Ruby, salvaci tu.

Donne, giovani ed immigrati salveranno l’Italia, si sente dire. E allora chi meglio di Karima El Mahrough (Ruby), giovane donna figlia di immigrati, rappresenta la nostra salvezza? Ed infatti se alla Repubblica italiana sarà risparmiata la iattura di una presidenza di Silvio Berlusconi lo dovremo probabilmente a lei ed alla spregiudicatezza della sua infantile condotta, che ha spalancato davanti ai nostri occhi la realtà preilluministica di un potere di coloritura medievale, premoderno, basato sull’arbitrio, sul sopruso e sul disprezzo di ogni legge. L’immagine di un premier che la sera, anziché partecipare ad impegni istituzionali, o prepararli, si ritira nella propria reggia, contornato da biechi cortigiani, per abusare sessualmente (ed analmente?) di una minorenne sbandata e senza famiglia, approfittando della sua precaria condizione esistenziale con promesse e donazioni in denaro, ci fa precipitare in un lugubre antro culturale, dove potere, arbitrio, abuso, dominio sessuale, disprezzo dei più deboli e oscena esibizione della perversione raffigurano una società ispirata a vieti modelli feudali scevri di moralità.

E’ la rappresentazione esemplare del primato del privato sul pubblico, dell’imprenditorialità sulla politica, dell’individualismo sullo spirito collettivo. Il lento ma inesorabile cammino intrapreso da tempo dall’intellettualità e dalla politica nostrane, finalizzato a convincerci che i principi cardine della Costituzione repubblicana sono (erano?) cascami social-comunisti da superare per lasciare spazio al primato dell’interesse privato – celebrato e voluto come unico motore del mondo – ci ha condotto a questa oscena rappresentazione orgiastica dell’egoismo più smodato e sfrontato che, paradossalmente, finisce per travolgere perfino le alte cariche della Stato nei gorghi di una legislazione pensata ipocritamente per “ripulire le strade“ da quella che ci si vuole descrivere come la feccia barbarica che immonda la nostra società.

Non è un caso che Berlusconi rischi di finire vittima delle tagliole giudiziarie introdotte nella legislazione penale con il cosiddetto decreto sicurezza, perché quando il disprezzo della legge diviene l’unico criterio di selezione della classe dirigente, è quasi automatico che il Capo finisca impigliato nelle sue stesse leggi. Come il bracconiere di mare che, calando reti a strascico, finisce inevitabilmente per pescare una specie protetta dalla legge.

Appaiono inutili e probabilmente non serviiranno le innumerevoli barriere che, in nome di un falso garantismo criminogeno, il legislatore ha introdotto in questi ultimi lustri nella legislazione penale. Non la legge sui (in realtà contro) i collaboratori di giustizia (nel caso Ruby non ci sono pentiti, finora); non la legge Cirami (inapplicabile); non i lodi Schifani e Alfano (incostituzionali); non la legge sulle rogatorie internazionali (decaduta per decisione della corte europea di giustizia); non la depenalizzazione del falso in bilancio (le prostitute non sono libri contabili); non la legge Pecorella (incostituzionale); non la sostanziale depenalizzazione della falsa testimonianza (ci sono ancora le intercettazioni telefoniche, grazie al cielo); non l’orribile legge sulle indagini difensive (le innumerevoli testimonianze fasulle raccolte dal povero Ghedini sembrano non servire a nulla, salvo forse a inguaiare chi le ha rese); non ancora (per il momento) l’oscena legge Cirielli sulla prescrizione breve; non l’indulto del 2006 (che non copre i reati commessi successivamente); non le tante e cavillose modifiche procedurali introdotte in omaggio al “giusto processo” inserito addirittura in Costituzione; non il nuovo fallimento e concordato preventivo. E nemmeno, grazie ad un tardivo rigurgito di coscienza di qualcuno, la mostruosità mai entrata in vigore del processo breve, mentre altri obbrobri come la legge Boato-Simeone sulle pene alternative non eviteranno al premier la catastrofe di immagine di una condanna per un fatto tanto vergognoso.

Ma ciò non toglie che l’elenco (parziale) di leggi criminali e criminogene che ho riepilogato sia stato pensato, voluto, votato e applicato ad un’intera generazione di delinquenti grandi e piccoli, che grazie ad esse hanno fatto dell’Italia un paese di malviventi assurti a rango di feudatari dell’economia e di loro vassalli, governati dall’alto dal più spregiudicato di tutti. L’oscenità del bunga bunga è la stessa dei bilanci falsi, delle frodi fiscali, dei fondi esteri, dei capitali esportati illecitamente, del colossale riciclaggio del denaro mafioso, dei mafiosi entrati in politica, del traffico di stupefacenti usato come fonte di finanziamento, della bancarotta come naturale operazione economica, della corruzione dei pubblici ufficiali, degli amministratori locali senza scrupoli, della privatizzazione dei servizi pubblici intesa come rapina dei cittadini, dell’uso del lavoro nero, della contraffazione, dei laboratori clandestini, dello sfruttamento selvaggio dei lavoratori immigrati e della prostituzione, appunto.

La divisione fra chi sta dentro o fuori la villa di Arcore è il paradigma della divisione fra chi rispetta la legge (faticosamente, da tanto è complessa e talvolta capziosa), condannandosi con ciò ad una vita da stupido e povero illuso (povero anche materialmente), e chi invece rompe il diaframma della legalità per entrare nel circuito della ricchezza economica. A prezzo però della propria corruzione morale e dell’esposizione al rischio di precipitare nel baratro, sull’orlo del quale sembra ora più che mai Silvio Berlusconi.

La cifra del declino del nostro paese è in questa obbligatoria sintonia fra illegalità e guadagno, in questo legame sempre più stretto e quasi necessario fra affermazione personale e illiceità. In una frase, nella coincidenza fra immoralità e successo. Un successo che può però trasformarsi in rovinoso fallimento.

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