Trieste, o cara..

novembre 26, 2011

 

C’è una cosa che colpisce un non triestino a Trieste: lo iato fra quello che i triestini dicono e quello che i triestini fanno per la loro “bellissima città”. Bellissima sì, senza dubbio. Ma ricordiamoci innanzitutto che gli aggettivi bello, bella, bellissimo eccetera vogliono la “e” aperta, la “e” di cinEma, per intenderci.

Detto questo, circolando per Trieste, balza agli occhi di quanto poco i triestini dimostrino di amare la loro città, in raffronto a quanto dicano di amarla. Un esempio? Qualche giorno fa sono andato al parco di Villa Revoltella, senza dubbio una delle perle di Trieste.

Cominciamo dalla zona della serra e del giardino all’italiana prospicente. Steso un velo su come sia stato possibile autorizzare l’edificazione di palazzine popolari sullo sfondo della serra stessa (ma parliamo degli anni cinquanta), stupisce l’abbandono ed il degrado delle sculture che abbelliscono (dovrebbero abbellire) il giardino. Per tacere della cronica transennatura della nicchia neoclassica.

Scendiamo alla villa vera e propria. E pure qui notiamo i sintomi dell’abbandono. Completamente distrutta la scala lignea esterna che porta al primo piano (solo recentemente, penso per ragioni di sicurezza, sono stati rimossi i gradini), vistosi i segni di sofferenza della muratura nel lato sud ed anche nel retro.

Sconcerto mi ha destato il recentissimo vandalismo che ha colpito la statua dell’autunno, fra le quattro (le quattro stagioni) che adornano il piazzale antistante la villa stessa. Al di là di tale gesto, le quattro statue denunciano una totale assenza di manutenzione e di protezione dalle intemperie che le hanno gravemente compromesse.

Passando alla zona dei gradoni che portano alla porzione dedicata ai bambini, colpisce la sorte del tratto di colonnato dell’estremità sud ovest, completamente crollato, mai ripristinato e di cui sono state asportate perfino le macerie! Il fenomeno è dovuto all’incuria. Per anni il tratto di colonnato è stato gravato da incolte piante rampicanti che ne hanno appesantito la struttura finché, due anni fa, una poderosa giornata di bora fa l’ha abbattuta senza pietà. Per evitarlo sarebbe bastato potare i rampicanti. E sorprende che nemmeno si pensi al ripristino, se perfino i resti sono stati rimossi.

Mi si dirà che mancano i fondi per manutenzione e ripristini. Forse, ma osservo che non sono mancati per una recentissima opera di pavimentazione in cubetti di porfido del tratto di viale che dal piazzale d’ingresso porta alla villa. Opera che, al di là del costo, costituisce un deturpamento della caratteristica composizione dei viali del parco, tradizionalmente ricoperti da un pietrisco misto rossastro, secondo lo stile classico dei parchi all’italiana ed all’inglese.

E neppure sono mancati fondi per sagomare a forma di uccello (di che razza non è chiaro) i bossi che presidiano il laghetto antistante la chiesetta di San Pasquale Baylon. Ed a tal proposito non si può tacere che almeno qualcosa al parco prospera: gli enormi pesci (ex)rossi del suddetto laghetto, che hanno ormai la stazza di superbranzini da grigliata.

Ultima nota per la casa del giardiniere: fra qualche tempo sarà necessario demolirla.

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Qualcosa mi sfugge

novembre 20, 2011

Berlusconi sostiene il governo Monti per sottrarsi agli strali europei, per nascondere le sue magagne giudiziarie e per non dover emanare in prima persona leggi impopolari. Passata la bufera (se passa) potrà ripresentarsi come nuovo, mondato dai processi (forse, così spera lui almeno) rigenerato da una vigorosa opposizione alla ex opposizione (la cosa che gli riesce meglio) e soprattutto potrà dire che le misure lacrime e sangue non le ha fatte lui, era contrario, le ha votate perché costretto quando invece era pronto ad abbassare le tasse per tutti. Aveva già la legge scritta nel cassetto ma gli hanno impedito di farla all’ultimo momento. Tutti d’accordo: Napolitano, Merkel, Sarkozy, Obama, Fini e Crozza.

Casini, Fini e Rutelli appoggiano Monti perché sanno che è la loro ultima speranza per sopravvivere politicamente. Alle ultime elezioni Casini ha superato lo sbarramento grazie ai voti portati da Cuffaro, il quale, la prossima volta, avrebbe qualche problema a ripetersi, stando a Regina Coeli. Fini è rimasto fino all’ultimo agganciato al tram del Cavaliere; ora che l’ha mollato una sua autonomia politica non ce l’ha. Rutelli è un rudere del centrosinistra: esiste solo come controfigura di Fini e Casini. E’ chiaro quindi che questi tre vanno a traino di Monti nella speranza che li traghetti a nuova vita: un nuovo partito di centro?

Di Pietro c’è e non c’è. Vota la fiducia ma fa il malmostoso. D’altronde con Monti si supera il governo Berlusconi-Scilipoti e non poteva certo far mancare i voti. Farà l’oppositore interno per continuare a rosicchiare voti al pd, come fa da sempre.

Vendola è ben felice di starsene fuori dal Parlamento e di non dover prendere posizione, se non a parole; idem per Grillo che può continuare a sparare a zero su tutti.

Resta il pd. Per quale motivo il pd vota la fiducia a Monti? Farà un politica di centrosinistra? No di certo, visto che ha necessità dei voti del PdL. Spunterà le armi propagandistiche del Cavaliere? Per lo stesso motivo certo che no. Porterà consensi al centrosinistra? Beh, considerato che è chiamato a mettere in atto le linee programmatiche già scritte da Tremonti e Berlusconi è molto più probabile che gliene faccia perdere.

Ora, capisco il senso di responsabilità, ma siamo sicuri che Bersani, firmando una cambiale in bianco a Monti fino al 2013 non stia facendo l’ennesima cretinata? Non sarebbe più saggio puntare diritto a una nuova coalizione da portare al voto adesso? La più grande che si può, anche con un programma minimo, anche a tempo. Due-tre anni per ripristinare i fondamentali: controllo dei conti, pluralismo televisivo, lotta all’evasione, abbattimento dei costi della politica, abolizione (una buona volta) delle leggi vergogna, efficienza della macchina statale. Non servono grandi riforme, basta poco. Con la classe politica che abbiamo ci accontentiamo di poche cose, pure semplici da fare.


CarO BersanO

novembre 14, 2011

CarO BersanO.

Il senso di responsabilità. Ok. Pensiamo a salvare il paese. Va bene. Serve unità per evitare il baratro. E siamo d’accordo.

Ma devo dirtelo io che per la quarta volta (o quinta, ho perso il conto) il Pds-Ds-Pd si accinge a sostenere politiche di rigore (e di destra) offrendo il fianco alla propaganda populista della destra delinquenziale che ci ha depredato? Devo dirlo io che non serve fare sforzi di risanamento se contemporaneamente non si eliminano le cause del dissesto, ovvero se non si previene la possibilità che chi ci ha distrutto ritorni al potere subito dopo? Devo dirlo io che chiedere sacrifici per il bene del paese e poi rincorrere il consenso di chi i sacrifici non li ha mai fatti farebbe anche un pochino incazzare?

Vorrei farti notare che se il governo Monti, oltre a chiedere sacrifici, non smantellerà la macchina propagandistica nota come Mediaset, fra un paio d’anni saremo punto e daccapo.


La Riforma

novembre 14, 2011

Una grande riforma Berlusconi l’ha fatta, ed è stata una riforma “condivisa”, come si conviene dire in questa epoca malata, nel linguaggio e nella sostanza.

I Parlamenti dell’era berlusconiana hanno prodotto la riforma del diritto penale, nel senso che lo hanno annientato. Il tratto più evidente del passaggio da quella che viene chiamata impropriamente prima repubblica alla cosiddetta seconda, è nel degrado dell’efficacia della giurisdizione penale a tutti i livelli. Una plastica dimostrazione ci è stata offerta dal raffronto fra le immagini “delle monetine dell’hotel Raphael” con quelle della festa per le dimissioni di B., con contorno di commento esecrante per l’indignazione di allora e per le possibili somiglianze di oggi. Taccio dei raffronti con lo scempio di Piazzale Loreto; taccio per pudore, per pietà per i defunti . Ma soffoco a fatica lo sdegno verso chi assimila il vilipendio di un cadavere fucilato ad una legittima protesta contro la protervia del potere.

Nel 1993 sapere di un ex presidente del consiglio raggiunto da avvisi di garanzia, di un partito coinvolto in affari poco puliti, suscitava la protesta popolare. Oggi non fa neppure notizia. Come non fa notizia sapere che grandi gruppi industriali e finanziari sono accusati di gigantesche frodi fiscali, che i reati ambientali sono stati di fatto depenalizzati, che le mafie stanno divorando l’economia nazionale, che tutti noi italiani agiamo quotidianamente da riciclatori inconsapevoli, ogniqualvolta acquistiamo da esercenti dietro cui si nascondono le organizzazioni criminali o ordiniamo una pizza in un locale controllato da una qualche cosca. Non fa notizia sapere che il Parlamento nazionale ha una percentuale di indagati/imputati/condannati che non ha paragone in alcun altro consesso diverso da un carcere, e che, peraltro, la reclusione è diventato un fenomeno che riguarda solo i delinquenti di strada.

Non fa notizia un ministro rinviato a giudizio per mafia, un senatore condannato per mafia; non fa notizia un’indagine di mafia che investe alti graduati dei Carabinieri. Non fa notizia un generale dell’Arma condannato per traffico di stupefacenti, né vedere dirigenti di Polizia condannati per violenze ed abusi su giovani inermi progredire nella carriera. Non fa notizia sapere che uno stesso tribunale può emettere due sentenze sullo stesso fatto con dispositivi opposti.

L’Italia si è abituata alla totale incertezza del diritto, si è rassegnata a convivere con il crimine nelle posizioni apicali di potere. E nessuno ha il coraggio e l’onestà di ammettere che la crisi economica è conseguenza principalmente di questo fatto, giacché non si comprende come possa funzionare un “sistema paese” (altra bella trovata retorica) nel quale chi deve applicare la legge viene selezionato in base alla spregiudicatezza nel violarla.

E’ questa l’eredità di B. Che ci teniamo e ci terremo a lungo. Sempre che non si possa continuare a fare ancora di peggio.


Serve un bignami di storia recente?

novembre 14, 2011

Secondo me l’incubo non è finito, e sinceramente non capisco i toni usati dalla stampa antiberlusconiana in questi giorni. Che la nostra classe politica sia pessima è noto, ed anche imprenditoria e magistratura (giusto per fare un paio di esempi) lasciano molto a desiderare. Ma non si parla mai abbastanza della mediocrità del giornalismo nazionale.

Pesco a caso da quello che sento, leggo e vedo. In una recente puntata di “in onda” Gianni Alemanno ha potuto affermare impunemente che “le uniche riforme sono state fatte dal centrodestra, il centrosinistra ha solo abolito quelle fatte da noi”, senza che Telese e Porro rimarcassero l’enormità di tale affermazione.

Ma ancora più sconcertante è stata la ricostruzione dell’era berlusconiana operata chez Mentana da due punte di diamante del giornalismo come Giannini e Cazzullo. Queste tre firme, note come antiberlusconiane (seppure con diverse sfumature), hanno impiegato quasi due ore di trasmissione per rievocare videomessaggi e aneddoti politico-parlamentari, concludendo che Berlusconi è caduto perché “non ha fatto la rivoluzione liberale” e che, anzi, in fondo, “non ha fatto niente per l’Italia” deludendo i suoi stessi elettori.

Ma dove vivono costoro? Non ha fatto niente?

A nessuno viene in mente di raccontarci quanto invece Berlusconi ha fatto contro l’Italia, contro tutti noi, pur di preservare e perpetrare il potere suo e di chi gli ruota attorno, e di quanto tempo servirà per ripulire l’Italia dalle incrostazioni che ci lascia in eredità questo signore. Ammesso che non sia in grado di ritornare presto a determinare la politica nazionale, cosa tutt’altro che esclusa.

Qualcuno spieghi a Telese che per esempio la riforma del titolo V (buona o brutta che sia) non l’ha fatta Alemanno. Qualcuno ricordi a costoro la riforma della costituzione nota come “devolution di Bossi”, che impegnò il parlamento per tutta la legislatura 2001-2005 e che Forza Italia e Alleanza nazionale votarono per compiacere e tacitare la Lega Nord, preparandosi ad affossarla con un referendum nel quale diedero indicazioni ai rispettivi elettorati per la bocciatura. Operazioni queste che pesano enormemente sulla vita politica nazionale ma che i giornalisti nostrani, impegnati a rincorrere il pettegolezzo da Transatlantico, sembrano ignorare.

Se da qualche parte è rimasto qualcuno con un po’ di memoria e di buon senso, si faccia sentire.


La melma

novembre 10, 2011

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Era il sogno di Veltroni, forse lo realizzerà il grande nemico D’Alema: un governo Berlusconi-Pd.

Guardando retrospettivamente le elezioni del 2008 e la scellerata decisione del vertice del Pd di allora di “correre da solo”, non si può che giungere ad una conclusione. Vincere era impossibile, e la rottura con la sinistra arcobaleno non poteva essere realmente motivata dalle divergenze programmatiche; la sconfitta elettorale era certa e quando si sta all’opposizione non servono programmi comuni. No, l’obiettivo di Veltroni era il pareggio elettorale (al Senato) e la conseguente necessità di varare il governo delle larghe intese con il PdL; quello che, secondo alcuni, doveva essere fatto all’indomani del pareggio del 2006.

Ora, dopo tre disastrosi anni di governo Berlusconi, ci siamo. Confluiranno in una nuova maggioranza il Pd, il Terzo Polo e una fetta di PdL. A occhio, guardandoli da lontano, gli ex comunisti, gli ex democristiani, gli ex socialisti e gli ex missini; col microscopio si potrebbero trovare anche gli ex partiti laici dei “gloriosi” pentapartiti craxiani. Praticamente tutto l’arco parlamentare pre-tangentopoli si ritrova sotto l’ala del “tecnico” Monti.

Cosa riuscirà a fare questa maggioranza resta un mistero, ma è triste vedere i dirigenti del pd sgomitare per correre fra le braccia di Gianni Letta e di Nitto Palma.

Se in Italia prevalesse il voto di opinione, e non il voto clientelare e di schieramento, questo governo segnerebbe forse la fine definitiva dei principali partiti ora sulla scena. Ma così non è, e assisteremo probabilmente all’ennesima prova di trasformismo politico. L’emergenza economica, i diktat dei banchieri, le “richieste dell’Europa” e l’esigenza di “rassicurare i mercati” faranno da velo all’ulteriore scivolamento della politica nazionale nella melma di immoralità cui ormai gli italiani sembrano rassegnati.

Mario Monti è sicuramente una persona più che degna, come lo era ed è Carlo Azeglio Ciampi. Ma anch’egli, lo ricordiamo bene, fu costretto ad accettare Emilio Colombo come ministro degli esteri del suo governo. Chi sarà il Colombo di Monti? Lo sapremo presto e ci faremo un’idea di quello che ci aspetta.


La nemesi

novembre 9, 2011

In queste ore si dispiega sotto i nostri occhi quanto la retorica propagandistica possa risultare fallace. L’esaltazione della figura dell’imprenditore in politica, il quale, al contrario del politico di professione, sa gestire un paese come fosse un’azienda e quindi renderla efficiente, è il principale degli assiomi propagandistici che ci risuonano nelle orecchie da quasi vent’anni. Ora sappiamo cosa effettivamente sanno fare gli imprenditori in politica, anche se i più attenti ne erano ben consci guardando alcuni precedenti minori.

L’immagine del Grande Imprenditore di Successo cacciato dai palazzi della politica per far posto ad un piccolo esercito di ragionieri impegnati a far quadrare i conti dissestati, è la nemesi più limpida di questo passaggio storico.

Pensando a Monti, sembra di vedere il funzionario della banca creditrice, che scuoteva il capo ad ogni richiesta di fido, andare a prender posto nell’ufficio del “cumenda” in bancarotta per cercare di salvare il credito del suo istituto liquidando le proprietà rimaste.

Rifletto e mi sovvengono tutte le verità rivelate che ci hanno sommerso negli ultimi anni: la sequela di slogan che hanno innervato la politica italiana portandoci dove siamo. Mi ritengo fortunato per aver trascorso un breve lasso della mia età della ragione in un’era in cui era ancora lecito e possibile riflettere, discutere, argomentare. E penso poi con orrore che vivo in un paese ormai abitato da generazioni di persone più giovani di me che pensano che la vita pubblica sia questo: affermare principi apodittici riassumibili in una frase di non più di venti parole, attingendo ad un vocabolario più ristretto possibile.

Aiuto.