Lo psicodramma

novembre 7, 2011

Non è una crisi politica, non è una congiura. E’ uno psicodramma.
Berlusconi non è né un tiranno, né un monarca, né un dittatore: è il protagonista ed il punto di riferimento del sistema politico nazionale che da oltre quindici anni ruota attorno a lui o, più esattamente, attorno alle sue aziende televisive ed editoriali.

Nell’era post-democristiana iniziata nel 1993 la politica è stata sostituita dalla propaganda, e segnatamente dalla propaganda televisiva. L’azione politica, ovvero il complesso delle attività legislative, esecutive ed amministrative è stata decisa non in base alle esigenze reali del paese ma in base a quello che si era in grado di propagandare come utile al paese, per quel tanto che riuscisse sufficiente a conservare il consenso. Ed hanno avuto spazio politico coloro che hanno potuto o saputo sopravvivere alla disinfestazione mediatico-televisiva.

I sedicenti o cosiddetti leader politici che fanno da corona a Berlusconi, siano essi di maggioranza o di opposizione, altro non sono che gli attori di una sit-com che va in scena da anni sui nostri schermi. E lo stesso vale per giornalisti e commentatori, per anchor men e vallette: tutti chiamati a recitare lo show della politica nazionale.

Solo un paese potenzialmente ricchissimo come è l’Italia poteva sostenere questa commedia così a lungo, ma adesso siamo forse arrivati al finale. O perlomeno al finale primo.
La tragedia è che B. ci lascia in eredità un ceto di figuranti capaci soltanto di recitare parti non protagoniste. Individui che senza la presenza del Cavaliere non avrebbero probabilmente avuto nulla da offrire alla politica nazionale, ma che, recitando la particina, sono succeduti a loro stessi per quasi un ventennio.

L’italiano, pensieroso, attende di capire se fra loro vi sono persone meritevoli di fiducia, ponendosi un interrogativo cui nessuno storico potrà mai rispondere: chi ci governerebbe oggi senza i decreti Berlusconi di Craxi, senza i capitomboli occhettiani, senza i servilismi finiani e casiniani, senza le compiacenze ecclesiastiche, senza i bicameralismi dalemiani, senza la delittuosa complicità leghista, senza l’imbecillità veltroniana? Insomma senza la pavidità ed il servilismo di coloro i quali oggi, impudentemente, tardivamente e vigliaccamente, si mostrano pronti a spodestare il capo per prenderne il posto?


Il male

novembre 7, 2011

Occupati da tempo a capire come liberarsi di B., i cervelli dei politici nazionali sembrano ora assaliti da un dilemma angoscioso: e dopo? Come la gestante che alla vigilia del parto percepisce che il difficile sarà poi, quando il figlio andrà accudito per una intera esistenza.

Abbiamo tutti una consapevolezza e un dubbio: ognuno di noi sa di chi non si fida e chi non voterà; ognuno di noi teme che nessuno meriti fiducia e che chi voterà ci deluderà. Tutti siamo consapevoli che l’attuale classe politica non è all’altezza e che i probabili rincalzi sono anche più inquietanti.

La ragione di questa sfiducia, dal mio punto di vista, è che nessuno sa o ha il coraggio di dire la verità sull’Italia, che non è tanto un paese bisognoso di riforme, di politiche di rinnovamento (di destra o di sinistra), che non ha bisogno di nuove regole e soprattutto di nuovi conflitti.

Perché questo ci propinano da decenni: l’Italia va male per colpa di qualcuno e/o di qualcosa che deve essere “riformato”. Se la sinistra ci ha raccontato per quaranta anni che la causa di tutti i mali era la Democrazia Cristiana, e Craxi ci disse che era di Dc e Pci messi insieme; dopo di loro è venuta la Lega Nord a dirci che la colpa era del sud, anzi no, di Roma Ladrona, anzi no, del centralismo. Berlusconi dava e dà la colpa ai “comunisti”, mentre tutti ora danno la colpa a lui; come corollario è germogliato un florilegio di conflitti proclamati, prodromici alle fantomatiche e salvifiche riforme: lavoratori autonomi contro lavoratori dipendenti; pubblico impiego contro operai; “garantiti” contro precari; infine l’ultima novità: giovani contro vecchi. Una corsa a trovare il nemico da combattere per “riformare” l’Italia.

In questa perenne e vuota chiacchiera il paese è andato via via affondando nella corruzione e nell’inefficienza, fenomeni generati dal male cronico del popolo italiano: l’illegalità della classe dirigente. Non solo della classe politica, di tutta la classe dirigente: grandi imprenditori, magistrati, amministratori pubblici, professionisti, universitari, primari eccetera. In Italia il livello di responsabilità sociale va di pari passo con il tasso di illegalità, con il risultato che la legge ha l’effetto opposto a quello che dovrebbe essere il suo scopo: anziché agevolare il progresso della collettività, deprime le energie migliori, soffocate da una burocrazia scientemente vessatoria, e premia chi ha la volontà e la forza di infrangerla. Basta pensare a quante volte è capitato di dire che non servono leggi nuove ma basterebbe applicare quelle che ci sono.

Il rinnovamento dell’Italia passa da una cosa sola: riaffermare il primato della legge, uguale per tutti, su quella dell’interesse particolare, personale, familiare, esercitato arbitrariamente da chi ha il compito di applicarla, di metterla in pratica. E’ un principio talmente primordiale da sembrare prepolitico: né di destra né di sinistra; ma imprescindibile se vogliamo rimanere un paese europeo.