Abolire la legge Cirami (art. 45 c.p.p.)

marzo 16, 2013

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La richiesta di Ghedini e Longo di spostare a Brescia i processi Mediaset e Ruby si basa sull’art. 45 c.p.p. di sotto riportato. Ovvero, più precisamente sull’inciso “o determinano motivi di legittimo sospetto” inserito con dall’art. 1, comma 1, della L. 7 novembre 2002, n. 248, nota come Legge Cirami.

Art. 45.
Casi di rimessione.

1. In ogni stato e grado del processo di merito, quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo ovvero la sicurezza o l’incolumità pubblica, o determinano motivi di legittimo sospetto, la Corte di cassazione, su richiesta motivata del procuratore generale presso la corte di appello o del pubblico ministero presso il giudice che procede o dell’imputato, rimette il processo ad altro giudice, designato a norma dell’articolo 11.

Bene. Il Parlamento sovrano non ha che da votare la seguente legge:

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Art. 1

Le parole “o determinano legittimo sospetto” nell’art. 45 c.p.p. sono soppresse.

Art. 2

L’art. 45 così come modificato dall’art. 1 si applica anche a tutti i procedimenti in corso.

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Avanti grillini, leghisti e piddini. Avete già perso un giorno!

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Art. 111 della Costituzione

marzo 14, 2013

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L’ineffabile Giorgio Napolitano (oggi non mi va di chiamarlo Presidente della Repubblica) invoca l’art. 111 della Costituzione per legittimare l’inverecondo seguito che ha concesso alla protesta del PdL davanti al Tribunale di Milano. Usare la Costituzione per giustificare l’ingiustificabile è di per sè deplorevole; ma bisogna anche ricordare che la parte di tale articolo che viene invocata (il giusto processo) è un’aggiunta posticcia risalente al 1999 che un accordo bipartisan (eravamo in epoca di bicamerali) consentì di apportare evitando il referendum confermativo. Essendo stato votato anche dal centrosinistra non viene annoverato fra le “leggi vergogna”, ma forse dovrebbe esserlo. Intanto copio e incollo il vecchio ed il nuovo testo dell’art. 111: ciascuno può giudicare da sé.

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Art. 111.

(vecchio)

Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati.

Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in cassazione per violazione di legge. Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra.

Contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è ammesso per i soli motivi inerenti alla giurisdizione.

Art. 111.

(nuovo)

La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge.

Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata.

Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico; disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa; abbia la facoltà, davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore; sia assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo.

Il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova. La colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all’interrogatorio da parte dell’imputato o del suo difensore.

La legge regola i casi in cui la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio per consenso dell’imputato o per accertata impossibilità di natura oggettiva o per effetto di provata condotta illecita.

Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati.

Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge. Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra.

Contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è ammesso per i soli motivi inerenti alla giurisdizione.

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Altri meglio di me, e con dovizia di particolari ed esempi, potrebbero illustrare le conseguenze nefaste che tale riforma ha prodotto sul processo penale. Prendiamo l’aspetto che viene più insistentemente ripetuto: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale.” Davanti a queste parole tutti non hanno dubbi: giustissimo. Ma cosa vuol dire “condizioni di parità” nel processo penale? In che senso possono essere messi sullo stesso piano il Pubblico Ministero (che deve “costruire” l’impianto accusatorio) e la difesa dell’imputato (che deve solo demolirlo). Può esserci partità di condizioni fra chi ha obbligo di verità e chi ha facoltà di menzogna? Fra chi deve dimostrare fatti e chi può limitarsi a guadagnare tempo? Fra chi deve costruire e chi può limitarsi a distruggere?

Ci sarebbe molto da discutere, sul piano pratico, col rischio di farsi venire il mal di fegato. Per cui, per ora, soprassediamo.

E torniamo a Napolitano, che utilizza il sacrosanto l’art. 111. Ma non è il solo in questi giorni. Ad invocare il giusto processo e le sue conseguenze procedurali in Corte di cassazione sono stati di difensori di Massimo Ciancimino, i quali, facendo leva proprio sull’art. 111 Cost., hanno ottenuto il differimento della distruzione delle famigerate intercettazioni Napolitano-Mancino, ritenendo di poterle un giorno ascoltare ed utilizzare in processo. Registrazioni che in un paese normale, con leggi logiche e razionali, sarebbero state già da tempo distrutte. Non perchè coinvolgono il Capo dello Stato, ma perchè irrilevanti per il processo. Ma non in Italia, dove abbiamo l’art. 111 Cost. ed il “giusto processo”: proprio in forza dell’interpetazione che il legislatore ne ha dato, il codice di procedura penale impone di rendere pubbliche tutte le registrazioni, anche quelle irrilevanti. Tanto che, ahilui, Napolitano s’è dovuto scrivere un decreto per metterci una pezza ed investire della questione la Corte costituzionale. La quale, a sua volta, ha dovuto fare i salti mortali per dargli ragione.

Ecco perchè dico che non solo le “leggi vergogna” andrebbero abrogate; e che  il centrosinistra ha avallato e votato riforme orribili in materia di giustizia. Ed ecco perchè mi allarmo ogniqualvolta sento parlare di modifiche della Carta. Gente che ha fatto queste riforme è meglio che non tocchi nulla. Men che meno la Costituzione.


Senza parole

marzo 13, 2013

Members of Parliament of Pdl protest under the Palace of Justice in Milan

Così rimango di fronte al mutismo del Pd dopo l’indegna gazzarra che i parlamentari del PdL hanno inscenato al Tribunale di Milano. Quale misteriosa sindrome impedisce a Bersani di dire quello che tutti pensano? E non è patetico il pilatesco comunicato di Napolitano? I campioni di legalità del Pd, ad esempio Piero Grasso, non hanno proprio nulla da dire? Mah.


Il programma di Grillo

marzo 8, 2013

m5s

Il Movimento cinque stelle un programma ce l’ha eccome! E allora me lo sono andato a leggere sul Fatto Quotidiano, che non può essere accusato di ostilità verso Grillo. Ecco i 20 punti elencati uno per uno:

1 – Reddito di cittadinanza.

Grande istituto, che potremo adottare quando saremo diventati scandinavi. Il reddito di cittadinanza (quello vero, non le scimmiottature di cui si parla da noi) è plausibile in paesi ricchi e capaci di sopportare un alto carico fiscale (da noi lo si deve e vuole ridurre), ma soprattutto in paesi ad altissima fedeltà fiscale. In Italia finirebbe per premiare i furbi, i finti poveri, gli approfittatori.

2 – Misure immediate per il rilancio della piccola e media impresa.

Interessante, seppur non proprio originalissimo. Ma di grazia, quali misure? E la grande industria, o quel po’ che ne è rimasta, la mandiamo in malora? Lo dico perché la piccola impresa vive grazie alle commesse di quella grande.

3 – Legge anticorruzione.

Una l’hanno appena fatta. Forse bisognerebbe spiegare come la si vuole cambiare. O no?

4 – Informatizzazione e semplificazione dello Stato.

Ideona. Ma gli enti pubblici sono discretamente avanti nel processo di informatizzazione (più delle imprese private); sono i cittadini a non essere attrezzati.

5 – Abolizione dei contributi pubblici ai partiti.

Sostituendo “abolizione” con “drastica riduzione” sono d’accordo.

6 – Istituzione di un “politometro” per verificare arricchimenti illeciti dei politici negli ultimi 20 anni.

Giustissimo. Ma il dramma sono gli arricchimenti leciti (per esempio le superpensioni); “furti” che la casta si è legalizzati. Su si essi bisognerebbe avere il coraggio di proporre leggi retroattive, per recuperare allo Stato almeno una frazione del bottino.

7 – Referendum propositivo e senza quorum.

Sono d’accordo.

8 – Referendum sulla permanenza nell’euro.

Sembrerebbe incostituzionale (art. 75).

9 – Obbligo di discussione di ogni legge di iniziativa popolare in Parlamento con voto palese.

Ragionevole ma di scarsa utilità, il Parlamento è sovrano e se non vuole una legge la boccia.

10 – Una sola rete televisiva pubblica, senza pubblicità, indipendente dai partiti.

D’accordo solo sull’indipendenza dai partiti; bisogna dire come, però.

11 – Elezione diretta dei parlamentari alla Camera e al Senato.

Prego di leggere gli artt. 56 e 58 della Costituzione..

12 – Massimo di due mandati elettivi.

Anche questo mi pare incostituzionale (art. 51).

13 – Legge sul conflitto di interessi.

Questa mi sembra di averla già sentita. Ma è divenuta quasi una leggenda; come se potesse esistere una legge che, d’incanto, appena varata, obbliga Berlusconi a scegliere fra la politica da nullatenente e una vita semiclandestina.

14 – Ripristino dei fondi tagliati alla Sanità e alla Scuola pubblica.

Sacrosanto, quantunque la Sanità sia un pozzo di sprechi.

15 – Abolizione dei finanziamenti diretti e indiretti ai giornali.

D’accordo.

16 – Accesso gratuito alla Rete per cittadinanza.

Bella idea, ma tecnicamente chi fornisce il servizio?

17 – Abolizione dell’IMU sulla prima casa.

Un falso problema, basta aumentare la franchigia.

18 – Non pignorabilità della prima casa.

No, sarebbe un ulteriore freno alle dinamiche economiche e renderebbe inerogabili i mutui per la prima casa.

19 – Eliminazione delle province.

Anche questa già sentita.

20 – Abolizione di Equitalia.

E sua sostituzione con ente analogo? O concessione ai privati (tipo Cosa nostra) della riscossione dei crediti della Pubblica amministrazione?

Domande.

La Giustizia è sparita anche per Grillo? Le “leggi vergogna” le lasciamo lì come sono? L’arretrato dei Tribunali civili e penali ce lo teniamo?

E il Tav? Le missioni militari all’estero? Le spese militari? Gli sprechi della P.A.?

Il potere d’acquisto delle pensioni e dei salari? Gli esodati?

E il lavoro che manca? Risolviamo tutto promettendo 600 euro a testa che nessuno sa dove andare a trovare?

E tutto il resto che dimentico?

PS. Ho cercato in rete un programma m5s più dettagliato ed in effetti c’è. Ma ci son scritte tutt’altre cose!


Bersani, Grillo e la prescrizione

marzo 8, 2013

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Nel gran dibattere di costi della politica, province da abolire e parlamentari da dimezzare, è sparito dal dibattito post elettorale l’argomento giustizia. E le “leggi vergogna”? Grillo e il pd non ci hanno promesso di abolirle? O forse ho capito male io? Non ci hanno rintronato con la necessità di moralizzare il paese dopo anni di ammorbamento “garantista” berlusconiano?

Mettiamo a fuoco. Per la prima volta dal 2001 Berlusconi è minoritario in entrambe le camere ed è possibile votare leggi senza il suo assenso (tacito o esplicito) e senza reclutare i senatori a vita. Per la prima volta da dodici anni! Quindi ci sono le condizioni per eliminare appunto le leggi vergogna.

Sarebbe però da superficiali pensare che ciò possa essere fatto da un giorno all’altro; molte di esse non possono essere abrogate d’un tratto. Un esempio? La legge Gasparri va riscritta, non abolita.

Un caso però c’è: la porzione di legge Cirielli che accorcia i termini della prescrizione. Allineare la normativa sulla prescrizione alle discipline europee è semplice, non serve un governo in carica e lo può fare il parlamento votando una leggina facile facile che scrivo di seguito.

*          *          *

Art. 1.

L’art. 157 c.p. è così sostituito.

La prescrizione estingue il reato:
1) in venti anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a ventiquattro anni;
2) in quindici anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a dieci anni;
3) in dieci anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce della reclusione inferiore a cinque anni, o la pena della multa.
4) in cinque anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione inferiore a cinque anni, o la pena della multa;
5) in tre anni, se si tratta di contravvenzione per cui la legge stabilisce la pena dell’arresto;
6) in due anni, se si tratta di contravvenzione per cui la legge stabilisce la pena dell’ammenda.
Per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo al massimo della pena stabilita dalla legge per il reato, consumato o tentato, tenuto conto dell’aumento massimo della pena stabilito per le circostanze aggravanti e della diminuzione minima stabilita per le circostanze attenuanti.
Nel caso di concorso di circostanze aggravanti e di circostanze attenuanti si applicano anche a tale effetto le disposizioni dell’articolo 69.
Quando per il reato la legge stabilisce congiuntamente o alternativamente la pena detentiva e quella pecuniaria, per determinar il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo soltanto alla pena detentiva.”

La prescrizione è sempre espressamente rinunciabile dall’imputato.
La prescrizione non estingue i reati per i quali la legge prevede la pena dell’ergastolo, anche come effetto dell’applicazione di circostanze aggravanti.

Art. 2

L’art. 158 c.p. è così sostituito:

Il termine della prescrizione decorre, per il reato consumato, dal giorno della consumazione; per il reato tentato, dal giorno in cui è cessata l’attività del colpevole; per il reato permanente o continuato, dal giorno in cui è cessata la permanenza o la continuazione.
Quando la legge fa dipendere la punibilità del reato dal verificarsi di una condizione, il termine della prescrizione decorre dal giorno in cui la condizione si è verificata. Nondimeno nei reati punibili a querela, istanza o richiesta, il termine della prescrizione decorre dal giorno del commesso reato.

Art. 3

Il secondo comma dell’art. 161 c.p. è soppresso.

Art. 4 – Norma transitoria

I termini della prescrizione, così come computati in base alla presente legge, valgono per tutti i reati, anche se commessi nel periodo di vigenza della precedente normativa e, ferme restando le disposizioni del codice civile relativamente alla prescrizione civile, si applicano anche a tutti i procedimenti penali e civili per cui non sia stata pronunciata sentenza irrevocabile.

In tutti i procedimenti penali per i quali non sia stata pronunziata sentenza irrevocabile, è concessa la riapertura dei termini per l’applicazione delle disposizioni di cui al titolo II libro VI parte II del codice di procedura penale. La parte che intende proporne l’applicazione deve formulare istanza al giudice innanzi a cui si trova il procedimento entro novanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge. L’imputato che ottiene l’applicazione della pena su propria richiesta è tenuto a liquidare alle parti civili costituite le spese sostenute per la costituzione e per la partecipazione al procedimento.

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Forza, Bersani e Grillo. Dal 15 marzo vi aspetto al varco. Non serve un governo, la fiducia. Mettete in calendario e votate. E se qualcuno vi dice: “Ma è contro Berlusconi!” Voi rispondete: “Sì, certamente! E’ una legge contro Berlusconi!”


Avrei detto questo (due parole al Pd)

marzo 7, 2013

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Se mercoledì scorso, alla Sala Tergeste dell’Hotel Savoia, avessi parlato, avrei detto più o meno questo.

*       *       *

Il recente risultato elettorale ha ribadito (per chi ancora non lo avesse capito) che la politica non segue strade razionali. Non basta presentare un programma serio e responsabile e candidare ottime persone per vincere le elezioni. Non basta candidare giovani per avere i voti dei giovani o candidare donne per avere i voti delle donne.

L’esempio di questa regione è emblematico. Il ricambio generazionale c’è stato, una donna guida il partito. Ma dai 240mila voti del 2008, il Pd è crollato a 178mila.

Altra regola amara della politica: contrariamente a quel che accade nella vita comune, agli errori non v’è rimedio; ce li si porta dietro per sempre. La storia nazionale è ricca di esempi di errori politici che hanno segnato irrimediabilmente una personalità o un partito (due a caso: Nenni e il Psi, Fini e An). E secondo me anche il Pd ha il suo peccato originale che, piaccia o no ai suoi leader, porterà con sé per sempre. E’ un partito che ha scelto la sua classe dirigente prima di vedere la luce. La nascita del Pd, ci dicono, coincide con l’elezione di Veltroni a segretario, nell’autunno 2007. Ma a quel momento, tutte le caselle, da quella del segretario in giù, erano già occupate o comunque destinate ad essere spartite fra una nomenclatura già cristallizzata; tutti gli organigrammi, salvo dettagli, erano già decisi.

Da quel momento il dibattito interno al partito è sembrato (a me) l’analogo di una lite in famiglia per la gestione di una eredità; eredità consistente, fuor di metafora, nell’elettorato dei partiti di origine (Dc e Pci). In tale contesa per i beni di famiglia si sono di recente inseriti figli e nipoti, che reclamano una porzione dell’eredità di nonni e bisnonni; ma nessuno si preoccupa di lavorare per aumentare il patrimonio, che va pertanto lentamente (ma nemmeno troppo) esaurendosi. Fuor di metafora, il Pd è incapace di attrarre nuovi elettori e non riesce nemmeno a mantenere i propri.

Un processo ineluttabile? Un partito destinato all’estinzione? Forse. Ma io non posso astenermi dal sottolineare che la sinistra ha una formidabile caratteristica autolesionistica: conosce i problemi, ha al proprio interno chi li individua e indica le strade da seguire, ma quando si tratta di agire sceglie altre persone ed altre vie, quelle sbagliate. Qualche esempio.

– Fu il centrosinistra a riformare il titolo quinto della Costituzione in senso “federalista”, ma il merito di aver sollevato il tema del decentramento amministrativo viene indiscutibilmente attribuito alla Lega Nord.

Chi ha memoria, però, sa che non è così; furono gli amministratori locali emiliani, nei remoti anni ottanta, a chiedere “autonomia impositiva degli enti locali”, non per inseguire secessioni o altre amenità, ma per affermare il principio della sussidiarietà e rafforzare il legame fra istituzioni e territorio. Su tutti ricordo Renzo  Imbeni – per un decennio sindaco di Bologna – che una volta approdato al Parlamento fu emarginato e poi spedito a Bruxelles. E quando la sinistra si trovò al governo, si diede un ministero non a lui, ma a Bassolino. E ho detto Bassolino.

– L’opinione pubblica è furente per i costi della politica. Un argomento cavalcato per anni in orgogliosa solitudine da Grillo, il quale ne ha tratto un vantaggio elettorale enorme. Anche in tal caso, però, la prima frattura nella diga non va ascritta a Grillo, e nemmeno al volume “la Casta” di Rizzo e Stella (2007). I primi a individuare il problema furono Cesare Salvi e Massimo Villone (senatori Ds) con il volume “I costi della democrazia” (Feltrinelli, 2005). Il Pd avrebbe potuto fare propria questa battaglia di giustizia e moralità,  guadagnando a sé il beneficio elettorale che ha invece regalato a Grillo. Invece no: nel 2008 Salvi e Villone non vennero ricandidati e sono usciti di scena.

– Il grande traino dell’ondata grillina, si sa, risiede nel lavoro dei giornalisti d’inchiesta e di denuncia riconducibili ora alla redazione de “Il Fatto Quotidiano”. La clip settimanale di Marco Travaglio è stata per anni il richiamo principale del blog di Beppe Grillo. Le pubblicazioni sulla Mafia di Lo Bianco e Rizza, le inchieste di Lillo e di Barbacetto, le denunce di Flores d’Arcais, di Furio Colombo e di Padellaro hanno consolidato il disprezzo per la classe politica tradizionale che fa da aggregante alla massa informe dell’elettorato grillino. Ma è un filone che non esce dal nulla, perché Padellaro, Colombo e Travaglio, fino al 2007, erano l’Unità! Quotidiano che, epurati loro ad opera del dinamico duo Veltroni-De Gregorio, è precipitato nelle vendite fino a ridurle ad un terzo.

Questo per dire che se il Pd avesse il buon senso di ascoltare se stesso potrebbe essere di gran lunga il partito egemone del paese.

Ma veniamo alla recente campagna elettorale. Mi ha sbigottito vedere come quasi tutti i partiti ed i commentatori si siano lasciati risucchiare dai folkloristici argomenti usati da Berlusconi sull’Imu. Io mi sarei limitato a fare un banale considerazione quasi oleografica. Prendiamo una giovane coppia che abbia la ventura di avere qualche risparmio e condizioni per accedere ad un mutuo; e mettiamo che acquisti un normale appartamento da 200mila euro. Attingendo a informazioni reperibili in rete e facendo un paio di conti, emerge che oltre alle imposte, sulla compravendita gravano oneri notarili (rogito e accatastamento) per circa 4500 euro più iva e la provvigione per l’agenzia immobiliare, che può arrivare a 8000 euro più iva. Quindi, anche ipotizzando qualche sconto, i poverini sborsano una somma fra i 12 ed i 15mila euro solo per agenzia e notaio. A occhio e croce, conti alla mano, fanno l’equivalente di quaranta o cinquanta anni di Imu.  E vogliamo dire che l’importo medio dell’Imu sulla prima casa ammonta a 225 euro? Meno di quel che paghiamo per bollo auto e canone Rai. E allora di che parliamo? Ci prendiamo in giro? Anziché far propaganda sull’Imu, non sarebbe saggio imporre un abbattimento delle provvigioni d’agenzia che, rammento, sono stabilite con legge regionale? E non sarebbe saggio riflettere sul meccanismo medioevale che ci impone un rogito notarile per espletare la compravendita immobiliare che, ora che il catasto è interamente digitalizzato, si risolve in un doppio clic? Non potrebbe essere un ente pubblico a registrare, a costo zero per i contraenti, il passaggio di proprietà?

Archiviata questa parentesi satirica, si sarebbe potuto parlare di cose serie.

La crisi economica. In campagna elettorale sono sembrati tutti più o meno concordi nell’attribuirla alla globalizzazione, alla finanziarizzazione dell’economia e (forse) all’euro e alla Bce (per tacere dei cattivissimi tedeschi). Può darsi; ma queste cose esistono anche per paesi che stanno molto meglio di noi. L’Italia ha di suo alcune fragilità economiche specifiche. Pur non sapendo di economia, ne dico una. A partire dagli anni ottanta l’economia nazionale ha subito un eccessivo, se non forsennato, processo di terziarizzazione, con il progressivo abbandono delle produzioni industriali (perlopiù di Stato) a vantaggio di imprese dei servizi (banche, assicurazioni, telecomunicazioni, televisione, pubblicità..). Non serve essere geni dell’economia per capire che senza forti settori primario e secondario l’economia di un paese non si regge. E’ necessario quindi recuperare e rilanciare la vocazione industriale che, tutto sommato, permane. E lo si può fare ricorrendo ai capitali pubblici (l’industria di Stato, la vituperata Iri, ci portarono fuori dalla miseria del dopoguerra) e ad una detassazione selettiva. La riduzione delle imposte sul lavoro non può essere per tutti, ma può e deve essere garantita al lavoro che produce valore aggiunto. Serve una detassazione mirata al lavoro manuale, per attrarre e favorire investimenti nei settori produttivi ed invogliare i giovani a lavorare nelle fabbriche.

A chi ripudia l’idea della mano pubblica in economia, chiederei se, dovendo investire in azioni, comprerebbe Fiat o Eni, Mps o Finmeccanica. E a chi tesse (ritualmente) la lode della piccola e media impresa, faccio presente che essa vive delle commesse della grande industria che, per abbattere i costi, esternalizza al fine di beneficiare della maggior flessibilità del piccolo imprenditore.

La giustizia. Merita un (lungo) discorso; per ora (ora come allora, inteso come mercoledì scorso) soprassiedo e lo rimando al prossimo post, al prossimo incontro.


I dilemmi dei pd. 1)

marzo 7, 2013

Quale rinnovamento?