Di Fini, Feltri, Montecarlo, diffamazione, politica e storia

agosto 18, 2010

pioggia

Viviamo un nuovo fascismo? A dire il vero l’epressione “manganello mediatico” è stata evocata proprio da chi del manganello (quello vero) ha dimostrato per interi lustri di avere una grande nostalgia: a parole, da vecesegretario del Msi, e coi fatti, da vicepremier incaricato di coordinare l’ordine pubblico del G8 di Genova. La stessa persona che è stata dalla stessa parte dei calunniatori che apparecchiarono le campagne su Telekom Serbia e sul dossier Motrokhin. Quindi, nell’esser solidali con l’attuale vittima della campagna diffamatoria di Libero e del Giornale, una qualche riserva ce l’ho.

Al di là di questo, però, vien da dire che il paragone con il fascismo ci sta e non ci sta. Perchè nel ventennio gli argomenti usati dalle camice nere erano più concreti e diretti: manganelli veri.

Ma l’uso politico di una massiccia diffamazione a mezzo stampa non è un’invenzione di questo regime berlusconiano, e lo scrissi tempo fa in questo post.

Come si sa, la storia della Repubblica di Weimar racchiude molti insegnamenti trascurati. Ebert fu bersaglio d’ogni genere di diffamazione e vinse centinaia di processi. Ma la sua immagina pubblica fu distrutta da una innocua fotografia in costume da bagno, che lo rese ridicolo a fronte del suo predecessore (il Kaiser Guglielmo II) e del suo successore (il generale Von Hindenburg).

Ammettiamo che Fini provi di aver acquistato una cucina componibile per un mezzanino di periferia: gioverà alla sua carriera politica mostrare di essere un uomo che passa il suo tempo ad arredare tinelli, a fronte di uno che ha perso il conto delle ville che possiede?


Francesco Cossiga: un picconatore di bolle di sapone.

agosto 17, 2010

Cossiga

Che il giornalismo italiano sia lo specchio del degrado nazionale non lo scopriamo oggi, ma sempre mi stupisco di quanto sia basso il suo livello. Questa volta la dimostrazione viene dal quotidiano che più apprezzo, il Fatto Quotidiano, e da una delle sue firme più note, anche se da me mai stimata: Luca Telese.

Il coccodrillo per la morte di Cossiga apparso oggi online è un capolavoro di vacuità, un collage di inutile aneddotica rievocata con un soggettivismo che offende il lettore e distorce la storia, fuorvìa il profano.

Di seguito riporto il testo.

Per carità di Dio, no: l’idiotismo insultatorio e becero su questo sito no. E nemmeno lo sciacallaggio da Curva sud in nome del quale si gioisce per la scomparsa del presunto avversario politico, lo si infanga, e si gode ad ingiuriarlo. Francesco Cossiga non meritava nulla di tutto questo, e soprattutto: noi non ce lo meritiamo. Proveremo a ricostruire domani, sul giornale di carta, la lunga, ricchissima, sfaccettata e spesso contraddittoria biografia politica del “presidente emerito”. Ma già a caldo si può provare a dare un giudizio storico, e non emotivo sulla sua figura.

Cossiga fu, nella prima Repubblica, un uomo legato alla fedeltà atlantica, il sottosegretario alla difesa che prese sulle sue spalle la responsabilità di Gladio. Era nato nel quadrilatero magico di Sassari, in quell’incrocio di vie che ha partorito due presidenti della repubblica, ministri, sottosegretari, leader politici, da Berlinguer a Pisanu, da Parisi a Segni.

Cossiga fu un uomo che stava da una parte del muro di Berlino, con tutto quello che questa scelta comportava: può piacere o meno, ma è la biografia di questo paese, la storia del mondo dopo il patto di Yalta. Fu poi il ministro dell’Interno della fermezza durante il sequestro Moro, con tutto quello che questo comportava (compreso i capelli, che come raccontava lui stesso, gli divennero bianchi in una notte sola). Fu il ministro dell’Interno della lotta al terrorismo, quello in carica il giorno della morte di Giorgiana Masi, con poliziotti in borghese (come il famoso agente Santone) infiltrato nei cortei. Lo raccontò lui stesso, anche molti anni dopo, con la spietatezza di cui poteva essere capace: ma dicendo la sua verità, anche quando questo comportava la rivelazione della strategia di infiltraggio. Era un uomo di potere, ma non era un uomo schiavo del potere. Infatti è stato uno dei pochi che applicò davvero l’istituto delle dimissioni lasciando il Viminale.

E’ stato anche uno dei pochi uomini politici che si poteva permettere di non stare da una parte. Si alleò sia con la sinistra che con Berlusconi senza risparmiare a nessuna delle due coalizioni – né prima né dopo – la sua vis polemica e il suo sarcasmo. Chiamava D’Alema “il più figo del bigoncio”, Veltroni “il gatto Felix”, e Prodi “il vindice” (per alludere ai suoi presunti poteri iettatori “non per se ma per gli altri”), faceva regali di Natale che erano messaggi politici, le mutandone di lana ad Athos De Luca, la scatola del Cluedo a Cordova. Arrivò a definire Berlusconi “l’anticristo” (il che non gli impedì di sostenerlo, in alcuni casi, e di vedere suo figlio Giuseppe eletto deputato del Pdl). E non si stancò mai di ripetere che bisognava risolverne il conflitto di interessi: “Non ho nulla contro i ricchi al potere, purché non usino i loro denari per conquistare il consenso”. Quando gli si ricordava che era di destra rispondeva beffardo: “Alle primarie ho fatto il tifo per il mio amico Vendola…”. Quando lo si accusava di civettare con la sinistra ribatteva: “Ho sostenuto il centro-trattino-sinistra per assolvere ad un compito storico, che era mettere fine alla conventio ad escludendum: ma piuttosto che votare Veltroni mi farei frate!”. C’era del vero in tutto questo. Cossiga rappresentava il massimo della contraddittorietà, ma anche il massimo della linearità: sosteneva che l’incoerenza dei tempi non poteva pretendere la coerenza di Cossiga. Gli piaceva definirsi “un fool scespiriano, come quei matti finiti che finiscono per dire sempre la verità”.

Tutte queste scelte, con i giudizi che comportano, non possono offuscare quello che Cossiga fece da inquilino del Quirinale (e dopo) una volta caduto il muro di Berlino. Picconò la prima repubblica, cavalcò l’onda di emotività di Tangentopoli (fino a sostenere Di Pietro!) rottamò politicamente (e polemicamente) il pentapartito e il suo stesso partito (la Democrazia Cristiana). Nel 1999, fondando un partito politico, l’Udr, permise la nascita del governo D’Alema, portando – come ricordava con orgoglio prima, e con pentimento poi – “un ex comunista a Palazzo Chigi”.

Cercò quasi ossessivamente la riconciliazione con i suoi ex nemici degli anni di piombo, a partire dagli ex brigatisti. Raccontò la sua verità sulle stragi. Verità che a molti sembrarono sgradevoli o inaccettabili. Ma erano verità, come nel caso di Ustica, che, segnavano una frattura di Cossiga con la sua stessa storia. Dire, come fece lui che “il Dc9 era stato abbattuto dai francesi nel tentativo di accoppare Gheddafi”, voleva dire mettersi contro un pezzo della sua stessa biografia, contro quel vincolo di fedeltà atlantica che lui considerava una reliquia del passato, e che molti ancora oggi considerano una omertà dovuta. Non ebbe remore a farlo, e l’ultimo a rimproverarglielo, proprio in questi termini, fu Edward Luttvak: “Un ex premier non può mai rivelare i segreti che ha appreso nel suo mandato”. Lui lo fece perché era così: colto, imprevedibile, umorale, “domenicano” nella concezione dei rapporti di forza, anarchico nello spirito. Ha voluto intitolare il suo ultimo libro, il suo testamento politico “Fotti il potere”. L’ultima beffa, insieme a quelle quattro lettere sigillate che terranno sveglio qualcuno, almeno per questa notte.

Caro Telese, permettimi: stiamo parlando di un ex Presidente della Repubblica e, scusa se lo ricordo, il giudizio politico su di lui dovrebbe partire da qui. Orbene il suo settennato fu uno dei più placidi della storia repubblicana: Cossiga ereditò il pentapartito da Pertini e consegnò al suo successore un quadripartito: l’evento politico-parlamentare più significativo del suo mandato fu l’uscita dei repubblicani dal governo. Avrebbero potuto essere anni fruttuosi per il paese, ma furono invece quelli del debito pubblico incontrollato, del dilagare della corruzione, della crescita mafiosa, camorrista e ‘ndranghetista, dell’ascesa del tycoon Berlusconi e del degrado della vita parlamentare.

Se la responsabilità politica di tutto ciò pesa sui partiti di allora, Cossiga, prima passivo e poi ridicolmente istrionico, agì sempre da esecutore manovrato, accontentando a turno la DC ed il PSI, e risultando incapace perfino di un barlume di mediazione. Un uomo non di parte, ma al di sotto delle parti. Due parti, per l’esattezza: Craxi e la DC. Se è vero che dopo il 1989 cambiò condotta esteriore, evolvendo da muto esecutore dei voleri dei partiti a sguaiato esecutore dei voleri dei partiti (sempre con la logica della condiscendenza alternata) fu sempre un docile ed ubbidiente maggiordomo di una coppia in perenne lite. Come ogni democristiano di carriera, era cresciuto fedele al principio che le decisioni si prendevano a piazza del Gesù, e che le cariche istituzionali erano soggette ai voleri delle segreterie. Così si condusse sempre, risultando imbarazzante nel non saper neppure gestire i bisticci fra De Mita e Craxi, ed assecondando la degenerazione della vita politico-parlamentare che culminò nel cosiddetto “patto della staffetta” e nella pantomima successiva. In quella occasione il Quirinale assistette immoto e muto allo scempio delle istituzioni, con un Parlamento umiliato dai capricci di pochi uomini d’apparato, e la memorabile scena di un partito che nega la fiduca ad un governo monocolore composto solo da suoi membri. Indimenticabile fu, dopo quella crisi, la geniale trovata di dar vita al governo Goria, un prodigio di codardìa istituzionale che resterà negli annali della Repubblica. Erano quelli gli anni della sfrenata corsa del debito pubblico che ora ci opprime, e se galantuomini come Ciampi ed altri non facevano che ribadirlo, la nostra politica cavalcava irresponsabilmente i frutti marci dell’indebitamento pubblico e della corruzione: Craxi, Fanfani, Goria, De Mita, Andreotti. Questi gli uomini che i partiti e Cossiga posero in quegli anni a Palazzo Chigi.

Ma che Cossiga fosse un giunco esposto ai venti dei partiti, lo dimostrò egli stesso all’epilogo del mandato, quando si dimise il 25 aprile 1992, a soli due mesi dalla scadenza. Da anni annunciava le dimissioni, ritirandole puntualmente e contribuendo così a confermare l’immagine – prodotta dalle sue irrefrenabili, assurde e grottesche “esternazioni” – di un buffone seduto sullo scranno più alto dello Stato; ma in quell’aprile 1992 lo fece infine davvero. La ragione fu semplice: per la prima volta nella sua vita Cossiga era chiamato a prendere una decisione, una vera decisione.

I patti fra i partiti erano chiari: Craxi sarebbe dovuto succedere come Presidente del Consiglio ad Andreotti, e questi salire al Colle. Ma le indagini di Mani Pulite scaturite dall’arresto di Mario Chiesa del 17 febbraio 1992, le elezioni del 5-6 aprile dello stesso anno, con il cedimento del quadripartito sotto il 50% e l’avanzata della Lega Nord, ruppero i piani. Insidiato Craxi dalle inchieste, debole l’alleanza di governo, l’Italia aveva bisogno di una svolta, di una decisione. Cossiga non la prese: abdicò. Lui che si era voluto descrivere come innovatore, addirittura picconatore del sistema, avrebbe potuto dare il segnale del cambiamento, con il vantaggio che di lì a poco avrebbe lasciato il Colle senza dover affrontare le conseguenze di un eventuale errore. Non lo fece e passò la mano al successore. In quella scelta sta tutta la sua pochezza di uomo al di sotto delle parti, originale solo a parole, indipendente a chiacchiera: un picconatore di bolle di sapone.

La sua storia successiva è insignificante: il riflesso narrativo di un ciclotimico proiettato al potere perché vuoto e manovrabile. La sua storia precedente è quella di un mero esecutore di ordini altrui e di uomo condizionato e pilotato dai suoi sottoposti.

Cossiga è il perfetto ritratto della mediocrità italiana, la sua ascesa al Quirinale la plastica dimostrazione dell’immeritocrazia della nostra politica. Lo sfascio attuale del paese è il risultato dell’opera collettiva di tanti uomini come lui.


Quale alleanza e per cosa?

agosto 14, 2010

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I partiti di opposizione all’attuale maggiornaza di governo (quelli veri ed anche quelli presunti o sedicenti) si interrogano su quale coalizione formare in previsione delle paventate elezioni prossime e venture; nonchè sulla possibilità di votare preventivamente una nuova legge elettorale, considerato che l’attuale favorirebbe ancora Berlusconi.

Per me la questione è semplice. Prima si deve fare un’alleanza di TUTTI contro l’asse Berlusconi-Bossi al solo fine di varare un governo di emergenza democratica-sociale-finanziaria e di eleggere un Parlamento che cambi la legge elettorale, risolva il conflitto di interessi e soprattutto provveda all’annientamento del sodalizio criminale che si è impadronito del potere politico.

Ciò fatto, si spera in un anno o al massimo due, ognuno deve tornare al proprio posto: chi di sinistra a sinistra, chi di destra a destra, chi di centro al centro e si riavvii una vita politica “normale”, libera dal giogo mafioso che la opprime ora.

E’ semplice, dài, ci possono arrivare perfino quelli del PD.


Cari finiani

agosto 12, 2010

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Capisco che sarebbe come ammettere di aver tradito la moglie tanti anni fa, senza che lei lo scoprisse e quando ormai l’avete fatta franca, ma visti i tempi forse ne vale la pena.

E’ così difficile ammettere di aver votato la depenalizzazione del falso in bilancio per salvare B. dai processi Fininvest?

E’ così difficile ammettere di aver votato la legge sulle rogatorie internazionali per lo stesso motivo?

E’ così difficile ammettere di aver votato la riforma della legge sui pentiti per bloccare alla radice le indagini sulle stragi di mafia del 1992-1993, all’epoca in corso a Caltanissetta e a Firenze, e puntualmente archiviate nel 2002 e nel 2004?

E’ così difficile ammettere di aver votato leggi e decreti che indeboliscono il 41/bis e la chiusura delle supercarceri di Pianosa e dell’Asinara?

E’ così difficile ammettere di aver votato la legge Simeone, che di fatto abolisce la reclusione per centinaia di fattispecie di reato, per evitare i carcere ai tangentisti?

E’ così difficile ammettere di aver votato la legge Cirami nella speranza di salvare B. dai processi al Tribunale di Milano?

E’ così difficile ammettere di aver votato la legge Cirielli sull’accorciamento della prescrizione, che costituisce un’amnistia permanente per una categoria enorme di reati, per salvare B. e tanti suo amici?

E’ così difficile puntare il dito su Forza Italia che votò l’indulto per evitare il carcere a Previti?

E’ così difficile ammettere di aver votato la legge Frattini sul conflitto di interessi che è una presa in giro, una buffonata, che ha offerto a B. la possibilità di saccheggiare il mercato televisivo?

E’ così difficile ammettere di aver votato la Legge Gasparri, scritta dai consulenti del Cavaliere e cucita sui suoi interessi?

E’ così difficile dire che le imprese di B., ad onta di categoriche smentite preventive, si sono avvalse ripetutamente dei condoni fiscali da voi votati?

E’ così difficile ammettere di aver votato l’incostituzionale legge Pecorella per salvare il Cavaliere dagli appelli della Procura Generale di Milano?

E’ così difficile ammettere di aver votato il riassetto dell’ordinamento giudiziario per agevolare lo striciante assoggettamento della magistratura ad un CSM sempre più controllato dalla politica?

E’ così difficile ammettere di aver votate una legge incostituzionale per impedire a Caselli di divenire Procuratore Nazionale Antimafia, favorendo invece l’ambiguo Piero Grasso e quindi anche le mafie?

E’ così difficile ammettere di aver favorito con leggo ad hoc il ritorno in Cassazione del giudice Carnevale, detto “ammazzasentenze” (antimafia)?

E’ così difficile ammettere di aver votato leggi e decreti per favorire Retequattro ad onta di ripetute pronunce della Corte Costituzionale e della Corte di Giustizia Europea?

E’ così difficile ammettere di aver votato la riforma dell’art. 111 della Costituzione, ora grottescamente definito “giusto processo”, che ha il solo scopo di favorire gli imputati colpevoli e di allungare a dismisura i processi?

E’ così difficile ammettere di aver assecondato la grottesca teoria politica sulle “toghe rosse”?

E’ così difficile ammettere di aver votato il “patteggiamento allargato” per evitare il carcere a Bossi?

E’ così difficile ammettere di aver votato l’indebolimento dell’articolo del codice penale sull’attentato alla Costituzione (perchè avete fatto pure questo) per accontentare i leghisti?

E’ così difficile ammettere che il decreto salvacalcio lo dettò direttamente Galliani per far risparmiare tasse al Milan?

E’ così difficile ammettere di aver votato la legge sul contributo di Stato per i decoder per regalare soldi a Paolo Berlusconi?

E’ così difficile ammettere di aver chiuso gli occhi su tutti gli abusi fiscali, edilizi, paesaggistici che il Cavaliere ha consumato in questi anni e poi sanato con condoni ad hoc?

E il lodo Alfano, il processo breve, il ddl anti-intercettazioni, il legittimo impedimento …, assurdità giuridiche ed incostituzionali votate, assecondate, discusse al solo fine di salvare gli interessi personali di Berlusconi (e dei suoi sodali) e di preservarlo dai processi.

Mi fermo qui perchè vado a memoria e voi ne sapete molto più e meglio di me. Ma in sostanza: è così difficile ammettere di aver consentito al Parlamento di divenire il luogo dove ci si occupa quasi esclusivamente delle faccende e dei problemi di Silvio Berlusconi e della sua corte?

Mi rendo conto che sì, è difficile. E’ difficile ammettere di essere stati per anni i servi di un bandito; ma chissà che per una volta l’onestà intellettuale venga ripagata, in un modo o nell’altro. Anche perchè potreste aggiungere di essere stati in buona compagnia: oltre ai leghisti, avete avuto al vostro fianco i casiniani e spesso e volentieri anche la cosiddetta attuale opposizione, che tante leggi pro-Cavaliere ha votato quando era minoranza o addirittura voluto quando era maggioranza.

In altre parole, da voi mi aspetto non che sgambettiate il Presidente del Consiglio per prenderne il posto, ma una operazione-verità sulle vergogne delle maggioranze di cui avete fatto parte. Altrimenti resterete ai miei occhi solamente servi invidiosi e patetici, ed in tal caso vi meriterete di sparire per colpa dei Tulliani e dei loro trastulli monegaschi.


I meriti del pd

agosto 7, 2010

654507813_023Per quanti sforzi faccia non riesco a trovare commenti positivi sul guppo dirigente del pd. Ovunque legga, trovo critiche. Eppure, mi son detto, qualcosa di buono ci dovrà essere, visto che sembra si sia arrivati all’epilogo del berlusconismo.

In effetti a voler cercare qualcosa si trova. Cancellando dal parlamento le forze dell’estrema sinistra (operazione qualificata come “semplificazione del quadro politico”) il pd (anzi, bisognerebbe dire Veltroni e l’ineffabile Franceschini) ha privato Berlusconi di uno dei suoi principali argomenti di propaganda: lo spettro dei comunisti al governo. La scelta di Veltroni di far correre il partito da solo o quasi ha consegnato al centrodestra una maggioranza larghissima, e con essa un senso di onnipotenza in tutti i suoi membri, ivi compresi gli oppositori interni al Cavaliere. Ne segue che la pattuglia dei finiani (cospicua anche grazie alla larghezza del successo elettorale del pdl) ha trovato la forza e la consapevolezza per fare gruppo autonomo. In altre parole la debolezza del pd si è tradotta in forza per Fini il quale, non a caso, da due anni occhieggia a sinistra per captare i favori di quell’elettorato, appropriandosi della bandiera (facciamo bandierina) della legalità che il pd gli ha gentilmente regalato. Basta questo per dire che il pd ha avuto finora avuto una funzione notevole nella crisi del berlusconismo. Proponendo poi un vertice incapace di esprimere un leader credibile (perfino Vendola riscuote più favori di Bersani all’interno dell’elettorato) il pd alimenta la competizione dei possibili alleati, favorendo l’emersione di nuovi possibili leader e movimenti.

Bene. Se così è, la strada futura è tracciata: possono cancellarsi, autoannientarsi, sparire. In tal modo Fini sarà ancora più forte, i possibili antagonisti di Berlusconi avranno ancora più voti cui attingere, e nessuno potrà evocare la paura della sinistra al governo a fini elettoralistici. Un sogno. Il sogno dei d’Alema, dei Veltroni, dei Franceschini e compagnia. Un’Italia in cui nessuno li critica più, in cui Cicchitto, Bondi, La Russa, Castelli, Maroni, Stracquadanio e compagnia non vanno in tv a parlare male di loro, dei governi di Prodi, delle loro (poche e brutte) riforme. Un’Italia in cui la sinistra non esiste più e quindi nessuno la critica più e non le chiede di fare qualcosa come una legge sul conflitto di interessi, l’abrogazione di leggi vergogna o l’opposizione al governo.

Insomma, la semplificazione del quadro politico non è ancora finita: possono anche far sparire il pd e quel che resta della sinistra in Italia e lasciare che siano Fini, Casini e Rutelli (ahahahah!) a occupare la parte non privatizzata del parlamento.

Qualcuno però li avvisi che quel giorno non avranno più lo stipendio da parlamentari e nessuno li inviterà a dire le loro scemenze in tv.


Non chi, ma come

agosto 7, 2010

pollock

Va bene: gli oppositori vecchi e nuovi di Berlusconi si stanno posizionando. Ma a noi sudditi non deve interessare chi sono gli avversari del Cavaliere; deve interessare come lo combatteranno. E dovremo avere memoria di chi è stato al suo fianco fino ad oggi.