La prescrizione!

gennaio 29, 2012

Si inaugura l’anno giudiziario 2012, primo (e ultimo?) dell’era dei governi tecnici. Ed il presidente della Corte d’Appello di Milano indirizza una critica mirata e decisa alla vigente disciplina della prescrizione del reato, la cui breve durata sarebbe un “agente patogeno” e non una “garanzia per il cittadino”. Ma non mi si dica!

Se non ci fosse da piangere, dovrei ridere. Le parole del dott. Canzio sono fin troppo tiepide, di fronte ad una situazione che grida vendetta, ad uno scandalo planetario. Per comprenderlo è sufficiente documentarsi sul corso della prescrizione per i reati comuni, quelli di (apparente) piccola gravità ma che colpiscono tanti cittadini: la truffa, il furto semplice, l’appropriazione indebita, il falso, la violenza privata, la bancarotta semplice, le percosse, le lesioni personali, il maltrattamento in famiglia, l’omicidio colposo.. Perchè non ci sono solo corruzione e concussione da punire, c’è anche tanto altro.

Beh, per questa vastissima fascia di delitti il tempo necessario alla prescrizione è di sei anni (prolungabili a sette e mezzo), che decorrono dalla commissione del fatto. Considerato che la durata media di un processo, in Italia, è superiore a tale limite temporale, si comprende che, nei fatti, mai si arriva a sentenza di condanna.

E allora mettiamoci nei panni del danneggiato, della vittima, che dopo aver subito il reato, paga l’avvocato per fare la querela/denuncia, paga i periti in corso di indagini, perde tempo per le testimonianze, si costituisce parte civile e assiste ad un processo nel quale l’imputato gode di tutti i diritti, mentre lui non è ha praticamente nessuno.

Dopo anni ed anni così trascorsi, un bel giorno, si sente dire che il processo finisce lì, con un nulla di fatto, senza condanna e senza risarcimento. Ma, certo, può rivolgersi al giudice civile e ricominciare tutto da capo, questa volta a spese sue, per ulteriori sei o sette anni.

Basta questa semplice considerazione per comprendere che le parole di Canzio sono un sussurro, confrontato con la gravità di uno stato di cose macroscopicamente criminogeno. E non patogeno.

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O capitano, mio capitano..

gennaio 16, 2012

E va bene: a forza di sentir parlare di questo naufragio non ci si può sottrarre ad un commento. Del fatto in sé c’è poco da dire, ma forse lo si può utilizzare come metafora sul nostro paese. Ed io non posso che ribadire la mia diagnosi su quella che è la vera malattia dell’Italia: la diffusione dell’illegalità nella classe dirigente.

La figura del comandante che ignora bellamente le più elementari regole di navigazione, deontologiche e di condotta, in totale dispregio delle conseguenze e dei diritti altrui, è la plastica rappresentazione dell’italiano di potere, sia esso politico, imprenditore, banchiere, dirigente pubblico o privato, professionista, primario, cardinale…

La legge? Chi se ne frega. Le regole? Sono fatte per essere calpestate. Solo i coglioni le rispettano. Per farsi strada, per andare avanti, bisogna ignorarle, aggirarle, piegarle, violarle. E così che ragiona l’italiano di potere (non l’italiano in generale, si badi) per consolidata e secolare (millenaria?) tradizione.

Negli occhi di Schettino vedo specchiarsi quelli dei bancarottieri, dei corrotti, dei corruttori, dei collusi con la mafia, dei malfattori che in mille modi hanno saccheggiato le nostre vite e la nostra terra. E pensando a chi ci ha guidato e a chi ci guida non posso che inveire l’esclamazione che sarebbe dovuta riecheggiare sul ponte di comando della Costa Concordia: “che cazzo fai, idiota?”.


Poeti, santi e navigatori.

gennaio 15, 2012


Bocciati i referendum

gennaio 12, 2012

Stefano Rodotà ci ha spiegato poco fa i motivi di non ammissibilità dei due quesiti referendari: il vuoto normativo di risulta e la non reviviscenza.In sostanza abrogare per via referendaria la legge elettorale nazionale non è possibile perché in tal caso diverrebbe impossibile celebrare le elezioni dal momento che l’abrogazione di una norma non fa rivivere automaticamente quella precedente. In punto di diritto, anche se sono stato brutale, non fa una piega.

Ma ragioniamo per assurdo (e neanche poi tanto). Supponiamo che il Parlamento voti una legge elettorale secondo la quale può candidarsi al parlamento solo chi è già parlamentare in carico o un parente in linea retta. E supponiamo che un Capo dello Stato senza cervello la promulghi. Che cosa dovrebbe fare il corpo elettorale? Tenersi un tale obbrobrio senza batter ciglio per via del vuoto normativo e della non reviviscenza?

La verità è che, contrariamente a quanto si dice, l’istituto del referendum non fu voluto dai costituenti per consultare la popolazione “su grandi temi come il divorzio”, ma proprio per evitare che la “casta” parlamentare si blindasse nei palazzi del potere. Ossessionati dal ventennio fascista, i costituenti avevano orrore della democrazia diretta, e concepirono un assetto costituzionale che ponesse nelle mani del Parlamento e dei partiti tutto il potere. Consapevoli però del rischio che un siffatto sistema divenisse impermeabile alla volontà popolare, introdussero il referendum abrogativo proprio per consentire agli italiani di cancellare leggi come quella elettorale vigente, che appunto “blinda” le gerarchie politiche.

La Corte ha sicuramente seguito l’interpretazione giurisprudenziale consolidata, ma le tradizioni a volte vanno anche cambiate. Cambiare direzione è consentito anche agli ermellini.