O capitano, mio capitano..

E va bene: a forza di sentir parlare di questo naufragio non ci si può sottrarre ad un commento. Del fatto in sé c’è poco da dire, ma forse lo si può utilizzare come metafora sul nostro paese. Ed io non posso che ribadire la mia diagnosi su quella che è la vera malattia dell’Italia: la diffusione dell’illegalità nella classe dirigente.

La figura del comandante che ignora bellamente le più elementari regole di navigazione, deontologiche e di condotta, in totale dispregio delle conseguenze e dei diritti altrui, è la plastica rappresentazione dell’italiano di potere, sia esso politico, imprenditore, banchiere, dirigente pubblico o privato, professionista, primario, cardinale…

La legge? Chi se ne frega. Le regole? Sono fatte per essere calpestate. Solo i coglioni le rispettano. Per farsi strada, per andare avanti, bisogna ignorarle, aggirarle, piegarle, violarle. E così che ragiona l’italiano di potere (non l’italiano in generale, si badi) per consolidata e secolare (millenaria?) tradizione.

Negli occhi di Schettino vedo specchiarsi quelli dei bancarottieri, dei corrotti, dei corruttori, dei collusi con la mafia, dei malfattori che in mille modi hanno saccheggiato le nostre vite e la nostra terra. E pensando a chi ci ha guidato e a chi ci guida non posso che inveire l’esclamazione che sarebbe dovuta riecheggiare sul ponte di comando della Costa Concordia: “che cazzo fai, idiota?”.

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