Ruby uno, due e.. ?

maggio 25, 2013

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Il caso Ruby ci accompagnerà a lungo. Ci sono già il processo Ruby uno (a Berlusconi) e Ruby due (a Fede, Minetti e Mora). Seguiranno i relativi appelli, i giudizi di legittimità, i possibili riti di rinvio o di revisione, eccetera. Molto probabilmente si celebreranno altri processi (Ruby tre, quattro, cinque …) per la gigantesca corruzione dei testimoni che è stata messa in piedi per inquinare i primi due.

Nel merito giudiziario c’è poco da dire. Sono fatti privati di cui si discuterà all’infinito (a vuoto) per convincersi se costituiscono reato oppure no, se ci sono le prove oppure no, se esse  sono genuine e credibili oppure no.  Se ce ne deve importare qualcosa oppure no.

Ai miei occhi il caso dimostra una sola cosa: fra gli italiani e Berlusconi sussiste un permanente, irredimibile incancellabile stato di infatuazione. Non lo chiamerei consenso e nemmeno fiducia. E’ un sentimento che attanaglia tutti (compresi gli oppositori veri o presunti) e che fa sì che a Silvio tutto venga concesso, a prescindere. A dispetto di tutto e di tutti.

Basta provare ad immaginare cosa accadrebbe se in una vicenda analoga quella di Ruby fosse coinvolto un altro personaggio pubblico. Che so, Romano Prodi; o Mario Monti. Proviamo a chiederci che reazioni susciterebbe sapere che uno di essi si sollazza invitando in casa propria prostitute dedite alla messa in scena di “spettacolini” a sfondo erotico. Cadrebbero nell’oblio più totale nel giro di un secondo e nessuno oserebbe nemmeno proporli per una qualsiasi carica pubblica. Sbaglia chi sostiene che “in qualsiasi altro paese lo scandalo Ruby avrebbe cancellato qualsiasi politico dalla scena pubblica”. Sbaglia perché così sarebbe anche in Italia per chiunque non si chiami Silvio Berlusconi.

 Il Cavaliere domina la scena politica da quasi vent’anni. Ma non vi è una sola legge a lui riconducibile per la quale gli italiani gli possano essere grati; non un’opera pubblica di cui lui possa vantar merito; non un provvedimento, non un decreto, non un atto politico nazionale o internazionale di cui si possa dire: “beh, almeno questo lo ha fatto”. Niente. Ma gli italiani continuano a concedergli tutto.

Compresi coloro che dicono di avversarlo.

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23 maggio 2013

maggio 23, 2013

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Il ventunesimo anniversario della strage di Capaci cade pochi giorni il deposito del ddl che “tipizza” il reato di concorso esterno in associazione mafiosa dimezzandone le pene. Non è un caso. Basta guardare le facce di chi siede in Parlamento. Basta guardarsi intorno. Basta chiedersi chi sono i veri padroni dell’economiza nazionale. Basta osservare che se Saviano pubblica con Mondadori, Caselli pubblica (quando pubblica) con Melampo editore. Basta pensare che dal 19 luglio 1992 le mafie non hanno più ucciso alcun magistrato. Non perchè sono scomparse le mafie, ma perchè non ce n’è stato più bisogno. Hanno scoperto strumenti più efficaci e meno invasivi.

E’ sufficiente leggere i titoli (nemmeno gli articoli per esteso) della cronaca giudiziaria che arriva da Palermo per capire che le “larghe intese” di questi giorni sono eccessivamente larghe. E che questo stato di cose, a cui tanti, troppi, si sono adeguati, non dovrebbe essere affatto normale.

Se gli italiani avessero memoria e ancora un briciolo di coscienza, dovrebbero sentirsi tutti un po’ figli di Giovanni Falcone. Ma se mi guardo intorno capisco che non è così.