Uno scatto di dignità

giugno 22, 2012

Non meraviglia che Silvio Berlusconi abbia annunciato di voler mantenere la guida del suo movimento politico che, come tutti comprendono, è tutt’uno con la sua attività economica. Dopo vent’anni di conflitto di interessi permanente, è impossibile immaginare mediaset (e fininvest) come aziende private dotate di vita propria, svincolate dall’impegno politico del loro presidente-proprietario.

E la di lui frase sulla transitorietà del governo Monti (ovvero governo Alfano-Bersani-Casini) altro non è se non la conferma che il compito storico della “sinistra” nell’era berlusconiana è di contribuire al varo di provvedimenti impopolari, se non decisamente di destra, addomesticando la protesta sociale.

E’ stato così per il rigore finanziario di Prodi, con contestuale moderazione sindacale, nei bienni 1996-98 e 2006-08; per le privatizzazioni prodiane (le aziende iri) e dalemiane (Telecom ed Autostrade). Per tacere dell’acquiscenza del centrosinistra alla progressiva precarizzazione del mercato del lavoro. Ed è così oggi, con il taglio degli stipendi e con un innalzamento dell’età pensionabile che fa rimpiangere lo scalone di Maroni (che Prodi abolì frettolosamente).

Ora è il momento della modifica (in peggio) dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Un passaggio da tempo inseguito da Berlusconi contro il quale, nel 2003, si mobilitò il paese intero, portando in piazza milioni di persone.

Anche prescindendo da tutto quello che si doveva e poteva fare contro Berlusconi, io mi interrogo. Di fronte all’ennesima dimostrazione di essere considerati come i cani da guardia, come i cani pastori dei lavoratori, dei pensionati, dei dipendenti pubblici, è mai possibile che i dirigenti del pd (giovani e vecchi, donne e uomini, ed ds ed ex dc) non siano capaci di uno scatto di orgoglio? Non siano capaci di dire “adesso basta, queste boiate non le votiamo”?


Tutta la verità

giugno 22, 2012

Non c’è nulla di allegro nel sapere che illustri indagati chiedono aiuto agli uffici del Capo dello Stato e che magistrati inquirenti intercettano le conversazioni. Su un fatto del genere ci si può interrogare a lungo col rischio di non arrivare ad alcuna conclusione. Ma una cosa sarebbe auspicabile. Che per una volta emergesse una intercettazione nella quale il Presidente della Repupplica dice a Mancino una frase sola, semplice semplice: “Guaglio’, mo’ vai a Palermo e dici tutta la verità, ma tutta tutta”.


Vent’anni di bugie

giugno 21, 2012

A venti anni esatti dal boato di via D’Amelio, il nervo scoperto della Repubblica affiora, plasticamente, come un immaginario cavo telefonico che dai corridoi del Tribunale di Palermo arriva nel cuore della politica romana: il Quirinale.

Dalla crisi finanziaria di allora alla crisi finanziaria di oggi, la politica nazionale ha avuto fra i suoi primari compiti quello di coprire la verità sulle stragi del biennio di sangue, perché da essa sarebbe probabilmente scaturito il vero collasso del sistema di potere che governa il Paese. Non si spiegherebbero altrimenti troppe anomalie. La carriera luminosa dell’oscuro avellinese Mancino, proiettato ai massimi vertici istituzionali quando era soltanto un peone della morente democrazia cristiana; la conversione di Violante, da spietato inquisitore della politica ad acquiescente strumento della normalizzazione della magistratura; la latitanza di Provenzano, che per decenni visse beato in Sicilia, recandosi a piacimento a Roma per far visita a Ciancimino; la sconcertante conduzione del processo Borsellino uno, che mandò all’ergastolo una fila di innocenti; la tetragona inamovibilità di Dell’Utri, unico politico rimasto al fianco di Berlusconi dal ’94 ad oggi. Sono solo esempi, ma manifestamente sintomatici dell’esistenza di una verità inconfessabile che gli italiani non devono sapere, a nessun costo.

Programmi, bipolarismi, bicamerali, federalismi, riforme, sviluppo, crescita e rigore. Parole che da anni ci tirano in faccia pur di non dirci la verità. Che non può nemmeno essere la minaccia di morte per avere qualche beneficio carcerario in più. Anche questa barzelletta la vadano a raccontare a qualcun altro.