Nichi Vendola e Bersani al 53%

novembre 28, 2012

A mio avviso le primarie del centrosinistra hanno segnato prima di tutto il grave errore di Nichi Vendola, che mai e poi mai avrebbe dovuto partecipare.

Innanzitutto va ribadito – ancora una volta – che questa tornata elettorale interna non aveva alcun profilo programmatico, non essendo affatto chiaro quali alternative politiche ed elettorali rappresentavano i candidati. Erano e sono state un gigantesco braccio di ferro fra due frazioni dell’apparato del PD, tanto che, con ripetuti lapsus, Ezio Mauro le ha definite più volte “primarie del PD”.

Quella del partito democratico è diventata una struttura di soli dirigenti e senza una vera base, nella quale, oramai, ogni iscritto ha una carica (di partito, elettiva, di nomina), o un incarico, o una responsabilità; insomma è un capo o un capetto. Questa massa di persone (piccola per essere di iscritti o militanti; enorme per essere di dirigenti) costituisce quella che Floris d’Arcais ha felicemente definito una “nomenclatura diffusa” che interpreta la politica indistintamente come missione e come mestiere, nonché come strumento di carriera all’interno del partito e/o delle istituzioni. Abbiamo visto con le primarie che in essa si sono conglomerate due fazioni in lotta per la supremazia, sia a livello locale che romano; l’avvicinarsi di un presunto successo elettorale su scala nazionale ha moltiplicato gli appetiti ed inasprito la contesa. E così, dietro alle figure di Renzi (il rampante capo dei “giovani”) e di Bersani (il rassicurante tutore dei “vecchi”) si sono misurati muscolarmente due piccoli eserciti di quadri di partito, rinforzati dalle pattuglie di amici, conoscenti e simpatizzanti. Il voto di opinione ha contato ben poco, anche perché, come ho già detto, le differenze politiche e strategiche sono sembrate assai vaghe.

Ed allora: che ci faceva Vendola in tutto questo? Nulla. Non potendo contare su un altrettanto solido apparato di fedeli, e sapendo che il suo elettorato pesa al massimo come il 20% di quello del PD, ha ottenuto il solo risultato di appannare la sua immagine di oppositore a Monti e di antagonista, mescolandosi al partito che, ricordiamolo, sostiene in parlamento l’attuale governo ed il suo orrendo programma recessivo, classista ed elitario.

Chiudo con un banalissimo calcolo. Sottraendo al totale dei voti espressi quelli ottenuti da Vendola, balza agli occhi che, se il segretario di SEL non avesse partecipato, Bersani avrebbe vinto al primo turno con il 53%. E ci saremmo risparmiati questo strazio di ballottaggio (e soprattutto di pre-balottaggio). E allora, caro Nichi, non era meglio lasciar perdere?


Andate a lavorare!

novembre 27, 2012

Non so cosa succede ora negli stadi. Ma una volta, quand’ero ragazzino e seguivo il gioco del pallone, avveniva che quando una squadra si rivelava non all’altezza della partita e subiva la supremazia avversaria davanti al proprio pubblico, dalla curva dei suoi tifosi partiva il coro “andate a lavorare!”. Sottinteso “in fabbrica”, “in fonderia”, “in miniera”.

Ecco. Davanti alla tragedia nazionale della chiusura dell’Ilva mi viene in mente la stessa cosa. Un ulteriore (sic! ulteriore!) tracollo della produzione di acciaio nazionale sarebbe un passo verso l’abisso della de-industrializzazione, della marginalizzazione economica. Qui non si tratta (solamente) di salvaguardare il posto di lavoro di cinque, dieci, ventimila operai. Si tratta di salvare l’industria nazionale. Se non vogliamo che l’Italia diventi un grande Portogallo.

E davanti a tutto ciò cosa leggo sui giornali? Che il fenomeno Renzi (il nuovo della politica italiana) si lagna per le sgradite regole del ballottaggio. E lo stanno pure a sentire.

Allora vien proprio da dirlo: “andate a lavorare!”.


Sto con Silvio!

novembre 26, 2012

Sto con Silvio, prego che si ricandidi, che rifaccia Forza Italia con gente tutta nuova.

Ha ragione a non volere che quella ridicola schiera di servi si pavoneggi nelle primarie di un partito costruito e finanziato da lui, solo da lui. Ma come si possono permettere personaggi come la Meloni o Crosetto di candidarsi alla presidenza del consiglio utilizzando un partito fatto da altri? Ma che roba è? E individui come Gasparri e La Russa, con che faccia si permettono di sostenere Alfano contro Berlusconi, loro che senza il traino elettorale di Mediaset sarebbero già scomparsi da decenni?

Viviamo nell’era dei partiti personali: Berlusconi e Forza Italia-PdL; Bossi e la Lega nord; Di Pietro e l’Italia dei Valori; Grillo e il Movimento cinque stelle; Casini e l’Udc, Fini e Fli. Quando il fondatore vince, vince il partito, quando lui tramonta, svanisce tutto. E’ troppo comodo ma soprattutto senza speranza assecondare il capo quando tutto va bene per sperare di sostituirlo nel momento del declino.

No. Logica e giustizia vogliono che Berlusconi trionfi o tramonti circondato da fedelissimi, da pretoriani disposti al martirio, come Custer a Little Big Horne.

Perché così vedremo scivolare nella pattumiera della storia l’esercito di servi saliti fraudolentemente e vilmente sulle sedie del comando.


Che trionfo?

novembre 26, 2012

Un trionfo della democrazia?

In tutta franchezza non riesco ad entusiasmarmi per la celebrazione delle elezioni primarie del centrosinistra, celebrate da taluni ed irrise da altri.

E’ vero che la grande partecipazione degli elettori è un bel segno di vitalità democratica (e taccia Grillo con le sue sparate), ma la domanda è: per cosa o contro cosa hanno votato quei tre milioni di persone? Per quale prospettiva politica e culturale? Io non l’ho capito.

Ho letto ed ascoltato Bersani, Vendola, Renzi e gli altri due ed ho sentito le consuete parole d’ordine, sempre le stesse da anni. Lavoro, questione morale, scuola ed istruzione, diritti civili, ovviamente declinate con diverse sfumature. Ma alla fin fine si è trattato di una lunga elencazione di slogan. Non ci sono più i ponderosi programmi ulivisti, ma li hanno rimpiazzati con la litania delle parole d’ordine.

In realtà queste primarie sono la versione sinistrorsa della personalizzazione della politica impressa ormai da anni dal prevalere della comunicazione sull’elaborazione contenutistica. E gli elettori hanno votato per sagome di cartone dietro le quali non vi sono idee (e non parliamo di programmi, per carità!) ma solo distinti porzioni di apparato in lotta fra loro per il controllo delle amministrazioni statali e locali.

Bersani ha dalla sua il grosso dell’apparato pd, consolidato soprattutto a livello locale da decenni di governo amministrativo degli enti locali e delle strutture pubbliche e/o parapubbliche collegate. Renzi pilota la massa degli emergenti, vogliosi di farsi largo. Il suo smaccato profilo di arrivista è il miglior ritratto del gruppo di micropotere partitico diffuso che egli guida. Il distacco dei due su Vendola misura la scarsa consistenza della sinistra estrema negli organigrammi di potere.

Purtroppo questa tornata ripropone il vizio originario del partito democratico, ovvero che esso ha scelto i suoi dirigenti prima di nascere, così precludendosi la possibilità di estendere il proprio consenso elettorale al di fuori dei bacini dei due partiti costituenti. La sfida Bersani-Renzi è di fatto un dramma edipico fra il padre ed il figlio ribelle, quando invece sarebbe stato necessario, fin dal 2007, utilizzare il partito per accogliere tutte le componenti che non avevano trovato posto nei vecchi (ed inadeguati, per stessa implicita ammissione dei loro dirigenti), contenitori: ds e margherita.