La distruzione dello Stato.

ottobre 25, 2011

Contrariamente a quello che si legge e si crede, il progetto politico dell’attuale maggioranza di governo sta per arrivare a compimento.

Come ogni coalizione, anche questa è definibile in base ai tratti comuni a tutte le sue componenti, che sono quattro: il nucleo originario di Forza Italia, il gruppo degli ex membri di Alleanza Nazionale, la Lega Nord, i parlamentari avventizi comprati da Berlusconi con cariche, favori o prebende.

Volendo inquadrare politicamente e programmaticamente queste quattro componenti, fatichiamo a trovare elementi comuni. Il proclamato liberismo di Forza Italia contrasta con il mai rinnegato statalismo che era di AN e che è servito come pretesto per non fare le riforme che venivano proclamate. Il dirigismo semiautoritario di Berlusconi è del tutto incompatibile con le sbandierate foghe autonomiste della Lega, che peraltro ha sempre accettato la farsa di riforme federalistiche promesse e mai attuate. Le pulsioni repressivo-legalitarie dei post fascisti e dei leghisti si sono sempre infrante contro il lassismo criminogeno del partito degli indagati, dei post craxisti, dei faccendieri.

Anche l’analisi più sommaria evidenzia come non vi sia mai stata coerenza politica in chi ci ha governato negli ultimi decenni, sia che fosse maggioranza, sia che stesse all’opposizione, dal momento che la principale preoccupazione del cosiddetto centrosinistra era inseguire l’elettorato di centrodestra assecondandone le pulsioni con politiche sbagliate e suicide. E tuttavia questo grumo politico ha mostrato di avere un collante più forte delle divisioni interne. Il denominatore comune, il tratto condiviso dalle forze di maggioranza è facile da individuare: il disprezzo per lo Stato. Non inteso come corpo unico, ma come articolazione di istituti ciascuno dei quali aveva, ha avuto ed ha un nemico giurato nel governo. Un governo che ha scientificamente usato lo Stato contro lo Stato, al fine di minarne l’esistenza stessa.
Non vi è istituzione pubblica che non sia finita nel mirino della maggioranza, e la nemesi pratica di questo dato è l’odio esacerbato che il governo ha mostrato nei confronti dei dipendenti statali, additati e trattati come parassiti, sebbene ne abbia fatto strumento della propria azione.

Se è ben noto l’accanimento di B. verso la magistratura e verso la Rai, tutte le amministrazioni centrali sono state il bersaglio della Lega. Gli ultimi anni hanno visto la scuola e l’università oggetto di una sistematica opera di distruzione, mentre le forze dell’ordine toccano con mano quanto fosse ipocrita l’accusa al governo Prodi di averle trascurate. La Sanità subisce un lento ed inesorabile processo di privatizzazione (sul modello lombardo) che va a scapito delle classi deboli e dei servizi essenziali. La Lega Nord ha combattuto una lunga e sommessa battaglia contro le Prefetture e le Questure, descritte come covi di meridionali dediti a sabotare la lotta di emancipazione del popolo padano. Recentemente la mira si è spostata contro gli stessi enti locali, descritti come inutili (province) o spreconi (comuni). Salve le regioni che sono state elevate ad alvei di casta. Non parliamo dell’Agenzia delle Entrate, della Guardia di Finanza, strutture oppressive della celebrata figura dell’”imprenditore”, soggetto glorificato in quanto tale, a prescindere da qualsiasi valutazione di qualità, economica, intellettuale, morale.

E proprio la mitizzazione dell’”imprenditore” (sia esso il capo del governo, o il piccolo artigiano che “alza la saracinesca ogni mattina”) è il paradigma del sentimento antistatale del pensiero unico di governo. Come se l’imprenditore, per lavorare, per vivere, per arricchirsi, non si servisse delle strade statali, delle poste statali e di tutti i servizi statali che rendono possibile il funzionamento della società. Il dogma dell’imprenditore prestato alla politica, che subentra al politico di mestiere, descritto come cascame dello statalismo democristiano (rectius: cattocomunista) ha innervato la politica italiana dal 1993 ad oggi. Il progetto di privatizzare i servizi pubblici, in nome di una mai dimostrata migliore efficienza dei monopoli privati rispetto a quelli pubblici, è il fine di questo dissennato processo, che gli italiani hanno mostrato di voler ostacolare con la vittoria dei referendum della scorsa primavera, ma che il governo persevera a voler realizzare.

Il risultato di tutto ciò è appunto il lento, inesorabile, degrado dello Stato, inteso come insieme di istituzioni indispensabili al vivere comune. Lo spettro della sua bancarotta è la logica conseguenza di questo spirito.

La mortificante vicenda di Alitalia, il decadimento culturale ed il dissesto economico della Rai sono plastiche rappresentazioni di un cedimento più generale. Carabinieri appiedati, magistrati senza fotocopiatrici, docenti sottoproletarizzati, istituti di ricerca mortificati, università immiserite. E’ questo che, implicitamente, voleva ed ha ottenuto la maggioranza parlamentare che ci governa. E non stupisce, sol che si pensi che la comandano un signore che ha sempre dichiarato di detestare l’Italia ed un altro che non esitò ad ospitare un mafioso nella propria residenza; non vi è organizzazione più antistatale, più antiitaliana della mafia.

La trasformazione del Parlamento in un miserabile luogo di mercanteggiamenti inconfessabili (ed illegali) ci dà la misura del disprezzo della funzione statale. Si è spesso detto che B. avrebbe distrutto la democrazia. C’è del vero ma non lo trovo del tutto esatto. B. ha usato gli strumenti della democrazia per distruggere lo Stato.