L’eterno dramma del pd (1)

Le sconfitte nelle primarie di Milano (Pisapia), di Napoli (De Magistris) e di Genova (Doria) non sono il frutto di errori occasionali, vengono da lontano.

L’elettorato di sinistra, questo grande corpo sociale indistinto e trasversale a categorie professionali, territoriali e culturali, credo che esista, o che perlomeno sia esistito. Si è formato ed è cresciuto nell’epoca democristiana (quella che qualcuno chiama bizzarramente prima repubblica) raccogliendosi attorno ai partiti tradizionali dell’epoca, Pci, Psi prima poi anche sinistra estrema, Radicali e Verdi, cementato dalla convinzione che i problemi della società italiana erano attribuibili al “malgoverno dei democristiani” (citando Moretti, ma non solo), superato il quale si sarebbe aperta una stagione di prosperità politica e sociale.

Propensi a sottovalutare i meriti di De Gasperi, di Dossetti, di La Pira, perfino di Fanfani (cosa mi tocca dire!), gli elettori di sinistra vedevano soprattutto la DC clientelare, protomafiosa, curiale, maramalda: un grumo politico da sgretolare per fare spazio al buon governo di stampo “emiliano” che avrebbe finalmente trasformato l’Italia in un paese moderno.
Questo speravano gli elettori di sinistra, dimostrandosi incapaci di vedere i mali che il grande Pci degli anni settanta e ottanta portava dentro di sé. Berlinguer, specularmente al suo omologo democristiano Moro, vedeva un’Italia inesistente, ferma agli anni cinquanta, divisa in grandi gruppi sociali immobili ed omogenei estinti o destinati all’estinzione (la classe operaia, il mondo agricolo, un vasto ceto medio privo di aspirazioni, una classe dirigente intoccabile) e ricercava l’intesa del compromesso storico proprio con quella DC che i suoi elettori tanto detestavano. La prassi amministrativa dei comunisti al governo andava sempre più assimilandosi ai metodi spregiudicati dei socialisti di quel Craxi cui si rivolse pietisticamente Occhetto (successore di Berlinguer) una volta abbandonata la via del connubio coi cattolici (si chiamava alternativa di sinistra).

Ma l’elettore di sinistra, fidando forse che si trattasse di tattica politica, continuava a credere che l’avvento della sinistra al governo avrebbe segnato una svolta epocale. L’occasione arrivò nel 1992-93, a seguito della fine della tutela atlantica sul governo del nostro paese e col tracollo del binomio DC-PSI. Ma il cadavere del fu pentapartito fu il concime politico per la nascita del fenomeno Berlusconi, che nel 1994 lasciò nuovamente la sinistra fuori della cittadella del potere.

Già qui si sarebbe dovuto capire che la classe politica di sinistra non aveva la stoffa per guidare il paese. Non solo il povero Occhetto, ma tutti quanti. Ma lo strapotere mediatico del Biscione fu l’alibi usato da quell’esercito sconfitto (anzi sbaragliato) per rigenerarsi e rivivere una seconda stagione di opposizione, non più alla DC, ma al nuovo nemico (o amico?) Silvio.

Venne poi la vittoria dell’Ulivo dell’Aprile (maiuscolo citando ancora Moretti) 1996. L’attesa sconfitta dei governi di centro o di centrodestra, per dar spazio a un governo che, per la prima volta nella storia repubblicana, avesse a pieno titolo la sinistra come componente principale. E proprio nella legislatura 1996-2001 si consuma l’esiziale dramma della sinistra. Quel lustro politico fu epifanico dei suoi mali intriseci e causa di quelli susseguenti. All’ombra della sciagurata Bicamerale, vedemmo D’Alema a braccetto con De Mita (non con Andreatta, con De Mita!), vedemmo riconfermata tutta la classe dei burocrati di Stato, vedemmo sopravvivere i servizi segreti sui quali avevamo nutrito i più atroci sospetti. Luigi Berlinguer, ministro MIUR, fece rimpiangere la Falcucci, D’Alema, presidente del consiglio (con le sue sciagurate privatizzazioni di Telecom e di Autostrade) fece rimpiangere Fanfani mentre la triade Pollastrini-Turco-Melandri azzerò in un amen tutto il credito politico che le donne si erano conquistate in anni di battaglie, dal femminismo degli anni settanta in poi.

Si riproposero, sotto altre vesti, le liturgie tipiche dell’era democristiana. Come non ricordare i sovraffollati “vertici” di maggioranza e gli elzeviri televisivi di Bertinotti?

Scoprimmo così che il sogno degli antidemocristiani era di fare i democristiani.

E capimmo che l’Italia sarebbe andata avanti come prima, se non peggio.

(continua)

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