Francesco Cossiga: un picconatore di bolle di sapone.

Cossiga

Che il giornalismo italiano sia lo specchio del degrado nazionale non lo scopriamo oggi, ma sempre mi stupisco di quanto sia basso il suo livello. Questa volta la dimostrazione viene dal quotidiano che più apprezzo, il Fatto Quotidiano, e da una delle sue firme più note, anche se da me mai stimata: Luca Telese.

Il coccodrillo per la morte di Cossiga apparso oggi online è un capolavoro di vacuità, un collage di inutile aneddotica rievocata con un soggettivismo che offende il lettore e distorce la storia, fuorvìa il profano.

Di seguito riporto il testo.

Per carità di Dio, no: l’idiotismo insultatorio e becero su questo sito no. E nemmeno lo sciacallaggio da Curva sud in nome del quale si gioisce per la scomparsa del presunto avversario politico, lo si infanga, e si gode ad ingiuriarlo. Francesco Cossiga non meritava nulla di tutto questo, e soprattutto: noi non ce lo meritiamo. Proveremo a ricostruire domani, sul giornale di carta, la lunga, ricchissima, sfaccettata e spesso contraddittoria biografia politica del “presidente emerito”. Ma già a caldo si può provare a dare un giudizio storico, e non emotivo sulla sua figura.

Cossiga fu, nella prima Repubblica, un uomo legato alla fedeltà atlantica, il sottosegretario alla difesa che prese sulle sue spalle la responsabilità di Gladio. Era nato nel quadrilatero magico di Sassari, in quell’incrocio di vie che ha partorito due presidenti della repubblica, ministri, sottosegretari, leader politici, da Berlinguer a Pisanu, da Parisi a Segni.

Cossiga fu un uomo che stava da una parte del muro di Berlino, con tutto quello che questa scelta comportava: può piacere o meno, ma è la biografia di questo paese, la storia del mondo dopo il patto di Yalta. Fu poi il ministro dell’Interno della fermezza durante il sequestro Moro, con tutto quello che questo comportava (compreso i capelli, che come raccontava lui stesso, gli divennero bianchi in una notte sola). Fu il ministro dell’Interno della lotta al terrorismo, quello in carica il giorno della morte di Giorgiana Masi, con poliziotti in borghese (come il famoso agente Santone) infiltrato nei cortei. Lo raccontò lui stesso, anche molti anni dopo, con la spietatezza di cui poteva essere capace: ma dicendo la sua verità, anche quando questo comportava la rivelazione della strategia di infiltraggio. Era un uomo di potere, ma non era un uomo schiavo del potere. Infatti è stato uno dei pochi che applicò davvero l’istituto delle dimissioni lasciando il Viminale.

E’ stato anche uno dei pochi uomini politici che si poteva permettere di non stare da una parte. Si alleò sia con la sinistra che con Berlusconi senza risparmiare a nessuna delle due coalizioni – né prima né dopo – la sua vis polemica e il suo sarcasmo. Chiamava D’Alema “il più figo del bigoncio”, Veltroni “il gatto Felix”, e Prodi “il vindice” (per alludere ai suoi presunti poteri iettatori “non per se ma per gli altri”), faceva regali di Natale che erano messaggi politici, le mutandone di lana ad Athos De Luca, la scatola del Cluedo a Cordova. Arrivò a definire Berlusconi “l’anticristo” (il che non gli impedì di sostenerlo, in alcuni casi, e di vedere suo figlio Giuseppe eletto deputato del Pdl). E non si stancò mai di ripetere che bisognava risolverne il conflitto di interessi: “Non ho nulla contro i ricchi al potere, purché non usino i loro denari per conquistare il consenso”. Quando gli si ricordava che era di destra rispondeva beffardo: “Alle primarie ho fatto il tifo per il mio amico Vendola…”. Quando lo si accusava di civettare con la sinistra ribatteva: “Ho sostenuto il centro-trattino-sinistra per assolvere ad un compito storico, che era mettere fine alla conventio ad escludendum: ma piuttosto che votare Veltroni mi farei frate!”. C’era del vero in tutto questo. Cossiga rappresentava il massimo della contraddittorietà, ma anche il massimo della linearità: sosteneva che l’incoerenza dei tempi non poteva pretendere la coerenza di Cossiga. Gli piaceva definirsi “un fool scespiriano, come quei matti finiti che finiscono per dire sempre la verità”.

Tutte queste scelte, con i giudizi che comportano, non possono offuscare quello che Cossiga fece da inquilino del Quirinale (e dopo) una volta caduto il muro di Berlino. Picconò la prima repubblica, cavalcò l’onda di emotività di Tangentopoli (fino a sostenere Di Pietro!) rottamò politicamente (e polemicamente) il pentapartito e il suo stesso partito (la Democrazia Cristiana). Nel 1999, fondando un partito politico, l’Udr, permise la nascita del governo D’Alema, portando – come ricordava con orgoglio prima, e con pentimento poi – “un ex comunista a Palazzo Chigi”.

Cercò quasi ossessivamente la riconciliazione con i suoi ex nemici degli anni di piombo, a partire dagli ex brigatisti. Raccontò la sua verità sulle stragi. Verità che a molti sembrarono sgradevoli o inaccettabili. Ma erano verità, come nel caso di Ustica, che, segnavano una frattura di Cossiga con la sua stessa storia. Dire, come fece lui che “il Dc9 era stato abbattuto dai francesi nel tentativo di accoppare Gheddafi”, voleva dire mettersi contro un pezzo della sua stessa biografia, contro quel vincolo di fedeltà atlantica che lui considerava una reliquia del passato, e che molti ancora oggi considerano una omertà dovuta. Non ebbe remore a farlo, e l’ultimo a rimproverarglielo, proprio in questi termini, fu Edward Luttvak: “Un ex premier non può mai rivelare i segreti che ha appreso nel suo mandato”. Lui lo fece perché era così: colto, imprevedibile, umorale, “domenicano” nella concezione dei rapporti di forza, anarchico nello spirito. Ha voluto intitolare il suo ultimo libro, il suo testamento politico “Fotti il potere”. L’ultima beffa, insieme a quelle quattro lettere sigillate che terranno sveglio qualcuno, almeno per questa notte.

Caro Telese, permettimi: stiamo parlando di un ex Presidente della Repubblica e, scusa se lo ricordo, il giudizio politico su di lui dovrebbe partire da qui. Orbene il suo settennato fu uno dei più placidi della storia repubblicana: Cossiga ereditò il pentapartito da Pertini e consegnò al suo successore un quadripartito: l’evento politico-parlamentare più significativo del suo mandato fu l’uscita dei repubblicani dal governo. Avrebbero potuto essere anni fruttuosi per il paese, ma furono invece quelli del debito pubblico incontrollato, del dilagare della corruzione, della crescita mafiosa, camorrista e ‘ndranghetista, dell’ascesa del tycoon Berlusconi e del degrado della vita parlamentare.

Se la responsabilità politica di tutto ciò pesa sui partiti di allora, Cossiga, prima passivo e poi ridicolmente istrionico, agì sempre da esecutore manovrato, accontentando a turno la DC ed il PSI, e risultando incapace perfino di un barlume di mediazione. Un uomo non di parte, ma al di sotto delle parti. Due parti, per l’esattezza: Craxi e la DC. Se è vero che dopo il 1989 cambiò condotta esteriore, evolvendo da muto esecutore dei voleri dei partiti a sguaiato esecutore dei voleri dei partiti (sempre con la logica della condiscendenza alternata) fu sempre un docile ed ubbidiente maggiordomo di una coppia in perenne lite. Come ogni democristiano di carriera, era cresciuto fedele al principio che le decisioni si prendevano a piazza del Gesù, e che le cariche istituzionali erano soggette ai voleri delle segreterie. Così si condusse sempre, risultando imbarazzante nel non saper neppure gestire i bisticci fra De Mita e Craxi, ed assecondando la degenerazione della vita politico-parlamentare che culminò nel cosiddetto “patto della staffetta” e nella pantomima successiva. In quella occasione il Quirinale assistette immoto e muto allo scempio delle istituzioni, con un Parlamento umiliato dai capricci di pochi uomini d’apparato, e la memorabile scena di un partito che nega la fiduca ad un governo monocolore composto solo da suoi membri. Indimenticabile fu, dopo quella crisi, la geniale trovata di dar vita al governo Goria, un prodigio di codardìa istituzionale che resterà negli annali della Repubblica. Erano quelli gli anni della sfrenata corsa del debito pubblico che ora ci opprime, e se galantuomini come Ciampi ed altri non facevano che ribadirlo, la nostra politica cavalcava irresponsabilmente i frutti marci dell’indebitamento pubblico e della corruzione: Craxi, Fanfani, Goria, De Mita, Andreotti. Questi gli uomini che i partiti e Cossiga posero in quegli anni a Palazzo Chigi.

Ma che Cossiga fosse un giunco esposto ai venti dei partiti, lo dimostrò egli stesso all’epilogo del mandato, quando si dimise il 25 aprile 1992, a soli due mesi dalla scadenza. Da anni annunciava le dimissioni, ritirandole puntualmente e contribuendo così a confermare l’immagine – prodotta dalle sue irrefrenabili, assurde e grottesche “esternazioni” – di un buffone seduto sullo scranno più alto dello Stato; ma in quell’aprile 1992 lo fece infine davvero. La ragione fu semplice: per la prima volta nella sua vita Cossiga era chiamato a prendere una decisione, una vera decisione.

I patti fra i partiti erano chiari: Craxi sarebbe dovuto succedere come Presidente del Consiglio ad Andreotti, e questi salire al Colle. Ma le indagini di Mani Pulite scaturite dall’arresto di Mario Chiesa del 17 febbraio 1992, le elezioni del 5-6 aprile dello stesso anno, con il cedimento del quadripartito sotto il 50% e l’avanzata della Lega Nord, ruppero i piani. Insidiato Craxi dalle inchieste, debole l’alleanza di governo, l’Italia aveva bisogno di una svolta, di una decisione. Cossiga non la prese: abdicò. Lui che si era voluto descrivere come innovatore, addirittura picconatore del sistema, avrebbe potuto dare il segnale del cambiamento, con il vantaggio che di lì a poco avrebbe lasciato il Colle senza dover affrontare le conseguenze di un eventuale errore. Non lo fece e passò la mano al successore. In quella scelta sta tutta la sua pochezza di uomo al di sotto delle parti, originale solo a parole, indipendente a chiacchiera: un picconatore di bolle di sapone.

La sua storia successiva è insignificante: il riflesso narrativo di un ciclotimico proiettato al potere perché vuoto e manovrabile. La sua storia precedente è quella di un mero esecutore di ordini altrui e di uomo condizionato e pilotato dai suoi sottoposti.

Cossiga è il perfetto ritratto della mediocrità italiana, la sua ascesa al Quirinale la plastica dimostrazione dell’immeritocrazia della nostra politica. Lo sfascio attuale del paese è il risultato dell’opera collettiva di tanti uomini come lui.

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10 Responses to Francesco Cossiga: un picconatore di bolle di sapone.

  1. maria ha detto:

    Evito con cura di leggere o ascoltare necrologi che mi mettono ansia e mi provocano rigurgiti gastrici.
    La tua analisi -obiettiva e priva di astio- mi ha fatto star bene: non ho niente da aggiungere.

  2. Giuseppe Di Maio ha detto:

    Bellissima la definizione: picconatore di bolle di sapone.

  3. gianna ha detto:

    CARO SANDRO SECONDO ME SEI SPRECATO… PERCHè NON CERCHI DI RECAPITARE QUELLO CHE HAI SCRITTO PROPRIO A TELESE? MAGARI A LUI NON FREGA NIENTE DELLA TUA ANALISI PERO’ SAREBBE UN TENTATIVO PER AMPLIARE “LA PLATEA”. QUESTI TUOI ARTICOLI COS’ INTERESSANTI MERITEREBBERO FORSE PIU’ DI QUALCHE COMMENTO. ANALISI COSI’ LUCIDE E MAGARI PER MOLTI ANCHE INACCETTABILI DOVREBBERO AVERE NON SOLO UN PUBBLICO MAGGIORE MA CONFRONTI CON GIORNALISTI CHE SCRIVONO DI QUESTE COSE… NON SO SE MI SONO SPIEGATA.

    “PICCONATORE DI BOLLE DI SAPONE” è un gran bella definizione. E’ vero.

  4. sandro zagatti ha detto:

    Cara Gianna,
    l’articolo l’ho postato in un commento al blog di Telese nel sito del Fatto Quotidiano. Sinceramente non so nemmeno se lo hanno pubblicato, io non l’ho visto ma bisognerebbe scorrere tutti i commenti che sono tanti e non ne ho voglia. Tuttavia non vedo accessi in ingresso dal sito, quindi credo che Telese mi abbia censurato, e non sarebbe la prima volta (lo hanno fatto Gomez e la Serracchiani).

    Comunque ti ringrazio per gli elogi, che non merito. Ciao.

    Quando passi da Trieste fatti viva e soprattutto fatti un profilo facebook, che ormai non si vive senza.

    • Lisa ha detto:

      Ho scorso le pagine dei commenti sul Fatto ma non ho trovato il post. E tra quelli relativi all’articolo di Dalla Chiesa si parlava di cancellazioni… mi sa che l’hanno fatto.

      • sandro zagatti ha detto:

        Può darsi, però l’articolo ha un numero di contatti elevato (32) ed è possibile che ci sia. I commenti ai blog del Fatto sono incasinati, magari ti è sfuggito.

  5. Lisa ha detto:

    I commenti all’articolo sono più di 500 ma ho avuto la pazienza di scorrerli (comunque può darsi che mi sia sfuggito, d’accordo). Se lo hai pubblicato nel blog di Telese, invece, pare che la redazione del Fatto abbia deciso di chiuderlo… Ciao.

  6. sandro zagatti ha detto:

    Si lo avevo postato nel blog di Telese, ovviamente. Potrei ripostarlo in qualche altro post su Cossiga, giusto per far presente quanto poco mi piace. Comunque hai ragione, ho sbagliato io, i contatti non arrivano da lì ma da facebook. Evidentemente qualcuno lo ha condiviso ma non so chi.

  7. sandro zagatti ha detto:

    L’ho postato a Dalla Chiesa. Vediamo se mi censura anche lui.

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