Da via d’Amelio a Montecarlo, patacche e depistaggi

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Faccio molta fatica a reggere le notizie che giornali e televisioni ci rovesciano addosso: dovrei chiedermi se è possibile che esponenti dei servizi segreti hanno o no fabbricato una finta lettera del ministro di un microstato caraibico nel quale si riferisce della proprietà di un bilocale a Montecarlo.

Proprio in questi giorni sto rileggendo la tragica storia di Vincenzo Scarantino, il balordo del quartiere della Guadagna di Palermo, sulle cui accuse sono state incardinate le sentenze Borsellino uno e Borsellino due. Arrestato nell’immediatezza della strage di via d’Amelio, Scarantino rimase a lungo detenuto e, dopo mesi e mesi di silenzio, si decise a “pentirsi”, accusando se stesso ed altri complici di aver partecipato alla strage. Quindi proseguì la collaborazione indicando alcuni boss di Cosa nostra come mandanti dell’attentato. Dichiarazioni che hanno portato a svariati ergastoli e ad altre pesantissime condanne.

Ma pochi sanno che la famiglia di Scarantino ha ripetutamente denunciato le torture, le sevizie cui egli fu sottoposto per indurlo a “pentirsi” ed egli stesso ritrattò ripetutamente le proprie accuse, dichiarando di essersi inventato tutto su suggerimento della polizia e dei pubblici ministeri, chiedendo con insistenza di essere arrestato e la cessazione del programma di protezione.
Ed infatti sono attualmente sotto inchiesta alcuni poliziotti della squadra mobile di Palermo per aver pilotato le deposizioni di Scarantino.

Mettiamo a fuoco: per la strage di via d’Amelio, uno dei fatti più gravi della storia della Repubblica italiana, sono attualmente in carcere numerosi innocenti (anche se alcuni di essi, in verità, sono boss mafiosi che sarebbero comunque detenuti); i reali esecutori ed i mandanti della strage sono ancora sconosciuti; numerosi pentiti indicano in Silvio Belrusconi e Marcello dell’Utri i referenti esterni a Cosa nostra “interessati” all’attentato; poliziotti e magistrati sono sospettati di aver deliberatamente seguito una falsa pista investigativa per distrarre se stessi, i colleghi, l’opinione pubblica e la stampa.

E noi siamo qui, con Santoro, Castelli e Bocchino a parlare di patacche caraibiche.

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