condivisione del sondaggio sui social network è largamente apprezzata.

Secondo alcuni si dovrebbe trattare di passaggi formali per via dell’automatismo previsto dalla legge. Secondo altri sarebbe invece un voto “politico” poiché un’assemblea elettiva non può che esprimere un giudizio di merito, e non di mera ratifica di una decisione presa da un altro organo dello Stato. Ultimamente sono emersi pareri secondo cui la Giunta del Senato dovrebbe sollevare un dubbio di costituzionalità innanzi alla Corte costituzionale.

A prescindere da tali questioni, ognuno di noi un parere può farselo dando il proprio voto in base ai propri desideri. Il Senato lo eleggiamo noi ed a noi deve rispondere dei suoi atti. Quindi sondo le opinioni.


Il ridotto del Senato

agosto 25, 2013

ridotto

Gli alleati dilagavano nella pianura padana, i tedeschi ripiegavano, veloci ed ordinati. Mussolini chiese: “quanto potremo resistere?” Pensava gli rispondessero in termini di settimane o di mesi. Gli risposero “fra le sei e le dodici ore”. Si riferiva al ridotto della Valtellina, un ipotetico scampolo d’Italia incastonato nella Svizzera dove trentamila immaginarie camicie nere avrebbero dovuto trincerarsi per resistere agli invasori ed immolarsi. E salvare l’onore del fascismo e del Duce.

Nella sua fantasia, il ventennio di Mussolini avrebbe dovuto concludersi così, con una eroica ed anacronistica difesa all’arma bianca, come se fosse ancora stato possibile combattere alla baionetta.

Il ventennio di Berlusconi non gli somiglia in nulla, ma ha anch’esso il suo ridotto: il Senato della repubblica.

La discesa in campo del 1994 aveva finalità chiarissime, esplicitate in privato da Berlusconi e pubblicamente da Confalonieri: creare uno schermo politico alle attività illegali delle sue imprese.

Ed infatti, da allora, la vita pubblica nazionale è stata occupata dall’accavallarsi delle indagini delle procure e dalle leggi criminogene votate dal parlamento per neutralizzarle. Votate, si badi bene, sia dal centrodestra che dal centrosinistra.

Ma chi vive nell’illegalità (e la sentenza Mediaset questo sancisce in riferimento alle attività televisive di Fininvest) non può sfuggire all’infinito all’accertamento della verità. Come Butch Cassidy, può solo allontanare il giorno della resa dei conti.

Le parole di Alfano all’uscita dal “supervertice di Arcore” sono rivelatrici dell’unica reale ossessione del Cavaliere. Disposto ad accettare tutto ma non la decadenza da parlamentare, carica che ricopre ininterrottamente da quasi venti anni. La decadenza, ci fa sapere Alfano, è per lui “inaccettabile ed incostituzionale”.  E sostenere l’incostituzionalità di una blanda legge “anticorruzione” votata pochi mesi fa dallo stesso PdL, ha la stessa natura comica e straniante della pretesa di Mussolini di resistere agli americani.

E ho già scritto quelle che credo essere le vere ragioni (https://sentieriepensieri.wordpress.com/2013/08/17/larresto-di-b/). Dal giorno successivo alla decadenza, Silvio Berlusconi perderà le guarentigie di parlamentare, e, in particolare, sarà possibile intercettare le sue utenze telefoniche, perquisire le sue (innumerevoli) abitazioni ed aziende e financo arrestarlo.

E finalmente emergerà la verità, o perlomeno una grossa fetta, sulla sua storia. Dai rapporti coi boss di Cosa nostra agli assegni per le olgettine.

Per questo il Cavaliere si aggrappa al seggio senatoriale, ultimo riparo dietro cui occultare le prove dei suoi delitti. Il Senato è l’ultimo ridotto suo e delle sue truppe, di quelle che gli rimarranno fedeli fino all’ultimo. Come svanirono le trentamila camicie nere, probabilmente svanirà anche l’esercito di Silvio. Che in queste ore mi immagino guardarsi intorno e chiedere: “quanto possiamo resistere?”


Amnistia?

agosto 24, 2013

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Un bizzarro scherzo del destino ha fatto seguire alla prima condanna definitiva di Berlusconi la sospensione estiva dell’attività politica e giudiziaria: un mese e mezzo nel corso del quale il calderone della politica e del giornalismo sta putrefacendosi come un vaso di maionese dimenticato al sole prima di partire per le vacanze. E’ legittimo chiedersi quali orribili vermi ne usciranno quando lo scoperchieremo.

Intanto assistiamo sgomenti ad un surreale dibattito sul nulla e dal quale, non potendone sortire alcunché di logico, può uscire solamente un coacervo di insensatezze eversive.

Non c’è spazio per l’opinione, per il ragionamento, per la serietà. Si passa dagli elzeviri provocatori e surreali di Travaglio (che a nulla servono se non ad aizzare i suoi detrattori) ai pensosi e penosi editoriali “pacificanti” del corsera (che hanno il solo esito di annientare la reputazione acquisita in decenni dalle firme di via Solferino). Dagli show televisivi dei nuovi giornalisti-cabarettisti (esperti in esibizione del loro nulla culturale) al dramma degli autori satirici che nulla più sanno ideare che non sia già avvenuto realmente. La schizofrenia di Repubblica (che con Mauro dice una cosa e con Scalfari un’altra) è surclassata da quella dei quotidiani Il Giornale e Libero che, nel tentativo di elaborare una strategia per far sparire una condanna definitiva per frode fiscale, raggiunge livelli inimmaginabili.

Taccio sullo spettacolo offerto da parlamentari e ministri.

La più rodomontesca idea piovutaci sulla testa è quella di un’amnistia. Provvedimento erga omnes che estingue i reati  e che dovrebbe ovviamente includere la frode fiscale. Il placido candore con il quale due ministri della repubblica hanno avanzato tale ipotesi mi obbliga a una riflessione.

Affinché ne benefici Berlusconi, autore di una frode fiscale colossale, l’amnistia dovrebbe includere tutti i responsabili di tale reato i quali, per effetto della sua estinzione, vedrebbero estinto anche l’obbligo di pagamento della somma evasa. Quindi l’amnistia si trasformerebbe automaticamente in un gigantesco condono fiscale nei confronti  degli autori di frode fiscale. Non però, in linea di principio, di chi ha evaso o eluso il fisco senza commettere reato. Di chi, per esempio, non ha versato le imposte per il semplice motivo che non dispone dei denari per farlo. Ci troveremmo in una situazione per cui chi ha evaso per necessità, per superficialità o comunque senza dolo, rimarrebbe esposto all’azione di rivalsa dell’Agenzia delle Entrate, mentre chi ha scientemente frodato il fisco (anche per cifre enormi come Berlusconi) si vedrebbe condonato interamente il debito verso l’Erario.

Una disparità di trattamento che ben difficilmente supererebbe un vaglio di costituzionalità, tanto da obbligare il Parlamento ad estendere l’effetto condono dell’amnistia a tutti i contribuenti in debito con lo Stato.

E sarebbe la nemesi. In questa visione immaginifica prospettata da Cancellieri e da Mauro, la condanna di Berlusconi di trasformerebbe in un gigantesco lavacro per tutti gli evasori fiscali, in un tripudio di cartelle esattoriali date festosamente alle fiamme in onore di Re Silvio. E pazienza se ne dovesse conseguire il tracollo dei conti pubblici.

Leggo i giornali, penso queste cose e mi chiedo se un giorno la nostra comunità ritroverà un barlume di logica e di buon senso.


Il Giornale e la vecchia guardia

agosto 18, 2013

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Solidarietà per il Giornale di Sallusti.

Fallito l’attacco al giudice Esposito, che pare abbia già sommerso di querele mezza redazione, l’organo ufficiale della famiglia Berlusconi ha assillato il ferragosto dei suoi lettori con una raffica di soluzioni politico-giudiziarie allo psicodramma del Cavaliere.

Salvacondotto, agibilità politica, grazia, mezza grazia, commutazione della pena, lodo Sallusti.. Poi un ventaglio di pareri pseudogiuridici su ineleggibilità ed incandidabilità, con interpretazioni fantasiose della legge Severino e sui precedenti casi di decadenza. Il tutto mescolato al batter di pugni sullo sfregio giudiziario alla volontà di “dieci milioni di italiani”.

Ieri la home page ha ospitato il parere sull’argomento di Sua Penna Reale Vittorio Feltri. Come quando Napoleone, vistosi a mal partito a Waterloo, lanciò nella mischia la Vecchia Guardia.

L’eccelso (http://www.ilgiornale.it/news/interni/qui-ci-vuole-scudo-alleuropea-943695.html) ha sfoderato un capolavoro di insensatezza che ha polverizzato in poche righe la gigantesca mole di idiozie accumulate da tutta la redazione in due settimane, invocando la reintroduzione dell’immunità parlamentare per “allinearci in toto ai dogmi europei”.

Tentando di far credere ai lettori che nei paesi dell’area UE sia in vigore una legge che consente ai parlamentari di frodare il fisco impunemente (senza però avere il coraggio di scriverlo apertamente), Feltri invoca una sorta di reintroduzione a tempi record dell’immunità parlamentare per sanare la posizione di Silvio Berlusconi.

Una tesi tanto strampalata, inverosimile e bislacca da far venire in mente il grido delle prime linee napoleoniche poco prima della rotta definitiva: “ La Guardia? Che fa la Guardia? La Guardia arretra!”.


L’arresto di B.?

agosto 17, 2013

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Un articolo di Adalberto Signore su Il Giornale di oggi (http://www.ilgiornale.it/news/interni/vera-strategia-berlusconi-rinviare-voto-sulla-decadenza-943687.html) ci racconta, in parole piane ed inequivoche, il turbamento di Silvio Berlusconi, che di quella testata è il proprietario. La sua ansia principale è la decadenza dal seggio senatoriale poiché, virgolettando, “la perdita dello status di senatore, infatti, farebbe venire meno l’immunità parlamentare”.

Nessuna meraviglia, sappiamo tutti che è così. Ma fermandoci a riflettere, dovremmo sobbalzare sulla sedia di fronte alla planare ammissione che per il Cavaliere la carica di parlamentare altro non è che uno scudo giudiziario.

Ci dicono contro l’arresto (orrore!) ma, penso io, contro le indagini, con tanto di intercettazioni e di perquisizioni.

Quando scattò l’inchiesta “ruby”, alla polizia giudiziaria fu impedita la perquisizione degli uffici del ragionier Spinelli in quanto “locali nella disponibilità dell’onorevole Silvio Berlusconi” e quindi protetti dall’immunità parlamentare.

Parimenti, tutte le indagini sull’ex premier sono monche delle intercettazioni delle sue utenze telefoniche, in quanto soggette all’autorizzazione della camera di appartenenza.

La paura dell’arresto, pur se tecnicamente fondata, nasconde in realtà un altro e ben più grave timore: che una volta votata la decadenza (B. è parlamentare da 19 anni filati) le indagini sul capo di Forza Italia potranno dispiegarsi con tutti gli strumenti a disposizione dei pubblici ministeri. A chi indaga sul cavaliere, infatti, servirebbe a ben poco trarlo in arresto (anzi sarebbe controproducente), ma poterlo intercettare per ricostruire i suoi rapporti con gli altri soggetti processuali (Lavitola, Tarantini, le olgettine, i manager Mediaset, tanto per far qualche esempio) avrebbe un’importanza enorme.

E potrebbero aprirsi le paratie di un fiume di verità sulla nostra storia recente, che ci consentirebbe finalmente di uscire dalla bolla di menzogne che ci avvolge da quasi un ventennio.

Non è necessario immaginare un vendetta giudiziaria per invocare la decadenza di Silvio Berlusconi, è sufficiente il desiderio di verità.

Chissà se quelli del Pd lo capiranno.


La sentenza Mediaset è solo l’inizio

agosto 15, 2013

degregorio

Estraggo dal Fatto Q. di oggi poche frasi dall’intervista a Sergio De Gregorio (sperando di non violare i diritti d’autore).

D. De Gregorio ha parlato ai pm di Napoli anche di un episodio che riguarda i diritti tv Mediaset.

R. La mancata rogatoria a Hong Kong dei magistrati di Milano, nel 2007.

D. Fondi neri per milioni di euro riconducibili a Frank Agrama, condannato con B. per i diritti tv Mediaset.

R. Centinaia di milioni di euro. Una montagna enorme di soldi con una triangolazione tra Stati Uniti, Hong Kong e Italia. Il processo ha cristallizzato solo una parte minima dei fondi neri di Mediaset.

Non servono commenti.


Adesso però basta

agosto 15, 2013

mediaset

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

E’ il secondo comma dell’articolo uno della Costituzione e la sua applicazione è consentita. Sua ovvia conseguenza è che a decidere sulla presenza in Parlamento di Silvio Berlusconi è il Parlamento, eletto (quasi) democraticamente nel febbraio scorso.

Berlusconi, lo sanno anche le pietre, era ineleggibile fin dal 1994 e lo è tuttora. La sua presenza in Parlamento è una violazione di legge che i partiti hanno finto di non vedere per quasi venti anni. Ora è venuto il momento di sanare la questione applicando la L. 361/1957.

Si obietta che, non essendo stata applicata tale disposizione nelle cinque elezioni precedenti, non è possibile mutarne l’interpretazione.

Dissento. Innanzitutto perchè sbagliare cinque volte non legittima la sesta ripetizione. Ma soprattutto per l’emersione di un fatto nuovo: il contenuto della sentenza Mediaset.

All’epoca della “discesa in campo”, Silvio Berlusconi promise che si sarebbe dedicato al “paese che ama” e che avrebbe lasciato ad altri la conduzione delle sue aziende. Nessuna persona seria poteva crederci, ma, in nome della volontà elettorale, era politcamente legittimo fornire un’apertura di credito. Immaginiamo di aver pensato: farà solo il politico e non più l’imprenditore concessionario pubblico, quindi non vi è conflitto di interessi e la violazione di legge è solo formale e non sostanziale. Va bene. Su tali premesse si è concesso a Berlusconi di sedere in Parlamento.

Ma ora le cose sono chiare. La sentenza Mediaset, a prescindere dai suoi effetti penali, afferma incontestabilmente che Silvio Berlusconi, nel periodo in cui ricopriva la carica di Presidente del Consiglio, dirigeva personalmente gli affari Mediaset, ed in particolare il suo core business (diritti tv). Quindi, ad ogni candidatura ha sempre sistematicamente mentito agli italiani, ai suoi elettori, agli organi di informazione di controllo. Non solo, la sua amministrazione di fatto di Mediaset era macroscopicamente illegale, essendo finalizzata alla frode fiscale.

Di fronte a ciò il Parlamento non può che prendere un decisione politica netta. Decisione politica e non giuridica. Affermando che Berlusconi ha mentito sistematicamente ed ingannato le Camere, inducendole a concedere una facoltà (l’eleggibilità) che gli doveva invece essere negata.

Divieto che può e deve essere opposto ora: dichiarando ineleggibile Silvio Berlusconi ed estromettendolo dal Senato in base alla normativa vigente. E ciò a prescindere dalla pena accessoria comminata dalla Corte d’Appello di Milano, da qualsivoglia interpretazione delle Legge Severino e da qualsiasi provvedimento di “clemenza” dovesse piovere dal Quirinale.

Un tentennamento, comunque motivato, da parte dei partiti che siedono in Parlamento (Pd per primo) non può e non deve essere tollerato.


Femminicidio e persona offesa

agosto 9, 2013

femminicidio

Ora che va di moda il femminicidio, la politica che si occupa di giustizia (area dove regna l’ignoranza) scopre una figura mitica e mistica: la persona offesa.

Questi geni del diritto (anzi, genie, perché sono soprattutto donne) ci spiegano che laddove vi è uno stupro, oltre allo stupratore, c’è una stuprata. Laddove un persecutore, una perseguitata; laddove un molestatore, una molestata; laddove un maltrattatore, una maltrattata. Oibò, chi l’avrebbe mai detto.

Ci spiegano che la legge deve occuparsi non soltanto dell’autore, ma anche della vittima. La quale dall’iter giudiziario non ricava nulla se non spese e frustrazioni o veri e propri ulteriori danni (morali e materiali). Ma pensa un po’.

Dovrebbero già sapere, però, che in quasi tutti i fatti previsti dalla legge come reato, oltre all’autore, vi è una persona offesa che molto spesso (anche se non sempre) è una persona fisica. C’è (quasi) sempre un soggetto che oltre a subire un danno dal fatto-reato, subisce un danno ulteriore dal processo-beffa, che gli costa tempo e denaro (udienze, consulenti, avvocati) e umiliazioni (testimonianze, ulteriori diffamazioni dalle difese avversarie..) e termina con una sentenza farsa, in genere con la prescrizione. E soprattutto con la frustrazione della giustizia negata, di una ingente spesa inutile e di un risarcimento nullo.

Di questo soggetto (la vittima) ci si ricorda solamente quando è funzionale ad una qualche battaglia politica e/o ideologica, per esempio quella in corso (a ragione) sui fenomeni del femminicidio, dello stalking e della violenza domestica (che non possono essere confusi troppo semplicisticamente).

Osservo a titolo di esempio: se è giusto concedere il patrocinio legale a spese dello Stato alle vittime di stupro (come già è) ed alle vittime dello stalking o del feminicidio (come si vuole introdurre), qualcuno mi spiega perché non dovrebbe avvenire lo stesso per tutti gli altri reati (perlomeno quelli gravi)? Per esempio per le lesioni personali gravi o gravissime (si pensi alle vittime degli incidenti stradali ed alla malasanità) o per le truffe di rilevante entità. Per le rapine, per le estorsioni e per le bancarotte. Per i fatti di corruzione, di falsità in atti o di frode in commercio.

Prendiamo ad esempio un caso noto a tutti di danno patrimoniale da fatto illecito: il lodo Mondadori (http://it.wikipedia.org/wiki/Lodo_Mondadori).

Il fatto-reato si consuma nel 1991 e da esso scaturisce il diritto della Cir di De Benedetti ad essere risarcita del relativo danno emergente. Si devono attendere le sentenze penali di primo, secondo e terzo grado, per poi rivolgersi alle sezioni civili (primo, secondo e terzo grado) per la quantificazione e la liquidazione della somma dovuta dal responsabile.

Con i tempi della giustizia italica, dal 1991, la liquidazione del danno avverrà, se tutto va come si pensa, fra qualche settimana. Ci sono voluti 22 anni. E si può tranquillamente dire che De Benedetti è stato fortunato. In primo luogo perché la magistratura ha fatto il suo dovere sia nel penale che nel civile lungo tutto il percorso; in secondo luogo perché la sua controparte (caso raro in Italia) è solvibile e può versare la somma dovuta.

Per un cittadino comune vittima di un reato l’analogia con De Benedetti si ferma al tempo del procedimento. Servono comunque (in generale) tre gradi di giudizio penali e tre civili e soprattutto, lungo l’iter, può sempre capitare un giudice disattento, un perito infedele, un teste fasullo o un altro inciampo che manda all’aria il procedimento. Infine, anche nel caso fausto di una sentenza definitiva favorevole, il condannato al risarcimento (se non è già morto) si rivela formalmente incapiente e quindi non versa nemmeno un euro di risarcimento. Alla povera vittima non vengono rifuse nemmeno le spese legali sostenute in venti anni. E magari nel frattempo è morta, o è fallita, o è dovuta emigrare.

Di ciò il nostro legislatore non si preoccupa. Salvo, di tanto in tanto, quando la figura del danneggiato è strumentale ad una qualche battaglia politica o ideologica. Qualche tempo fa erano gli obbligazionisti truffati dal crack Parmalat; poi sono venute le donne stuprate. Oggi sono le mogli maltrattate dai mariti.

E quelle che leggiamo (anche se volte al lodevole scopo di tutelare alcune categorie di vittime) sono parole inutili se non si pone mano radicalmente alle procedure ed al sistema giudiziario nel suo complesso, che è stato costruito e progressivamente adattato per tutelare esclusivamente i diritti dell’indagato-imputato, cui sono riconosciuti strumenti difensivi procedurali talmente vasti e potenti da farne il vero dominus del processo. Mentre, al contrario, la persona offesa-parte civile è poco più che uno spettatore pagante che trascorre il proprio tempo a convincersi che dal processo non ricaverà mai nulla, e che per il sistema giudiziario è soltanto un impiccio o, peggio ancora, uno zimbello.


Ha perso

agosto 6, 2013

esposito

 

Ha torto Marco Travaglio quando dice che la sentenza della Cassazione nel processo Mediaset non aggiunge nulla a quello che già sappiamo.  E che l’attesa e le reazioni a quella decisione sono esagerate ed ingiustificate.

La strategia comunicativa di Silvio Berlusconi in materia di giustizia (ovvero il core business del suo partito) è sempre stata quella di eludere il merito dei processi e di rappresentarli come una partita a scacchi fra lui, politico-imprenditore e la magistratura, descritta come apparato politico-burocratico.

E questo per poter sempre dire, a fine procedimento, che il vincitore era lui. Non importa come, se grazie a leggi ad personam o per intervenuta prescrizione. Gli bastava poter dire: l’ho spuntata io, ho vinto io.

Quelle poche parole pronunciate con voce un po’ malferma dal Presidente Esposito nella serata del 1° agosto hanno infranto il mito (autoprodotto) dell’invincibilità giudiziaria di Berlusconi.

Il reality show che vede protagonista il Cavaliere è arrivato ad un punto finora mai visto. Come se Ridge si dichiarasse gay.

La pantomima politica-giudiziaria messa in piedi da Berlusconi e dai suoi accoliti dovrà trovare nuove e più ardite forme.


Uffa

agosto 1, 2013

Non sono “pasticci fiscali” come scrive Serra o “vicende personali” come dice Laura orapronobis Boldrini. Nella sentenza Mediaset (quella azienda per cui si parla da decenni di conflitto di interessi, di partito azienda, di stravolgimento dell’informazione televisiva (e non), di svilimento della figura femminile e via dicendo) è scritto che il core business delle imprese berlusconiane era (e forse è tuttora) la frode fiscale. Ed è scritto che il core business del partito berlusconiano era la produzione di leggi finalizzate a coprire la suddetta frode fiscale ed i reati connessi (falso in bilancio, appropriazione indebita, corruzione in atti giudiziari eccetera). Questo è scritto in quelle cento (primo grado) e centonovanta (secondo grado) pagine.

Non è il processo Ruby, non facciamo confusione.