L’agenda rossa di Paolo Borsellino

luglio 19, 2012

“Agenda rossa” è la voce più cercata sul blog, oggi. E allora sono andato a rivedere i miei post passati. L’amara conclusione è che dovrei riscriverli tali e quali, oggi come nel 2008, 2009, 2010, 2011.

Cosa si sa sull’agenda rossa di Paolo Borsellino? Ricopio dai miei vecchi files.

Paolo Borsellino possedeva due agende: l’”agenda grigia”, con gli appuntamenti istituzionali (udienze, interrogatori, appuntamenti di lavoro, eccetera) e l’”agenda rossa”. Su di essa annotava appunti, idee e programmi relativi alle sue inchieste; l’agenda rossa custodiva quindi le sue verità ed i suoi sospetti sull’attentato di Capaci e probabilmente i segreti delle sue indagini che, come deducibile da tanti elementi di indagine emersi in seguito, riguardavano anche i legami di Cosa nostra con l’imprenditoria e con le istituzioni. Per questo motivo non se ne separava mai e, come ha appurato la magistratura, l’aveva con sé anche il 19 luglio 1992, quando una 126 imbottita di semtex devastò via d’Amelio uccidendo lui e gli uomini della scorta. Ma quell’agenda è scomparsa.

Nella borsa del magistrato, estratta dall’auto dopo l’esplosione di cui ricorre oggi il venennale, fu trovato tutto quello che il magistrato portava con sé, dalla batteria del cellulare alle carte di lavoro, dalle chiavi di casa al costume da bagno. Ma non l’agenda rossa.

Una foto di quel giorno emersa solamente nel 2006 ritrae un ufficiale dei Carabinieri (l’allora capitano Arcangioli, ora colonnello) mentre si allontana dall’auto blindata del magistrato appena ucciso con la sua borsa in mano. Altre immagini lo ritraggono, sempre con la borsa, a parecchie centinaia di metri dal luogo dell’attentato, ed egli stesso ammette di averla prelevata e successivamente riposta nell’auto di Borsellino dove fu finalmente sequestrata dalla Polizia. Ma sulla presenza dell’agenda al suo interno e sulla sua destinazione ha dato diverse e confuse versioni. Così come confuse sono le testimonianze rese da Giuseppe Ayala, intervenuto sul posto nell’immediatezza dell’esplosione, il quale in sostenza afferma di aver visto la borsa – ma non l’agenda – senza saper indicare con esattezza chi gliela mostrò. L’indagine non è andata oltre e la posizione dell’unico indagato Arcangioli è stata definitivamente archiviata dal gup di Palermo con una sentenza discussa ma confermata dalla Cassazione.

Tutto qua.

Ma ogni anno siamo qui a parlarne con immutata insistenza. Perché come ho già scritto oggi, dietro questo piccolo grande mistero si celano quasi certamente verità indicibili, forse mostruose, sui legami fra Cosa nostra e le istituzioni della Repubblica. Per tenere nascoste le quali perfino il Capo dello Stato è finito per inciampare nell’imbarazzante (per ora) vicenda delle telefonate con Nicola Mancino.

E allora una prece: finiamola con la fiera dell’ipocrisia. Nei palazzi del potere, nei dintorni e nelle discariche della politica vivono uomini che sanno, che erano allora in quegli stessi palazzi. A loro chiediamo di dire la verità, tutta la verità, una volta per sempre. Ma soprattutto al mondo dell’informazione chiediamo di tenere sempre viva la questione e non di sollevarla ritualmente solamente una volta all’anno. Vogliamo e dobbiamo sapere. Tutto e ora.

Arcangioli con la borsa del magistrato appena ucciso in mano


Ventennale della strage di via d’Amelio

luglio 19, 2012

Sembrerebbero due mondi diversi. Ieri, nei quotidiani, dominavano le notizie su questioni giudiziarie: intercettazioni, coinvolgimenti di politici (perfino il Capo dello Stato), processi di mafia, impugnazioni e sentenze. Oggi invece si legge di tutt’altro: di soldi. I soldi che i faccendieri della sanità lombarda passavano a Formigoni (nove milioni?); i soldi che mancano nelle casse della Regione Sicilia ma che non mancano nelle tasche dei suoi dipendenti e funzionari (un esercito); i soldi che Berlusconi ha bonificato a Dell’Utri (e a Minetti, a Mora e a una fila interminabile di persone); i soldi che i partiti hanno intascato dal 1994 ad oggi e che temono di non ricevere più; i soldi che le banche hanno truffato ai risparmiatori, piazzando derivati tossici; i soldi degli immensi capitali che le mafie riciclano nell’economia nazionale, soprattutto al nord.

Tutto questo nel ventennale della strage di via d’Amelio, dove morì, con tutta la scorta, Paolo Borsellino, l’ultimo magistrato ucciso nel nostro paese. Già, perché la magistratura ha pagato in Italia un alto tributo di sangue, ma solo fino a quel giorno. Da allora non più, e la ragione è forse che sono stati approntati strumenti più sofisticati e meno “appariscenti” per neutralizzarne l’attività.

Ma perché fu ucciso Paolo Borsellino? La risposta è l’obiettivo principale delle inchieste della procura di Palermo (ma anche di quelle di Caltanissetta e di Firenze) che puntano a squarciare il velo sulla cosiddetta trattativa fra Stato e Cosa nostra, sui mandanti occulti delle stragi del biennio 1992-93, sulle operazioni di riciclaggio che Cosa nostra conduceva all’epoca.

E’ straniante pensare a pool di magistrati e di ufficiali di polizia giudiziaria impegnati in una indagine su fatti così remoti, che dovrebbero figurare nei libri di storia anziché negli atti di un processo. Fatti che, rispetto a quello che accade ora, sembrano archeologia delinquenziale. Autori il cui profilo criminale appare quasi naif, se confrontato con quello di chi, oggi, domina la scena nazionale ed internazionale del malaffare. Non sono infatti più i tempi degli appalti stradali inquinati e gonfiati o delle speculazioni edilizie: ora le cosche mafiose sono holding sovranazionali con interessi planetari.

Eppure siamo ancora qui, a chiederci il perché di quella strage del 19 luglio 1992, e soprattutto il perché della paura che la nostra politica ha, ancora oggi, della verità su quel giorno.

La risposta, forse, viene proprio dalla lettura dei giornali di oggi, dalle notizie sul fiume di denaro che dalle tasche degli italiani finisce nelle mani di politici corrotti e loro clientele, di faccendieri e di mafiosi. Paolo Borsellino morì perché era di ostacolo. Ostacolo a un progetto politico-criminale generico e preciso a un tempo stesso: rubare.