Giusto e breve? Magari.

Le opposizioni gridano allo scandalo. La maggioranza sta procedendo a tappe forzate nel varo della legge sul cosiddetto “processo breve” che, come tutti sanno, significa in realtà “processo morto”. Ovvero, quando la legge sarà in vigore, diverrà quasi impossibile celebrare processi penali e buona parte di quelli in corso (anche per reati gravissimi) cadranno sotto la mannaia di questa nuova nozione di “prescrizione del processo”. Come se non bastasse, a garantire l’impunità a fior di delinquenti, la prescrizione brevissima dei reati introdotta con la legge ex Cirielli.

E’ vero, è uno scandalo; ma è uno scandalo che viene da lontano, e non coinvolge solamente i partiti che ora fanno parte della maggioranza.

Torniamo al 1997 quando, con il centrosinistra al governo, il Parlamento votò a larga maggioranza la riforma dell’articolo 111 della Costituzione, detto ora (con sinistra comicità) “giusto processo”. Ecco il testo dell’art. 111 prima e dopo la riforma.


Art. 111 (vecchio).

Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati.
Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in cassazione per violazione di legge. Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra.
Contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è ammesso per i soli motivi inerenti alla giurisdizione.

Art. 111. (nuovo)

La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge.

Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata.

Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico; disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa; abbia la facoltà, davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore; sia assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo.

Il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova. La colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all’interrogatorio da parte dell’imputato o del suo difensore.
La legge regola i casi in cui la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio per consenso dell’imputato o per accertata impossibilità di natura oggettiva o per effetto di provata condotta illecita.

Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati.

Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge.
Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra.
Contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è ammesso per i soli motivi inerenti alla giurisdizione.

Come si vede la riforma ha introdotto una serie di garanzie a tutela dell’accusato che, a mio modestissimo parere, avrebbero trovato naturale accoglimento nel codice di procedura penale e non nella Carta costituzionale. Alcuni maligni sostengono che la modifica fu tenacemente voluta per impedire ai Tribunali di processare i politici coinvolti in tangentopoli ed in altre indagini che riguardavano figure di primo piano. Ma sono solo maldicenze.

Una cosa, però, mi sento di dire. Già che si metteva mano ad una riforma in tal senso, a me sarebbe venuto in mente di aggiungere all’art. 111 anche un capoverso di questo tipo:

Il processo assicura un equo risarcimento alla persona offesa dal reato.

Oppure, a voler essere più blandi,

La legge assicura un equo risarcimento alla persona offesa dal reato.

Infatti, se ci si preoccupa tanto dei diritti dell’accusato, già che ci si è, si potrebbe dedicare una postilla anche alla vittima. Non costava niente dirlo e, sinceramente, come si fa a non essere d’accordo con un principio del genere?

Mi si potrebbe dire che una tale norma è già prevista dall’ordinamento; sta scritta nell’art. 185 del codice penale:


Art. 185.

Restituzioni e risarcimento del danno.
Ogni reato obbliga alle restituzioni a norma delle leggi civili.
Ogni reato, che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che, a norma delle leggi civili, debbono rispondere per il fatto di lui.

Il fatto è che le leggi sono ordinate gerarchicamente, e le norme ordinarie (gli articoli del codice penale lo sono) soccombono davanti ai precetti costituzionali. Ne consegue che nel processo penale i diritti dell’accusato garantiti dall’art. 111 prevalgono sui diritti della persona offesa, che la Costituzione ignora.

Già questo mi pare una grossa ingiustizia. Ma veniamo all’oggi. Cosa c’entra questo discorso con il processo breve?

Come si sa, la norma che sta per essere varata assicura la “prescrizione del processo” e quindi l’estinzione del reato una volta trascorso un dato tempo. La persona offesa, quindi, dopo aver subito la vessazione di un lungo iter processuale (la legge parlerebbe di sei anni che, sommati ai tempi dell’indagine preliminare, sono pur sempre una discreta durata) si vede beffata dalla prescrizione del procedimento e deve rinunciare alla propria pretesa di giustizia e di risarcimento. Per tacere dei denari che ha eventualmente speso per costituirsi parte civile.

Ora rifletto: se nell’articolo 111 della Costituzione fosse stato inserito il capoverso che ho suggerito, che ne sarebbe della legge sul processo breve? A occhio, a occhio di profano, direi che sarebbe risultata manifestamente incostituzionale, in quanto avrebbe violato il precetto a tutela della persona offesa.

Ma a quel capoverso, ai diritti della vittima del reato, nessuno pensò. Come nessuno continua a pensare ora. Di fatto i nostri parlamentari, di destra, di sinistra e di centro, sono talmente abituati ad essere essi stessi indagati/imputati o comunque a frequentare indagati/imputati, che del processo penale vedono solo una parte, quella del reo. E ne parlano come se l’esercizio della giurisdizione fosse una questione privata fra magistrati ed imputati. Lo si coglie anche nel linguaggio politico-giuridico (ovvero quello dei politici che parlano di giustizia penale), ove la parola “cittadino” assume automaticamente la funzione di sinonimo di “imputato”; mai che si parli del cittadino “vittima”. Non solo. Quando si parla di eccessiva durata dei processi, i politici la trattano come di un torto esclusivamente nei confronti dell’imputato. Che sì ha diritto ad un processo di ragionevole durata, ma tale diritto dovrebbe valere a maggior ragione per il danneggiato, che dal procedimento attende un legittimo risarcimento. Ma niente: il danneggiato non esiste: paga l’avvocato, assiste, subisce, ed alla fine si vede deridere dal colpevole che la fa franca con la prescrizione (del reato o del processo).

Ecco allora perché lo strepito delle attuali opposizioni mi suscita profonda indignazione. Potevano pensarci prima. Invece di rincorrere le esigenze processuali “del leader dell’opposizione” o “del premier voluto dagli italiani” (a seconda delle legislature), ovvero dei vari politici sotto processo per tangenti, potevano continuare a pensare alla Costituzione come la carta fondamentale a tutela della collettività, di tutti.

E taccio – per ora – di tutte le altre leggi votate dal Parlamento (spesso con maggioranze bipartisan) a tutela esclusiva degli indagati/imputati/condannati. L’elenco è più lungo di quello che si pensi: legge sui pentiti (a tutela dei boss e dei politici collusi con la mafia); indagini difensive (per agevolare i falsi testimoni); patteggiamento allargato (patteggiamento esteso a reati gravi, ed il patteggiamento preclude la costituzione di parte civile della persona offesa e quindi il suo risarcimento); legge Boato-Simeone (sulle pene alternative al carcere che vengono concesse a chiunque); legge Valentino (sulla revisione processuale); indulto 2006 (che condona interamente o riduce le pene a tutti, indiscriminatamente); legge Cirielli (che accorcia la prescrizione); legge sull’evasione fiscale (che fissa una soglia economica al di sotto della quale l’evasione non è reato penale); legge sulle rogatorie internazionali (che le avrebbe rese impossibili, se non fosse intervenuta la corte europea); depenalizzazione del falso in bilancio (che consente agli imprenditori di fare quello che vogliono); concordato preventivo (un regalo ai bancarottieri). E cito a memoria le prime che mi sovvengono.

Se gli italiani che sono stati vittime di reati si rivolgessero in massa alla Corte europea per i diritti dell’uomo, lamentando l’incapacità dello Stato italiano di assicurar loro la giustizia e chiedendo adeguato risarcimento, la bancarotta dell’Italia sarebbe assicurata.

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One Response to Giusto e breve? Magari.

  1. sandro ha detto:

    illuminante

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