Salvatore Borsellino a Cordenons

Salvatore Borsellino parla nella sala consiliare di Cordenons (PN)

“Ma pensate come mi sento io, quando vedo che l’uomo sospettato di aver ordinato l’omicidio di mio fratello rappresenta lo stato italiano ai massimi livelli!” Queste parole, pronunciate quasi al termine del suo intervento, danno la misura dello spessore shakespeariano dell’uomo che le ha pronunciate: Salvatore Borsellino.

Venerdì scorso ero a Cordenons, all’incontro con il fratello del magistrato ucciso in via d’Amelio organizzato dalle Agende Rosse del Friuli Venezia Giulia (cioè Daniele, Davide, Maria Grazia ed io). Non riassumo il contenuto del discorso, perché nella frase che ho riportato c’è tutta l’intensità di una narrazione che Borsellino porta in giro per l’Italia, nell’indifferenza dei mezzi di informazione.

Chi pensa che il mondo contemporaneo abbia rimosso il dramma, il senso della tragedia, del conflitto, dovrebbe leggere le storie di mafia. Tremila sono i morti della guerra mafiosa degli anni ottanta che vide i corleonesi sconfiggere le famiglie palermitane facenti capo a Bontade. Decine e decine sono i poliziotti ed i magistrati caduti sotto i colpi delle mafie, e centinaia i familiari colpiti dai lutti. E la grottesca pantomima della politica nazionale altro non è che il riflesso pubblico di una lunga guerra di conquista dell’economia nazionale che le organizzazioni criminali stanno conducendo con successo da decenni.

La vera storia d’Italia è oscura ed indicibile, e i veri attori ci sono sconosciuti, nei loro veri ruoli. Ogni tanto ne intravediamo qualcuno, senza però capirne appieno l’importanza, senza saperli collocare. Ogni tanto si scorge una breccia e vale la pena tentare di aprirla. La verità sul 19 luglio 1992 è una di questa e l’agenda rossa di Paolo Borsellino né è il simbolo. Come è il simbolo degli infiniti misteri della Repubblica, della nostra pessima Repubblica che però, ahimè, è l’unica che abbiamo.

Il gazebo delle Agende Rosse a Pordenone (19.09.2010)

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