Le riforme strutturali

luglio 4, 2012

Sentiamo parlare da venti anni dei problemi dell’Italia che richiedono “riforme strutturali”. L’eccessivo peso dello Stato in economia (meno stato, più mercato), le pensioni di anzianità, la rigidità del mercato del lavoro, il pubblico impiego sovrabbondante.

Bene. Le privatizzazioni sono state fatte. Tutto quello che poteva essere venduto è stato venduto (o svenduto, regalato, chiuso), lo Stato si è tenuto poco o niente e soprattutto quello che nessuno avrebbe mai comprato (poste, ferrovie, cantieristica navale) o che sarebbe costato troppo (eni, finmeccanica). La precarizzazione del mercato del lavoro (flessibilità) è cosa fatta: la legge Biagi è lì e nessuno la tocca. Le pensioni di anzianità sono state spazzate via (con danni collaterali) ed ora si taglierà ancora il pubblico impiego (il cui peso si scopre essere al di sotto della media europea).
Allora ci siamo? Abbiamo risolto i problemi dell’Italia? Abbiamo fatto queste benedette riforme strutturali? D’ora in poi saremo il paese virtuoso che dovremmo essere?

Il Washington Post (che è un quotidiano conservatore e, soprattutto, NON è un organo finanziario) scrive che proprio no. Non ci siamo per niente. L’Italia non uscirà affatto dalla sua crisi perché i problemi strutturali del nostro paese non sono le pensioni, l’economia di stato e il mercato del lavoro… Bensì sono:
l’evasione fiscale;
la corruzione;
la burocratizzazione eccessiva;
la criminalità;
il nepotismo (come sineddoche della malsana formazione della classe dirigente).

Ed a ben vedere sono tutti elementi interconnessi fra loro.

Le riforme strutturali che servono al nostro paese riguardano questi aspetti e non altri. O li si affrontano per davvero, o è inutile parlare di riforme, di uscita dalla crisi e di sviluppo.