L’eterno dramma del pd (1)

febbraio 14, 2012

Le sconfitte nelle primarie di Milano (Pisapia), di Napoli (De Magistris) e di Genova (Doria) non sono il frutto di errori occasionali, vengono da lontano.

L’elettorato di sinistra, questo grande corpo sociale indistinto e trasversale a categorie professionali, territoriali e culturali, credo che esista, o che perlomeno sia esistito. Si è formato ed è cresciuto nell’epoca democristiana (quella che qualcuno chiama bizzarramente prima repubblica) raccogliendosi attorno ai partiti tradizionali dell’epoca, Pci, Psi prima poi anche sinistra estrema, Radicali e Verdi, cementato dalla convinzione che i problemi della società italiana erano attribuibili al “malgoverno dei democristiani” (citando Moretti, ma non solo), superato il quale si sarebbe aperta una stagione di prosperità politica e sociale.

Propensi a sottovalutare i meriti di De Gasperi, di Dossetti, di La Pira, perfino di Fanfani (cosa mi tocca dire!), gli elettori di sinistra vedevano soprattutto la DC clientelare, protomafiosa, curiale, maramalda: un grumo politico da sgretolare per fare spazio al buon governo di stampo “emiliano” che avrebbe finalmente trasformato l’Italia in un paese moderno.
Questo speravano gli elettori di sinistra, dimostrandosi incapaci di vedere i mali che il grande Pci degli anni settanta e ottanta portava dentro di sé. Berlinguer, specularmente al suo omologo democristiano Moro, vedeva un’Italia inesistente, ferma agli anni cinquanta, divisa in grandi gruppi sociali immobili ed omogenei estinti o destinati all’estinzione (la classe operaia, il mondo agricolo, un vasto ceto medio privo di aspirazioni, una classe dirigente intoccabile) e ricercava l’intesa del compromesso storico proprio con quella DC che i suoi elettori tanto detestavano. La prassi amministrativa dei comunisti al governo andava sempre più assimilandosi ai metodi spregiudicati dei socialisti di quel Craxi cui si rivolse pietisticamente Occhetto (successore di Berlinguer) una volta abbandonata la via del connubio coi cattolici (si chiamava alternativa di sinistra).

Ma l’elettore di sinistra, fidando forse che si trattasse di tattica politica, continuava a credere che l’avvento della sinistra al governo avrebbe segnato una svolta epocale. L’occasione arrivò nel 1992-93, a seguito della fine della tutela atlantica sul governo del nostro paese e col tracollo del binomio DC-PSI. Ma il cadavere del fu pentapartito fu il concime politico per la nascita del fenomeno Berlusconi, che nel 1994 lasciò nuovamente la sinistra fuori della cittadella del potere.

Già qui si sarebbe dovuto capire che la classe politica di sinistra non aveva la stoffa per guidare il paese. Non solo il povero Occhetto, ma tutti quanti. Ma lo strapotere mediatico del Biscione fu l’alibi usato da quell’esercito sconfitto (anzi sbaragliato) per rigenerarsi e rivivere una seconda stagione di opposizione, non più alla DC, ma al nuovo nemico (o amico?) Silvio.

Venne poi la vittoria dell’Ulivo dell’Aprile (maiuscolo citando ancora Moretti) 1996. L’attesa sconfitta dei governi di centro o di centrodestra, per dar spazio a un governo che, per la prima volta nella storia repubblicana, avesse a pieno titolo la sinistra come componente principale. E proprio nella legislatura 1996-2001 si consuma l’esiziale dramma della sinistra. Quel lustro politico fu epifanico dei suoi mali intriseci e causa di quelli susseguenti. All’ombra della sciagurata Bicamerale, vedemmo D’Alema a braccetto con De Mita (non con Andreatta, con De Mita!), vedemmo riconfermata tutta la classe dei burocrati di Stato, vedemmo sopravvivere i servizi segreti sui quali avevamo nutrito i più atroci sospetti. Luigi Berlinguer, ministro MIUR, fece rimpiangere la Falcucci, D’Alema, presidente del consiglio (con le sue sciagurate privatizzazioni di Telecom e di Autostrade) fece rimpiangere Fanfani mentre la triade Pollastrini-Turco-Melandri azzerò in un amen tutto il credito politico che le donne si erano conquistate in anni di battaglie, dal femminismo degli anni settanta in poi.

Si riproposero, sotto altre vesti, le liturgie tipiche dell’era democristiana. Come non ricordare i sovraffollati “vertici” di maggioranza e gli elzeviri televisivi di Bertinotti?

Scoprimmo così che il sogno degli antidemocristiani era di fare i democristiani.

E capimmo che l’Italia sarebbe andata avanti come prima, se non peggio.

(continua)

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Alemanno e la neve

febbraio 6, 2012

Dice Alemanno che la paralisi della capitale è da imputarsi al mancato allarme della Protezione civile per l’eccezionale nevicata in arrivo.

Non capisco perchè sia necessario invocare la Protezione civile per un servizio che sembrerebbe di competenza del servizio metereologico, mi pare evidente che l’ottimo Alemanno, accecato dal romanocentrismo tipico degli abitanti dell’Urbe, non si è accorto che è nevicato anche altrove. Ed altre città, pur sommerse da nevicate ben più intense, se la sono cavata senza lamentele e piagnistei. A Bologna sono caduti 90 cm di neve in due giorni, eppure, salvo la chiusura delle scuole, tutto ha continuato a funzionare.

Nella foto è ben visibile il Nettuno che se la ride di Alemanno.


Stupro di gruppo e misure cautelari

febbraio 5, 2012

realismo astrattismo

Leggendo i titoli dei giornali di qualche giorno fa ed i conseguenti commenti sui social network, pareva che la Corte di cassazione avesse depenalizzato lo stupro di gruppo, aperto le celle e rimesso in libertà i branchi di violentatori seriali. Sbigottito, ho approfondito la notizia, apprendendo che si tratta di una sentenza della terza sezione della cassazione relativa ad un procedimento penale per violenza sessuale commessa a Latina da due giovani in danno di una ragazza di minore età.

Ma cosa dice la sentenza? Me la sono andata a leggere.

I due autori della presunta violenza sono stati tradotti in carcere in attesa di giudizio per effetto del terzo comma dell’art. 275 c.p.p. così come modificato dal decreto “antistupri” del 23 febbraio 2009 che ha reso inapplicabili agli indagati per reati sessuali le misure cautelari alternative alla detenzione.

Tale decreto, emanato sull’onda emotiva di un presunto allarme sociale per violenze sulle donne, stabilì appunto che all’indagato per stupro (di gruppo o no), qualora sussistano gravi indizi di colpevolezza, non possono essere applicate misure cautelari diverse dalla detenzione in carcere: o libero o in galera; al giudice per le indagini preliminari non è concessa alcuna via terza. Un principio introdotto solamente per reati sessuali e di criminalità organizzata ma non, per esempio, per altre gravi fattispecie come l’omicidio, l’estorsione, il traffico di esseri umani o di droga. E sottolineo che stiamo parlando di persone indagate, non condannate.

Nel luglio 2010 la Corte costituzionale, investita del problema in un caso di stupro (non di gruppo), dichiarò l’illegittimità costituzionale di tale disposizione, argomentando, in sostanza, che all’indagato per reati sessuali spettano gli stessi diritti di tutti gli indagati, ivi compresa la gradazione della misura cautelare in relazione alle esigenze investigative. Va ricordato infatti che le restrizioni alla libertà personale della persona sottoposta ad indagine possono essere applicate solamente in tre casi (art. 274 c.p.p.): pericolo di inquinamento probatorio, pericolo di fuga e pericolo di reiterazione del reato o di altri reati più gravi. Con la specifica che la sussistenza di tali pericoli deve essere concretamente provata dal pubblico ministero e non desunta da considerazioni astratte.

Nel caso in esame i due soggetti accusati di violenza sessuale si sono visti arrestare ed il giudice, dovendo applicare il decreto “antistupri”, non ha potuto applicare gli arresti domiciliari o l’obbligo di firma (per esempio), sentendosi obbligato a disporre la custodia cautelare in carcere. I difensori di costoro, forti della sentenza della Corte costituzionale, sono ricorsi per cassazione avverso l’ordinanza del GIP, chiedendo di applicare ai loro assistiti la disciplina desunta dalla pronuncia della Consulta, ovvero di investirla nuovamente in relazione allo stupro “di gruppo”, così come era stato fatto per lo stupro “semplice”.

La Cassazione, a mio avviso correttamente, ha ritenuto che la pronuncia della Corte costituzionale potesse essere estesa anche al caso in esame, argomentando che le tutele degli indagati devono essere le medesime per tutti, per quanto aberrante sia l’oggetto del procedimento. Questo significa semplicemente che il GIP potrà applicare agli indagati di cui stiamo parlando misure quali, ad esempio, gli arresti domiciliari. Ma è pacifico che, se condannati, costoro sconteranno la pena in carcere.

La violenza sessuale è un reato odioso, aberrante, ma la presunzione di innocenza vale anche in questo caso ed agli indagati vanno concesse le tutele che spettano a chiunque sia soggetto ad indagini. Tradurre in carcere una persona sospettata di stupro che poi dovesse rivelarsi innocente può risultare un errore giudiziario catastrofico.

Di seguito trovate la sentenza di cassazione integrale e gli articoli del codice di procedura citati.

sentenzacassazione

Art. 274.
Esigenze cautelari.
1. Le misure cautelari sono disposte:

a) quando sussistono specifiche ed inderogabili esigenze attinenti alle indagini relative ai fatti per i quali si procede, in relazione a situazioni di concreto ed attuale pericolo per l’acquisizione o la genuinità della prova, fondate su circostanze di fatto espressamente indicate nel provvedimento a pena di nullità rilevabile anche d’ufficio. Le situazioni di concreto ed attuale pericolo non possono essere individuate nel rifiuto della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato di rendere dichiarazioni né nella mancata ammissione degli addebiti;

b) quando l’imputato si è dato alla fuga o sussiste concreto pericolo che egli si dia alla fuga, sempre che il giudice ritenga che possa essere irrogata una pena superiore a due anni di reclusione;

c) quando, per specifiche modalità e circostanze del fatto e per la personalità della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato, desunta da comportamenti o atti concreti o dai suoi precedenti penali, sussiste il concreto pericolo che questi commetta gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale o diretti contro l’ordine costituzionale ovvero delitti di criminalità organizzata o della stessa specie di quello per cui si procede. Se il pericolo riguarda la commissione di delitti della stessa specie di quello per cui si procede, le misure di custodia cautelare sono disposte soltanto se trattasi di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni.

Art. 275.
Criteri di scelta delle misure.

1. Nel disporre le misure, il giudice tiene conto della specifica idoneità di ciascuna in relazione alla natura e al grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto.

1-bis. Contestualmente ad una sentenza di condanna, l’esame delle esigenze cautelari è condotto tenendo conto anche dell’esito del procedimento, delle modalità del fatto e degli elementi sopravvenuti, dai quali possa emergere che, a seguito della sentenza, risulta taluna delle esigenze indicate nell’articolo 274, comma 1, lettere b) e c). (1)

2. Ogni misura deve essere proporzionata all’entità del fatto e alla sanzione che sia stata o si ritiene possa essere irrogata.

2-bis. Non può essere disposta la misura della custodia cautelare se il giudice ritiene che con la sentenza possa essere concessa la sospensione condizionale della pena.

2-ter. Nei casi di condanna di appello le misure cautelari personali sono sempre disposte, contestualmente alla sentenza, quando, all’esito dell’esame condotto a norma del comma 1-bis, risultano sussistere esigenze cautelari previste dall’articolo 274 e la condanna riguarda uno dei delitti previsti dall’articolo 380, comma 1, e questo risulta commesso da soggetto condannato nei cinque anni precedenti per delitti della stessa indole. (2)

3. La custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata. Quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di cui all’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, nonchè in ordine ai delitti di cui agli articoli 575, 600-bis, primo comma, 600-ter, escluso il quarto comma, e 600-quinquies del codice penale (3), è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari. Le disposizioni di cui al periodo precedente si applicano anche in ordine ai delitti previsti dagli articoli 609-bis, 609-quater e 609-octies del codice penale, salvo che ricorrano le circostanze attenuanti dagli stessi contemplate. (4)

4. Non può essere disposta la custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, quando imputati siano donna incinta o madre di prole di età inferiore a tre anni con lei convivente, ovvero padre, qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole, ovvero persona che ha superato l’età di settanta anni.

4-bis. Non può essere disposta né mantenuta la custodia cautelare in carcere quando l’imputato è persona affetta da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria accertate ai sensi dell’articolo 286-bis, comma 2, ovvero da altra malattia particolarmente grave, per effetto della quale le sue condizioni di salute risultano incompatibili con lo stato di detenzione e comunque tali da non consentire adeguate cure in caso di detenzione in carcere.

4-ter. Nell’ipotesi di cui al comma 4-bis, se sussistono esigenze cautelari di eccezionale rilevanza e la custodia cautelare presso idonee strutture sanitarie penitenziarie non è possibile senza pregiudizio per la salute dell’imputato o di quella degli altri detenuti, il giudice dispone la misura degli arresti domiciliari presso un luogo di cura o di assistenza o di accoglienza. Se l’imputato è persona affetta da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria, gli arresti domicliari possono essere disposti presso le unità operative di malattie infettive ospedaliere ed universitarie o da altre unità operative prevalentemente impegnate secondo i piani regionali nell’assistenza ai casi di AIDS, ovvero presso una residenza collettiva o casa alloggio di cui all’articolo 1, comma 2, della legge 5 giugno 1990, n. 135.

4-quater. Il giudice può comunque disporre la custodia cautelare in carcere qualora il soggetto risulti imputato o sia stato sottoposto ad altra misura cautelare per uno dei delitti previsti dall’articolo 380, relativamente a fatti commessi dopo l’applicazione delle misure disposte ai sensi dei commi 4-bis e 4-ter. In tal caso il giudice dispone che l’imputato venga condotto in un istituto dotato di reparto attrezzato per la cura e l’assistenza necessarie.

4-quinquies. La custodia cautelare in carcere non può comunque essere disposta o mantenuta quando la malattia si trova in una fase così avanzata da non rispondere più, secondo le certificazioni del servizio sanitario penitenziario o esterno, ai trattamenti disponibili e alle terapie curative.

(1) Comma inserito dall’art. 16, comma 1, del D.L. 24 novembre 2000, n. 341, convertito con modificazioni nella L. 19 gennaio 2001, n. 4.
(2) Comma inserito dall’art. 14, comma 1, lett. c ) della L. 26 marzo 2001, n. 128
(3) Parole inserite dall’art. 2, comma 1, lett. a) del D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito con modificazioni, nella L. 23 aprile 2009, n. 38
(4) Periodo inserito dall’art. 2, comma 1, lett. a) del D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito con modificazioni, nella L. 23 aprile 2009, n. 38. Successivamente, la Corte costituzionale, con sentenza 7-21 luglio 2010, n. 265 (G. U n. 30 del 28 luglio 2010 – Prima serie speciale), ha dichiarato l’illegittimità del secondo e terzo periodo del presente comma, così come modificato nella parte in cui – nel prevedere che, quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di cui agli articoli 600-bis, primo comma, 609-bis e 609-quater del codice penale, è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari – non fa salva, altresì, l’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure. La stessa Corte, con sentenza 9-12 maggio 2011, n. 164 (G. U. n. 21 del 18 maggio 2011 – Prima serie speciale), ha dichiarato l’illegittimità del secondo e terzo periodo dello stesso comma, nella parte in cui – nel prevedere che, quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine al delitto di cui all’art. 575 del codice penale, è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari – non fa salva, altresì, l’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure. Infine la Corte Costituzionale, con sentenza 22 luglio 2011, n. 231, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 275, comma 3, secondo periodo nella parte in cui – nel prevedere che, quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine al delitto di cui all’articolo 74 del DPR 9 ottobre 1990, n. 309, è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari – non fa salva, altresì, l’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure.


Quote rosa e posto fisso

febbraio 2, 2012

Quando sento qualcuno esaltare la flessibilità, ovvero legittimare la precarietà, non posso far altro che chiedermi se costui è ottuso o in malafede. L’universo del lavoro dipendente è diviso in due, fra lavoratori assunti a tempo indeterminato e lavoratori precari. Aspirare a far parte della prima categoria è quasi obbligatorio, come ben sa chi ha chiesto un mutuo per comperare casa.

Ma la cosa che più mi lascia perplesso ogniqualvolta si discute di “superamento abolizione del posto fisso” è il silenzio “delle donne”. Le donne in politica, intendo, quelle che dovrebbero difendere i diritti delle donne, di tutte le donne.

Se in Italia vi è stata una qualche forma di emancipazione femminile, non lo si deve alle proteste delle femministe, ai cortei, e tanto meno alle quote rosa. Lo si deve alla conquista del posto fisso. Nell’impresa privata, nella scuola, nella pubblica amministrazione. Solo con la sicurezza del posto di lavoro a vita, e del conseguente trattamento di pensione, milioni di donne hanno potuto affrontare lo studio, il lavoro, la carriera, la maternità, il matrimonio senza dover dipendere da una qualche autorità maschile.

Non serve essere esperti di diritto del lavoro per comprendere che la precarietà colpisce proprio le donne, più vulnerabili degli uomini nella competizione per il mantenimento di un impiego perennemente a rischio.

Eppure, proprio una donna, Elsa Fornero, sembra voler imbracciare il fucile contro l’odiato posto fisso (sarebbe interessante sapere se lei ne ha uno oppure no). E così come avvenne ai tempi del varo della legge Biagi che introdusse varie forme di precarizzazione, non vedo provenire dal mondo politico femminile alcuna protesta specifica.

Ci si preoccupa invece di tuonare contro la pronuncia della Cassazione sulle misure cautelari per gli stupratori, giudicando aberrante l’ultima sentenza. Senza averla letta, come si usa di solito.