Indagini difensive. Libro V, titolo VI bis c.p.p. e L. 397/2000

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Il caso Ruby riporta (dovrebbe riportare) alla nostra attenzione una delle peggiori leggi in materia di procedura penale varata in anni recenti: quella sulle indagini difensive.

La sua principale finalità è quella di consentire ai difensori delle parti private coinvolte in un procedimento penale di assumere informazioni da testimoni trascurati dall’autorità giudiziaria requirente. Ispirato a principi di “garantismo” è la classica legge pensata per un mondo perfetto, nel quale gli avvocati difensori hanno a cuore l’accertamento della verità e non la tutela ad ogni costo del loro assistito ed il conseguente onorario.

In pratica, invece, si tratta di un modo per far confluire nell’indagine penale il ricorso ai testimoni falsi che, come documentato da una recente inchiesta del corsera, è prassi consolidata nel processo civile.
Ricopio l’articolo che prevede e regola l’interrogatorio del testimone da parte del difensore.

La materia è disciplinata dal titolo VI bis del Libro V del codice di procedura penale ed il testo della legge è reperibile qui:

http://www.parlamento.it/parlam/leggi/00397l.htm

http://www.penale.it/legislaz/l_7_12_00_397.htm


Art. 391-bis.
Colloquio, ricezione di dichiarazioni e assunzione di informazioni da parte del difensore.

1. Salve le incompatibilità previste dall’articolo 197, comma 1, lettere c) e d), per acquisire notizie il difensore, il sostituto, gli investigatori privati autorizzati o i consulenti tecnici possono conferire con le persone in grado di riferire circostanze utili ai fini dell’attività investigativa. In questo caso, l’acquisizione delle notizie avviene attraverso un colloquio non documentato.

2. Il difensore o il sostituto possono inoltre chiedere alle persone di cui al comma 1 una dichiarazione scritta ovvero di rendere informazioni da documentare secondo le modalità previste dall’articolo 391-ter.

3. In ogni caso, il difensore, il sostituto, gli investigatori privati autorizzati o i consulenti tecnici avvertono le persone indicate nel comma 1:

a) della propria qualità e dello scopo del colloquio;

b) se intendono semplicemente conferire ovvero ricevere dichiarazioni o assumere informazioni indicando, in tal caso, le modalità e la forma di documentazione;

c) dell’obbligo di dichiarare se sono sottoposte ad indagini o imputate nello stesso procedimento, in un procedimento connesso o per un reato collegato;

d) della facoltà di non rispondere o di non rendere la dichiarazione;

e) del divieto di rivelare le domande eventualmente formulate dalla polizia giudiziaria o dal pubblico ministero e le risposte date;

f) delle responsabilità penali conseguenti alla falsa dichiarazione.

4. Alle persone già sentite dalla polizia giudiziaria o dal pubblico ministero non possono essere richieste notizie sulle domande formulate o sulle risposte date.

5. Per conferire, ricevere dichiarazioni o assumere informazioni da una persona sottoposta ad indagini o imputata nello stesso procedimento, in un procedimento connesso o per un reato collegato, è dato avviso, almeno ventiquattro ore prima, al suo difensore la cui presenza è necessaria. Se la persona è priva di difensore, il giudice, su richiesta del difensore che procede alle investigazioni, dispone la nomina di un difensore di ufficio ai sensi dell’articolo 97.

6. Le dichiarazioni ricevute e le informazioni assunte in violazione di una delle disposizioni di cui ai commi precedenti non possono essere utilizzate. La violazione di tali disposizioni costituisce illecito disciplinare ed è comunicata dal giudice che procede all’organo titolare del potere disciplinare.

7. Per conferire, ricevere dichiarazioni o assumere informazioni da persona detenuta, il difensore deve munirsi di specifica autorizzazione del giudice che procede nei confronti della stessa, sentiti il suo difensore ed il pubblico ministero. Prima dell’esercizio dell’azione penale l’autorizzazione è data dal giudice per le indagini preliminari. Durante l’esecuzione della pena provvede il magistrato di sorveglianza.

8. All’assunzione di informazioni non possono assistere la persona sottoposta alle indagini, la persona offesa e le altre parti private.

9. Il difensore o il sostituto interrompono l’assunzione di informazioni da parte della persona non imputata ovvero della persona non sottoposta ad indagini, qualora essa renda dichiarazioni dalle quali emergano indizi di reità a suo carico. Le precedenti dichiarazioni non possono essere utilizzate contro la persona che le ha rese.

10. Quando la persona in grado di riferire circostanze utili ai fini dell’attività investigativa abbia esercitato la facoltà di cui alla lettera d) del comma 3, il pubblico ministero, su richiesta del difensore, ne dispone l’audizione che fissa entro sette giorni dalla richiesta medesima. Tale disposizione non si applica nei confronti delle persone sottoposte ad indagini o imputate nello stesso procedimento e nei confronti delle persone sottoposte ad indagini o imputate in un diverso procedimento nelle ipotesi previste dall’articolo 10. L’audizione si svolge alla presenza del difensore che per primo formula le domande. Anche con riferimento alle informazioni richieste dal difensore si applicano le disposizioni dell’articolo 362.

11. Il difensore, in alternativa all’audizione di cui al comma 10, può chiedere che si proceda con incidente probatorio all’assunzione della testimonianza o all’esame della persona che abbia esercitato la facoltà di cui alla lettera d) del comma 3, anche al di fuori delle ipotesi previste dall’articolo 392, comma 1.

Questa disposizione consente appunto al difensore (dell’indagato o della parte offesa) di sostituirsi alla Polizia Giudiziaria per interrogare persone informate sui fatti, ma, come chiunque può comprendere, presenta alcuni palesi vizi ontologici.

A differenza della Polizia e del Pubblico Ministero, il difensore non ha “obbligo di verità”, anzi. Egli ha prima di tutto il dovere di difendere il proprio cliente; quindi se il testimone che egli interroga riferisce circostanze sfavorevoli all’indagato, non verbalizza; oppure distrugge il verbale, lo nasconde, lo cestina. A differenza del pubblico ufficiale, che porta all’attenzione del magistrato tutti gli elementi che raccoglie, siano essi favorevoli o sfavorevoli all’indagato.

Ma la domanda più critica è altra: cosa impedisce al difensore di suggerire le risposte al testimone? Di “manipolare” il verbale, di concordarlo, in spregio della verità dei fatti? Di fatto niente, perché non vi è norma che lo stabilisca e, quand’anche ci fosse, sarebbe del tutto inefficace perché in caso si instauri un accordo fra testimone e difensore per tutelare l’indagato con falsità, nessuno ne verrebbe a conoscenza. L’immagine di Ghedini che convoca le ragazze del premier nella villa di Arcore e le interroga su quello che lì vi accadeva, descrive plasticamente quale valore processuale possono avere simili “indagini”.

E’ chiaro a cosa serve questa legge: a gettare sabbia nell’ingranaggio delle investigazioni del P.M., ad inquinarle, a prolungarle indefinitamente, come è ormai prassi forense consolidata.

Un ulteriore elemento riguarda la possibilità dell’indagato di ricorrere ad indagini difensive che risultano essere, ovviamente, costosissime e quindi riservate ai soggetti particolarmente facoltosi. Fra questi il nostro presidente del consiglio, il cui legale Ghedini ha fatto larghissimo uso della legge oltre che nel presente caso Ruby , anche nel processo Mills, a soli fini dilatorii.

Non mi dilungo sulle aberrazioni che vedo in questa legge, che il Pubblico Ministero Spataro definì (giustamente) come una delle peggiori mai votate in Italia. E non mi dilungo sui problemi deontologici che pone agli avvocati seri ed onesti, divisi fra il rigore morale e professionale nell’uso di un simile strumento ed il desiderio di favorire in ogni modo il loro assistito, anche a costo di falsità (ben remunerate).

Non ricordando bene però chi la volle, sono andato a fare una piccola ricerca in rete scoprendo che fu introdotta con la Legge 7 dicembre 2000, n. 397. Il presidente del consiglio in carica era Giuliano Amato, il presidente della commissione giustizia della Camera dei deputati era Anna Finocchiaro ed il ministro della Giustizia era Piero Fassino.

Bravi, bene, bis.

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