Io e il pd.

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Ho memoria del mio ultimo contatto con il Partito Democratico. Non ricordo esattamente la data, ma era ancora aperta la ferita delle elezioni del 2008, e partecipai ad un incontro con l’onorevole Gianni Cuperlo, all’epoca membro della Commissione Giustizia della Camera.

Il Fatto Quotidiano non esisteva, Travaglio era conosciuto per il “passaparola”, una clip settimanale che andava sul sito di Grillo tutti i lunedì alle 14, per le sue apparizioni ad Annozero e per i suoi libri editi da Chiarelettere. Un partito di Grillo non viveva neppure nella mente dei più fantasiosi, il segretario del pd era ancora Veltroni ed espressioni quali “semplificazione del quadro politico” e “vocazione maggioritaria” erano ancora di uso comune senza il seguito di bestemmie che si sono giustamente guadagnato.

Ricordo due cose. Cuperlo, parlando di Giustizia, citò un modo di dire sardo. Non un brocardo, non Catone, non  Calamandrei, non Zanardelli. Un proverbio sardo che più o meno dice: “che tu possa incrociare la Giustizia”; e che si usa con il significato di “ti venisse un cancro”. Ricordo che io, sommessamente, feci presente che il tema della giustizia, non della “giustizia sociale”, ma proprio quello della giustizia (cioè, per fare un esempio, processare e condannare i delinquenti) è molto sentito fra le persone, fra la gente comune. E che disinteressarsene significa allontanarsi dal mondo reale. Tanto ci credevo che poco tempo dopo inviai a Cuperlo una noticina su quelle che secondo me erano le riforme più urgenti in materia di giustizia penale (ovviamente senza avere risposta).  Feci presente che la cultura dell’illegalità diffusa nella classe dirigente, non solo nella politica, ma in tutti i settori (citai sanità, università,  grande imprenditoria..) è il tema principe della crisi nazionale.

La seconda cosa che ricordo fu un “allarme” che mi permisi di dare. “Guardate, dissi, che la base elettorale storica del pd (ex pci-ds) si sta disperdendo, per non dire sgretolando”. Sostenni che la presunzione dei dirigenti del pd di poter contare su una platea elettorale immobile, disposta ad accettare ogni cosa ed a votare quel simbolo sempre e comunque, a prescindere da qualsiasi congiuntura, posava su basi inesistenti.

Fui ascoltato con la paziente sufficienza che un grande politico riserva ai coglioni che gli tocca incontrare, nonché deriso da altro maggiorente del pd locale.

E quelle parole rimasero lì, dove le avevo pronunciate. Da allora non ho più speso un solo minuto del mio tempo per quel partito.

Ora che il pd, reduce dal suo ennesimo fallimento, si vede costretto a mendicare il consenso di decine di neoparlamentari la cui formazione ideologica non va molto oltre il Passaparola di Travaglio e le sceneggiate di Annozero, mi domando se ero il solo a pensare quelle cose.

E mi domando in che pianeta vivono le teste d’uovo del pd.

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3 Responses to Io e il pd.

  1. Francesca ha detto:

    Gradirei, in questa bella cavalcata nella memoria, tu ricordassi quella splendida sera in cui Cosolini chiuse le iscrizioni al Grande Partito con anticipo pur di non farmi iscrivere. Credo sia stata una delle cose migliori che ha fatto Cosolini….:) Francesca

  2. sandro zagatti ha detto:

    Ah sì! Fantastica serata. Si ricordano nell’ordine:
    1. Cosolini “intervistato” da Del Campo con domande di 200 parole e risposte di 10. Sullo sfondo basket (molto più interessante) e platea composta da soli dirigenti del pd locale.
    2. Famulari intenta a dibattito sull’immigrazione con presenze inferiori a sei persone.
    3. Stefan Cok alle birre.
    4. Fabio Omero con altri sei in un tavolo da cinque, onde scongiurare il rischio che qualcuno lo avvicinasse.

  3. sandro zagatti ha detto:

    Ma come andò esattamente? Dissero di aver già portato via i moduli e Cosolini garantì per il giorno dopo. E poi?

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