Cambiamo argomento

febbraio 28, 2013

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L’aveva sempre amata e continuava ad amarla. Lei, fedele, non gli negava nulla.  Lui, splendido, le regalava gioielli, crociere, pellicce, automobili. Lei, adorante, andava fiera di lui. Sembrava un idillio, una favola senza ombre, ma così non era. Chi era vicino a quella coppia sapeva. I genitori ed i fratelli, gli amici più stretti di lei, sapevano che non di ombre si trattava, ma di incubi, di mostri.

Arrivava di notte, alle ore più impensate, nei momenti più inattesi; livida, pesta, sanguinante. E scoppiava in lacrime fra le braccia dei suoi cari, raccontando convulsa le percosse, le botte, le angherie, le umiliazioni del suo “amato”.

“Denuncialo”. La esortavano, la pregavano, le ordinavano. Ma lei, niente.

Poi, un giorno, si decise; ed i Carabinieri bussarono alla porta di lui, con l’invito a comparire e l’avviso di garanzia. Uno sbotto, una bestemmia, un’invettiva. Poi, tranquillo, indossò cappotto e cappello per recarsi in caserma. E lì, beffardo, sfidò la sorte: “Io la amo, lei mi ama. Ritratterà; tornerà da me.”

E così fu. Lui la chiamò e promise affetto e doni. Lei ritrattò ed il giudice archiviò. Lei ritornò; e riprese tutto come prima: umiliazioni, insulti, percosse, violenze d’ogni tipo. Di nuovo fughe dai parenti e dagli amici, pianti, sfoghi. Altre esortazioni, altre denunce.

I Carabinieri tornarono: invito a comparire e avviso di garanzia. Ma la reazione di lui fu ancor più sprezzante “siete solo invidiosi. Le vostre mogli sono gabinetti e mi invidiate questa gran figa. Mi invidiate perché anche voi vorreste trattare così le vostre mogli ma non ne avete il coraggio, non ne siete capaci! Voi usate la vostra divisa per vendetta, per invidia, per curare la vostra frustrazione di falliti. Siete invidiosi dei miei soldi, non riuscite a dimostrare che li ho rubati e state usando le denunce di quella pazza perchè volete rovinarmi. Per invidia, per frustrazione. Ma finirà tutto in nulla, perché lei mi ama ed io la amo. Ritratterà e tornerà da me”.  Questa volta il maresciallo replicò: “la legge viene prima dell’ <amore>, come lo chiama Lei. Se la ama veramente la deve rispettare. Deve rispettare la legge e Sua moglie. Se rispetta la legge nessuno Le farà mai nulla e noi due non ci vedremo più”. “Fesserie – replicò lui – in casa mia la legge la faccio io. E se lei è sempre ritornata da me vuol dire che le sta bene così. Vedrà: questo processo finirà in nulla e voi farete ancora una volta la figura dei cretini.”

Ed ancora una volta ebbe ragione. Lui le telefonò e promise amore e doni. Lei ritrattò e il giudice archiviò, pensando fra sé: “questa storia finirà soltanto quando lei troverà qualcuno che la picchia più forte.”

Parenti ed amici di lei, sconsolati, sapendo che violenze e percosse l’avrebbero accompagnata ancora, la videro tornare là, dicendosi: “questa storia finirà solo quando lui sarà morto”.

Lei tornò e suonò il campanello. Lui aprì e sorrise: “Ti aspettavo, sapevo che saresti tornata perché nessuno ti ama e ti amerà quanto me. “ Lei alzò il viso e gli sguardi si incrociarono. Capì che tutto sarebbe continuato come prima e, con finta speranza, chiese: “me lo prometti?” “Certo, Italia.” “Grazie, Silvio.”


Io e il pd.

febbraio 27, 2013

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Ho memoria del mio ultimo contatto con il Partito Democratico. Non ricordo esattamente la data, ma era ancora aperta la ferita delle elezioni del 2008, e partecipai ad un incontro con l’onorevole Gianni Cuperlo, all’epoca membro della Commissione Giustizia della Camera.

Il Fatto Quotidiano non esisteva, Travaglio era conosciuto per il “passaparola”, una clip settimanale che andava sul sito di Grillo tutti i lunedì alle 14, per le sue apparizioni ad Annozero e per i suoi libri editi da Chiarelettere. Un partito di Grillo non viveva neppure nella mente dei più fantasiosi, il segretario del pd era ancora Veltroni ed espressioni quali “semplificazione del quadro politico” e “vocazione maggioritaria” erano ancora di uso comune senza il seguito di bestemmie che si sono giustamente guadagnato.

Ricordo due cose. Cuperlo, parlando di Giustizia, citò un modo di dire sardo. Non un brocardo, non Catone, non  Calamandrei, non Zanardelli. Un proverbio sardo che più o meno dice: “che tu possa incrociare la Giustizia”; e che si usa con il significato di “ti venisse un cancro”. Ricordo che io, sommessamente, feci presente che il tema della giustizia, non della “giustizia sociale”, ma proprio quello della giustizia (cioè, per fare un esempio, processare e condannare i delinquenti) è molto sentito fra le persone, fra la gente comune. E che disinteressarsene significa allontanarsi dal mondo reale. Tanto ci credevo che poco tempo dopo inviai a Cuperlo una noticina su quelle che secondo me erano le riforme più urgenti in materia di giustizia penale (ovviamente senza avere risposta).  Feci presente che la cultura dell’illegalità diffusa nella classe dirigente, non solo nella politica, ma in tutti i settori (citai sanità, università,  grande imprenditoria..) è il tema principe della crisi nazionale.

La seconda cosa che ricordo fu un “allarme” che mi permisi di dare. “Guardate, dissi, che la base elettorale storica del pd (ex pci-ds) si sta disperdendo, per non dire sgretolando”. Sostenni che la presunzione dei dirigenti del pd di poter contare su una platea elettorale immobile, disposta ad accettare ogni cosa ed a votare quel simbolo sempre e comunque, a prescindere da qualsiasi congiuntura, posava su basi inesistenti.

Fui ascoltato con la paziente sufficienza che un grande politico riserva ai coglioni che gli tocca incontrare, nonché deriso da altro maggiorente del pd locale.

E quelle parole rimasero lì, dove le avevo pronunciate. Da allora non ho più speso un solo minuto del mio tempo per quel partito.

Ora che il pd, reduce dal suo ennesimo fallimento, si vede costretto a mendicare il consenso di decine di neoparlamentari la cui formazione ideologica non va molto oltre il Passaparola di Travaglio e le sceneggiate di Annozero, mi domando se ero il solo a pensare quelle cose.

E mi domando in che pianeta vivono le teste d’uovo del pd.