Il male

Occupati da tempo a capire come liberarsi di B., i cervelli dei politici nazionali sembrano ora assaliti da un dilemma angoscioso: e dopo? Come la gestante che alla vigilia del parto percepisce che il difficile sarà poi, quando il figlio andrà accudito per una intera esistenza.

Abbiamo tutti una consapevolezza e un dubbio: ognuno di noi sa di chi non si fida e chi non voterà; ognuno di noi teme che nessuno meriti fiducia e che chi voterà ci deluderà. Tutti siamo consapevoli che l’attuale classe politica non è all’altezza e che i probabili rincalzi sono anche più inquietanti.

La ragione di questa sfiducia, dal mio punto di vista, è che nessuno sa o ha il coraggio di dire la verità sull’Italia, che non è tanto un paese bisognoso di riforme, di politiche di rinnovamento (di destra o di sinistra), che non ha bisogno di nuove regole e soprattutto di nuovi conflitti.

Perché questo ci propinano da decenni: l’Italia va male per colpa di qualcuno e/o di qualcosa che deve essere “riformato”. Se la sinistra ci ha raccontato per quaranta anni che la causa di tutti i mali era la Democrazia Cristiana, e Craxi ci disse che era di Dc e Pci messi insieme; dopo di loro è venuta la Lega Nord a dirci che la colpa era del sud, anzi no, di Roma Ladrona, anzi no, del centralismo. Berlusconi dava e dà la colpa ai “comunisti”, mentre tutti ora danno la colpa a lui; come corollario è germogliato un florilegio di conflitti proclamati, prodromici alle fantomatiche e salvifiche riforme: lavoratori autonomi contro lavoratori dipendenti; pubblico impiego contro operai; “garantiti” contro precari; infine l’ultima novità: giovani contro vecchi. Una corsa a trovare il nemico da combattere per “riformare” l’Italia.

In questa perenne e vuota chiacchiera il paese è andato via via affondando nella corruzione e nell’inefficienza, fenomeni generati dal male cronico del popolo italiano: l’illegalità della classe dirigente. Non solo della classe politica, di tutta la classe dirigente: grandi imprenditori, magistrati, amministratori pubblici, professionisti, universitari, primari eccetera. In Italia il livello di responsabilità sociale va di pari passo con il tasso di illegalità, con il risultato che la legge ha l’effetto opposto a quello che dovrebbe essere il suo scopo: anziché agevolare il progresso della collettività, deprime le energie migliori, soffocate da una burocrazia scientemente vessatoria, e premia chi ha la volontà e la forza di infrangerla. Basta pensare a quante volte è capitato di dire che non servono leggi nuove ma basterebbe applicare quelle che ci sono.

Il rinnovamento dell’Italia passa da una cosa sola: riaffermare il primato della legge, uguale per tutti, su quella dell’interesse particolare, personale, familiare, esercitato arbitrariamente da chi ha il compito di applicarla, di metterla in pratica. E’ un principio talmente primordiale da sembrare prepolitico: né di destra né di sinistra; ma imprescindibile se vogliamo rimanere un paese europeo.

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