L’intrigo

E’ un giallo mafioso in piena regola, quello che ci scorre sotto gli occhi. Il giallo mafioso senza colpevoli, senza prove, senza indizi se non uno: il morto. Come nei romanzi di Sciascia, dove per il delitto non si trova mai il vero colpevole e gli investigatori annaspano fra mille indizi, veri o fasulli, che portano a mandanti occulti e potenti, ma sempre irraggiungibili, così è per il groviglio processuale-istituzionale che coinvolge niente meno che il Capo dello Stato. E come gli intrighi e i depistaggi dei Don Mariano hanno l’effetto, nel garantir loro l’impunità, di provare l’esistenza di un potere superiore che soffoca l’inchiesta, così le alchimie giuridico-costituzionali di questi giorni ci confermano senza ombra di dubbio una cosa sopra tutte: lo Stato trattò e tratta con elementi criminali o comunque con soggetti collusi con essi.

Come spiegare, altrimenti, la tanta ansia di distruggere le ormai mitiche intercettazioni del Quirinale, nelle quali il Capo dello Stato parla con un ex ministro sospettato di avere detto il falso sulla trattativa fra boss mafiosi e funzionari dello Stato?

Non illudiamoci di leggere un giorno, fra dieci o vent’anni, una sentenza che ci spiega esattamente come andò. Chi disse cosa e a chi. Sapremo, al meglio, sedicesimi di verità. Che poco o nulla proveranno, giuridicamente, sulle responsabilità personali, le uniche che contano in un procedimento giudiziario. Ma sappiamo fin da ora che gli intrecci fra uomini di Stato e boss mafiosi sono materia che scotta, di cui gli italiani nulla devono conoscere. Forse perché oltre a quelli ci sono altri contatti, altri legami, altri misteri.

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