Avrei detto questo (due parole al Pd)

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Se mercoledì scorso, alla Sala Tergeste dell’Hotel Savoia, avessi parlato, avrei detto più o meno questo.

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Il recente risultato elettorale ha ribadito (per chi ancora non lo avesse capito) che la politica non segue strade razionali. Non basta presentare un programma serio e responsabile e candidare ottime persone per vincere le elezioni. Non basta candidare giovani per avere i voti dei giovani o candidare donne per avere i voti delle donne.

L’esempio di questa regione è emblematico. Il ricambio generazionale c’è stato, una donna guida il partito. Ma dai 240mila voti del 2008, il Pd è crollato a 178mila.

Altra regola amara della politica: contrariamente a quel che accade nella vita comune, agli errori non v’è rimedio; ce li si porta dietro per sempre. La storia nazionale è ricca di esempi di errori politici che hanno segnato irrimediabilmente una personalità o un partito (due a caso: Nenni e il Psi, Fini e An). E secondo me anche il Pd ha il suo peccato originale che, piaccia o no ai suoi leader, porterà con sé per sempre. E’ un partito che ha scelto la sua classe dirigente prima di vedere la luce. La nascita del Pd, ci dicono, coincide con l’elezione di Veltroni a segretario, nell’autunno 2007. Ma a quel momento, tutte le caselle, da quella del segretario in giù, erano già occupate o comunque destinate ad essere spartite fra una nomenclatura già cristallizzata; tutti gli organigrammi, salvo dettagli, erano già decisi.

Da quel momento il dibattito interno al partito è sembrato (a me) l’analogo di una lite in famiglia per la gestione di una eredità; eredità consistente, fuor di metafora, nell’elettorato dei partiti di origine (Dc e Pci). In tale contesa per i beni di famiglia si sono di recente inseriti figli e nipoti, che reclamano una porzione dell’eredità di nonni e bisnonni; ma nessuno si preoccupa di lavorare per aumentare il patrimonio, che va pertanto lentamente (ma nemmeno troppo) esaurendosi. Fuor di metafora, il Pd è incapace di attrarre nuovi elettori e non riesce nemmeno a mantenere i propri.

Un processo ineluttabile? Un partito destinato all’estinzione? Forse. Ma io non posso astenermi dal sottolineare che la sinistra ha una formidabile caratteristica autolesionistica: conosce i problemi, ha al proprio interno chi li individua e indica le strade da seguire, ma quando si tratta di agire sceglie altre persone ed altre vie, quelle sbagliate. Qualche esempio.

– Fu il centrosinistra a riformare il titolo quinto della Costituzione in senso “federalista”, ma il merito di aver sollevato il tema del decentramento amministrativo viene indiscutibilmente attribuito alla Lega Nord.

Chi ha memoria, però, sa che non è così; furono gli amministratori locali emiliani, nei remoti anni ottanta, a chiedere “autonomia impositiva degli enti locali”, non per inseguire secessioni o altre amenità, ma per affermare il principio della sussidiarietà e rafforzare il legame fra istituzioni e territorio. Su tutti ricordo Renzo  Imbeni – per un decennio sindaco di Bologna – che una volta approdato al Parlamento fu emarginato e poi spedito a Bruxelles. E quando la sinistra si trovò al governo, si diede un ministero non a lui, ma a Bassolino. E ho detto Bassolino.

– L’opinione pubblica è furente per i costi della politica. Un argomento cavalcato per anni in orgogliosa solitudine da Grillo, il quale ne ha tratto un vantaggio elettorale enorme. Anche in tal caso, però, la prima frattura nella diga non va ascritta a Grillo, e nemmeno al volume “la Casta” di Rizzo e Stella (2007). I primi a individuare il problema furono Cesare Salvi e Massimo Villone (senatori Ds) con il volume “I costi della democrazia” (Feltrinelli, 2005). Il Pd avrebbe potuto fare propria questa battaglia di giustizia e moralità,  guadagnando a sé il beneficio elettorale che ha invece regalato a Grillo. Invece no: nel 2008 Salvi e Villone non vennero ricandidati e sono usciti di scena.

– Il grande traino dell’ondata grillina, si sa, risiede nel lavoro dei giornalisti d’inchiesta e di denuncia riconducibili ora alla redazione de “Il Fatto Quotidiano”. La clip settimanale di Marco Travaglio è stata per anni il richiamo principale del blog di Beppe Grillo. Le pubblicazioni sulla Mafia di Lo Bianco e Rizza, le inchieste di Lillo e di Barbacetto, le denunce di Flores d’Arcais, di Furio Colombo e di Padellaro hanno consolidato il disprezzo per la classe politica tradizionale che fa da aggregante alla massa informe dell’elettorato grillino. Ma è un filone che non esce dal nulla, perché Padellaro, Colombo e Travaglio, fino al 2007, erano l’Unità! Quotidiano che, epurati loro ad opera del dinamico duo Veltroni-De Gregorio, è precipitato nelle vendite fino a ridurle ad un terzo.

Questo per dire che se il Pd avesse il buon senso di ascoltare se stesso potrebbe essere di gran lunga il partito egemone del paese.

Ma veniamo alla recente campagna elettorale. Mi ha sbigottito vedere come quasi tutti i partiti ed i commentatori si siano lasciati risucchiare dai folkloristici argomenti usati da Berlusconi sull’Imu. Io mi sarei limitato a fare un banale considerazione quasi oleografica. Prendiamo una giovane coppia che abbia la ventura di avere qualche risparmio e condizioni per accedere ad un mutuo; e mettiamo che acquisti un normale appartamento da 200mila euro. Attingendo a informazioni reperibili in rete e facendo un paio di conti, emerge che oltre alle imposte, sulla compravendita gravano oneri notarili (rogito e accatastamento) per circa 4500 euro più iva e la provvigione per l’agenzia immobiliare, che può arrivare a 8000 euro più iva. Quindi, anche ipotizzando qualche sconto, i poverini sborsano una somma fra i 12 ed i 15mila euro solo per agenzia e notaio. A occhio e croce, conti alla mano, fanno l’equivalente di quaranta o cinquanta anni di Imu.  E vogliamo dire che l’importo medio dell’Imu sulla prima casa ammonta a 225 euro? Meno di quel che paghiamo per bollo auto e canone Rai. E allora di che parliamo? Ci prendiamo in giro? Anziché far propaganda sull’Imu, non sarebbe saggio imporre un abbattimento delle provvigioni d’agenzia che, rammento, sono stabilite con legge regionale? E non sarebbe saggio riflettere sul meccanismo medioevale che ci impone un rogito notarile per espletare la compravendita immobiliare che, ora che il catasto è interamente digitalizzato, si risolve in un doppio clic? Non potrebbe essere un ente pubblico a registrare, a costo zero per i contraenti, il passaggio di proprietà?

Archiviata questa parentesi satirica, si sarebbe potuto parlare di cose serie.

La crisi economica. In campagna elettorale sono sembrati tutti più o meno concordi nell’attribuirla alla globalizzazione, alla finanziarizzazione dell’economia e (forse) all’euro e alla Bce (per tacere dei cattivissimi tedeschi). Può darsi; ma queste cose esistono anche per paesi che stanno molto meglio di noi. L’Italia ha di suo alcune fragilità economiche specifiche. Pur non sapendo di economia, ne dico una. A partire dagli anni ottanta l’economia nazionale ha subito un eccessivo, se non forsennato, processo di terziarizzazione, con il progressivo abbandono delle produzioni industriali (perlopiù di Stato) a vantaggio di imprese dei servizi (banche, assicurazioni, telecomunicazioni, televisione, pubblicità..). Non serve essere geni dell’economia per capire che senza forti settori primario e secondario l’economia di un paese non si regge. E’ necessario quindi recuperare e rilanciare la vocazione industriale che, tutto sommato, permane. E lo si può fare ricorrendo ai capitali pubblici (l’industria di Stato, la vituperata Iri, ci portarono fuori dalla miseria del dopoguerra) e ad una detassazione selettiva. La riduzione delle imposte sul lavoro non può essere per tutti, ma può e deve essere garantita al lavoro che produce valore aggiunto. Serve una detassazione mirata al lavoro manuale, per attrarre e favorire investimenti nei settori produttivi ed invogliare i giovani a lavorare nelle fabbriche.

A chi ripudia l’idea della mano pubblica in economia, chiederei se, dovendo investire in azioni, comprerebbe Fiat o Eni, Mps o Finmeccanica. E a chi tesse (ritualmente) la lode della piccola e media impresa, faccio presente che essa vive delle commesse della grande industria che, per abbattere i costi, esternalizza al fine di beneficiare della maggior flessibilità del piccolo imprenditore.

La giustizia. Merita un (lungo) discorso; per ora (ora come allora, inteso come mercoledì scorso) soprassiedo e lo rimando al prossimo post, al prossimo incontro.

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