Diritto e rovescio

luglio 31, 2010

canaglia

Da oggi in poi la vita politica italiana sarà l’incessante campagna acquisti del Cavaliere. Qualsiasi parlamentare sarà oggetto delle sue attenzioni per passare dalla sua parte e consentirgli di varare il processo breve o il lodo Alfano bis. Chiunque abbia pendenze giudiziarie verrà lusingato o sedotto con la prospettiva di un incarico che lo mette al sicuro dai processi delle toghe rosse. Assisteremo al coagulo della maggioranza (speriamo di no) degli imputati e dei loro servi, opposta a chi fra gli eletti conserva un briciolo di orgoglio personale, di autostima, di senso dell’onore.

Tutto questo, però, ha un lato positivo. Dopo lustri di disquisizioni su amenità quali ” l’uso politico della giustizia”, le “toghe polticizzate” i “teoremi giudiziari”, le ultime maschere sono cadute. L’accomandita criminale che ha dato la scalata al potere politico tenta l’ultimo colpo, l’azzardo finale. Avremo finalmente il governo Cuffaro-Cosentino-Dell’Utri? L’assetto costituzionale fondato sul diritto resisterà o verrà rovesciato?

E’ chiaro a tutti ora cosa intende chi dice che la questione politica nazionale è una questione giudiziaria e giurisdizionale? Speriamo di sì, finalmente.

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Che la bora li porti..

luglio 30, 2010

vento

Non riesco ad appassionarmi alla fronda finiana. Non posso fare a meno di ricordare che questo manipolo di parlamentari cui si appendono oggi le speranze dell’opposizione, sono stati (quasi) tutti sostenitori accesi del secondo governo Berlusconi, quello della legislatura 2001-2006, che ci regalò alcune delle leggi più abominevoli della storia repubblicana e che sono tutte e tuttora in vigore: il giusto processo (addirittura in Costituzione!), la legge Cirami, la depenalizzazione del falso in bilancio, la legge Gasparri, la legge sulle le indagini difensive (orrore!), la legge Cirielli sull’accorciamento della prescrizione, la legge Biagi, la legge sulla fecondazione assistita, la legge elettorale Calderoli, solo per fare qualche esempio.

Il fatto che cerchino ora di ribaltare il divo Silvio non li scusa affatto, ai miei occhi. Anzi. Avevano tutti gli elementi per capire e per farlo prima.

Assisto passivamente a questo squagliamento di regime, sperando che un vortice di bora spazzi via tutti, per sempre.


Perchè l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino.

luglio 20, 2010

Sono passati due anni e tre mesi dalle ultime elezioni politiche che videro la sfida ad esito scontato fra le alleanze PDL+Lega e PD+IdV. Alcune delle parole d’ordine dello schieramento sconfitto a priori, guidato, se la memoria non mi inganna, da un certo Veltroni, erano “reciproco riconoscimento” (senza curarsi che gli altri dicessero alcunché di simile, e quindi reciproco un corno), “si può fare” (non ci credeva nessuno, nemmeno loro, nemmeno Veltroni) e “vocazione maggioritaria” (alla luce della considerazione precedente, si sarebbe dovuto dire “vocazione minoritaria”).

Nel generale clima mistificatorio, la campagna elettorale fu insignificante, giudicata tutti i commentatori come “noiosa”. La ragione è che mancava in essa l’argomento principe: la Giustizia. Che il centrodestra sia refrattario al tema lo si sa e lo si comprende. Meno chiara (ma anche no) è l’avversione del centrosinistra, che sembra irrimediabilmente folgorato dalla sindrome per cui l’argomento giustizia coincide con l’antiberlusconismo che, nella diabolicamente contorta filosofia imperante, favorirebbe Berlusconi stesso. Sta di fatto che il problema della Giustizia, sia nei due anni di governo Prodi che nel corso della campagna elettorale, sembrava accantonato, pur avendo animato il quinquennio delle leggi vergogna (2001-2006).
Nell’illusione che il confronto fra i due schieramenti si sarebbe articolato sulla “politica”, sui “programmi”, sulle “cose che interessano gli italiani” (come se agli italiani non interessasse la giustizia) i partiti omisero di affrontare la questione, dedicandosi ad altro.

Ma il risveglio, ed il successivo tunnel di incubi, lo conosciamo. Sebbene il paese sia attanagliato da una crisi economica pesantissima che ha imposto licenziamenti di massa, fallimenti, riduzioni dei redditi, tagli indiscriminati a servizi essenziali come scuola e sanità; sebbene siano entrati in vigore principi devastanti come la privatizzazione dell’acqua ed il ritorno all’energia nucleare, il dibattito politico si è acceso sui seguenti argomenti: Lodo Alfano, processo breve, legittimo impedimento, revisione (abolizione) delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, Lodo Alfano bis, “riforma della giustizia”; nonché dai reiterati ed inaccettabili attacchi della maggioranza di governo alla magistratura (quella che indaga e processa, non certo quella che insabbia). Infine siamo stati travolti dalle indagini sulla cricca, sul G8 della Maddalena (quando ancora non si sono chiusi i processi sui fatti del G8 di Genova), sulla Protezione Civile e sulla cosiddetta P3. Inchieste che più che degenerazioni del sistema, sembrano rivelare la sua irrimediabile putrescenza: l’impressione è che gli indagati siano solo malcapitati membri di un sistema intrinsecamente corrotto, nel quale tutti vìolano la legge e càpita a qualche sventurato di essere pizzicato. Davanti a queste evidenze non si può far altro che prendere atto che la questione politica nazionale è una questione giudiziaria e giurisdizionale. Punto e basta. So che fa storcere il naso a politologi e menti raffinate, e non c’è nessun gusto personale nel dirlo, ma è così.

Se vogliamo capire qualcosa del paese in cui viviamo dobbiamo partire da qui: dalla diffusione della cultura dell’illegalità e del delitto nella classe dirigente.

In tutti i paesi del mondo esistono la corruzione e si arrestano politici, in tutti i paesi del mondo membri della classe dirigente (non solo politica) commettono reati; ma solo in pochi, e l’Italia è uno di questi – l’unico del G8 e forse l’unico del G20 – si assiste alla crescita del tasso di illegalità con il progredire del grado di responsabilità pubblica. Se nei paesi europei evoluti il grado di illegalità è grosso modo il medesimo in tutte le fasce sociali, in Italia no: al salire del rango, aumenta. Tanto che il Parlamento è il luogo di lavoro nazionale (forse anche a livello mondiale) con la più elevata percentuale di persone indagate/condannate.

Esistono ragioni storiche profonde che spiegano questo fenomeno. Basti pensare che la classe dirigente italica si è evoluta dal quinto secolo dopo Cristo sopravvivendo a una serie di dominazioni senza eguali nel pianeta (a partire dagli Unni per finire agli Asburgo, ai Borboni ed a Napoleone). E basti pensare che il Regno d’Italia nacque da un compromesso (i plebisciti nei quali si votò con la legge sabauda che conferiva l’elettorato attivo solo al 3% della popolazione, ovvero alla classe dirigente) fra potentati locali e Casa Savoia; compromesso in base al quale i primi (poteri economici, ecclesiastici, aristocratici, militari) accettavano la sovranità piemontese a condizione di poter continuare ad autogovernarsi secondo la “loro” legge, anziché quella dello Stato cui andavano ad assoggettarsi.

La doppia obbedienza alla legge dello Stato ed alla propria (ed in caso di conflitto prevale la seconda) è il germe dell’illegalità della classe dirigente, che neppure il suffragio universale, il fascismo, la resistenza, e la transizione repubblicana (realizzata da partiti portatori di ideologie spesso conflittuali con la nozione di legalità) hanno soppresso. E se il fenomeno è diffuso su scala nazionale, al sud esso ha sempre trovato la sua espressione apicale, con la sopravvivenza, il consolidamento e l’affermazione dell’aristocrazie e della borghesia massoniche e mafiose, affiancate di recente dalle associazioni criminali di nuova generazione (camorre e ‘ndrine).

La cronica, storica, miseria economica del meridione, la tumultuosa crescita economica del nord nel dopoguerra, la preminenza dello Stato nella grande industria e soprattutto nel credito, il centralismo amministrativo, lo spirito corporativo e conservatore della magistratura, un clero attivo sul territorio, la presenza di un grande partito comunista fortemente legalitario (anche se per ragioni più propagandistiche che ideali) avevano arginato il dilagare della criminalità nei palazzi della politica, nei gangli dell’economia, nelle stanze della pubblica amministrazione, nei vestiboli delle curie, nei collegi professionali, nelle corsie degli ospedali e nei corridoi degli atenei. Il venir meno di questi elementi negli ultimi due decenni ha dato il via libera ai poteri occulti ed anticostituzionali, ed oggi gli italiani si trovano davanti questo macigno: la classe dirigente (politica, imprenditoriale, finanziaria, giudiziaria, accademica ed amministrativa) agisce largamente in deroga e/o in violazione delle leggi della Repubblica.

Tralascio forme e dettagli di come ciò avvenga e di come il sistema legislativo abbia creato gli strumenti, le forme ed i metodi di realizzazione; prenderebbe spazio ed ogni italiano avveduto se ne è fatto un’idea vagolando per uffici pubblici ed interagendo con gli imprenditori “di successo”.

Il fatto è che sembra di essere arrivati ad un punto di non ritorno, al discrimine; oltre il quale non è dato comprendere esattamente cosa ci sia, se non una società regolata dalla legge del più forte, del più violento, del più spregiudicato, del più corrotto.

Se vogliamo evitare di superare quel discrimine, o almeno salvare la nostra coscienza, dobbiamo invocare per noi stessi e per i nostri concittadini i principi di Verità e di Giustizia per tutto quello che è accaduto nella nostra storia, recente e meno recente.

L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino, la sua scomparsa fra le fiamme di via d’Amelio in quel 19 luglio 1992, e la conseguente richiesta di conoscerne la sorte, sono la plastica rappresentazione di questa estrema esigenza. Ormai è chiaro, a chiunque si sia documentato, che quel tragico giorno si ruppe il diaframma che conteneva al di fuori della vita della maggioranza degli italiani la più potente organizzazione criminale del mondo (Cosa Nostra) e le sue propaggini continentali. Da quel giorno i pupari di Riina, di Provenzano (giù giù fino a Spatuzza), nonché le loro ramificazioni sul territorio, hanno preso a marciare verso il controllo dell’economia nazionale, e, conseguentemente, del paese. Anche i nostri attuali governanti altro non appaiono se non miseri burattini. Solo così si spiegano la demenziale, assurda, illogica, insensata (agli occhi di un cittadino onesto) attività legislativa della maggioranza parlamentare e del governo in materia di giustizia e la politica sugli appalti statali e sulla privatizzazione improduttiva dei servizi pubblici, finalizzata unicamente a favorire gli investimenti parassitari invocati e voluti dall’economia illegale.

E’ per questo che ieri, rivendicando autonomia da chiunque, ho trascinato in piazza Cavana un gazebo, un tavolo e due sedie (presi a prestito), nonché un trolley di libri (miei), per organizzare la prima manifestazione pubblica della mia vita; per testimoniare, prima di tutto a me stesso, la mia consapevolezza di ciò che ho scritto e di cosa questo paese necessita. Solo la verità accertata dei fatti accaduti in sessanta anni di storia repubblicana, dagli episodi storico-politici remoti alle responsabilità penali personali; solo l’individuazione precisa e personale delle fortune economiche illecitamente accumulate (si sente parlare di 600 miliardi di euro detenuti all’estero, più di un terzo del debito pubblico nazionale); solo l’epurazione definitiva della classe dirigente dai suoi membri dediti all’illegalità ed al crimine – o collusi con esso – e la loro sostituzione con soggetti (uomini o donne, giovani o vecchi) animati da passione civile e da tensione morale potranno ridare speranza all’Italia; che è e resta un paese potenzialmente ricco e prospero, se solo la sua gente avesse la volontà di prendere in mano il proprio futuro.


Agenda Rossa – anniversario della strage di via d’Amelio

luglio 18, 2010
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Vassily Kandinski

La notizia è di oggi (il Fatto Quotidiano). Una lettera autografa di Vito Ciancimino, che il figlio Massimo starebbe per consegnare ai magistrati di Palermo, proverebbe che Paolo Borsellino fu ucciso perché si era opposto con intransigenza a qualsiasi ipotesi di trattativa avviata dallo Stato (rappresentato da due ufficiali dei ROS attualmente sotto processo, ma forse anche da funzionari dei servizi segreti tuttora sconosciuti) con i boss di Cosa Nostra Totò Riina (in un primo momento) e Bernardo Provenzano (in seguito).

Da quella trattativa, secondo interpretazioni politico-giornalistiche sempre più solide, sarebbe nata la cosiddetta “Seconda Repubblica”, ovvero quell’assetto politico che sostituì i partiti storici che avevano retto il paese fino a quel momento, e che stavano cedendo sotto i colpi delle inchieste giudiziarie di Mani Pulite, anche perché la loro principale funzione storica (la lotta al comunismo sovietico) era ormai venuta meno.

E’ una storia ancora tutta da scrivere, fatta di misteri, di ipotesi agghiaccianti, di retroscena indicibili e popolata di figure inquietanti. La sempre più vasta letteratura d’inchiesta su quei fatti, ricollegandosi a quella relativi ai misteri d’Italia dei decenni precedenti (lo stragismo, il delitto Moro, la strategia della tensione, Gladio, il golpe Borghese ed il piano Solo, giusto per citare qualche titolo) lascia intendere che l’Italia non è il paese che vediamo, che crediamo di conoscere.

Uno dei simboli degli sterminati misteri italiani è l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino, sulla quale il magistrato di cui ricorre domani il diciottesimo anniversario della morte annotava gli spunti investigativi più riservati. E sulla quale, quasi certamente, aveva scritto le sue ipotesi sulla morte di Giovanni Falcone, sulle complicità istituzionali che resero possibile l’attentato di Capaci ed anche le opinioni e le informazioni sulla nascente trattativa fra lo Stato e Cosa Nostra.

Quella agenda non è mai stata ritrovata. E’ provato che Paolo Borsellino l’aveva con sé quel 19 luglio 1992, ma nella sua borsa che fu rinvenuta intatta nella sua automobile semidistrutta in via d’Amelio, non c’era. Per la scomparsa di quel preziosissimo reperto è stato indagato un ufficiale dei Carabinieri, l’attuale colonnello Arcangioli, che alcune immagini ritraggono con la borsa del giudice in mano nell’immediatezza dell’esplosione, e che non ha mai saputo dare una versione convincente del perché l’avesse asportata per poi riporla nella vettura. Confuse e contraddittorie sono le testimonianze rese da Giuseppe Ayala, intervenuto sul posto, e che disse di aver visto la borsa ma non l’agenda. Nessun processo è stato mai celebrato e la posizione dell’unico indagato Arcangioli è stata definitivamente archiviata dal gup di Palermo con una sentenza alquanto discussa, al pari di quella di conferma della Cassazione.

Cosa si cela dietro questo mistero? Quali verità? Se lo chiede da diciotto anni Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso, il quale continua a pretendere dalla magistratura, dalle forze di polizia e dalla politica di fare luce su quei fatti. Perché è ormai certo che tutte le indagini sull’attentato di via d’Amelio furono sistematicamente sviate, con la conseguenza che sono in carcere persone innocenti mentre i veri responsabili (sia i mandanti che gli esecutori materiali) sono tuttora sconosciuti. E l’opera di depistaggio sembra coinvolgere tutti gli ambiti: politica, carabinieri, polizia, magistratura, organi di informazione. Quale potere può aver piegato tutti al fine di nascondere la verità sulla morte dell’ultimo magistrato ucciso dalla mafia? E perché? Con quali conseguenze?

Già, perché dopo quel 19 luglio 1992, non è un caso, la criminalità organizzata ha cessato di compiere atti di sangue contro giudici o pubblici ministeri; ed ogni italiano avveduto comprende che ciò è accaduto non perché sia stata sconfitta, ma perché ha trovato altri sistemi per eliminare i personaggi scomodi e per perseguire i propri interessi.

Se vogliamo capire in che paese viviamo dobbiamo cercare di sapere cosa è accaduto quel 19 luglio di diciotto anni fa e cosa ne è seguito; squarciare la cortina di misteri. Per questo domani sarò in piazza, presumibilmente da solo, con un gazebo, per ricordare la strage di via d’Amelio, nella speranza che il desiderio di verità e di giustizia contagi quante più persone possibili. Anzi, me ne basta una.

Questo è il link dell’evento; grazie a chiunque vorrà passare di lì.

piazza Cavana, Trieste, dalle 15 in poi di domani 19 luglio 2010

Il guestbook


Napolitano e Gelmini alla Sissa

luglio 13, 2010

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Tace il ministro Gelmini all’inaugurazione della nuova sede SISSA di via Bonomea 265 (Trieste), e tocca all’intraprendente Capo dello Stato legittimare e giustificare una riforma universitaria fatta di tagli, davanti a una platea diffidente e timidamente contestatrice (qualche studente con maglietta protestataria in fondo alla platea). Nella cornice di un discorso fumosamente politico sull’annosa questione del confine orientale e di elogio dei valori della ricerca scientifica (non senza una velata frecciatina indiretta al profilo eccessivamente teorico e scarsamente applicativo della Scuola), il Presidente ci informa che in passato si sono sprecate risorse, agevolando la nascita di troppe sedi univeristarie e di un numero eccessivo di fantasiosi corsi di laurea. Perciò è venuto il momento di usare l’accetta.

E bravo Napolitano.

Peccato che queste degenerazioni sono proprio figlie dell’intervento della politica nella gestione universitaria. Ricordo bene i tempi non lontani in cui le parole d’ordine erano “i ragazzi studiano tanto e non trovano lavoro”, “all’università si studiano cose inutili”; “ci sono studenti cui manca un esame e la tesi, ma non hanno nemmeno un titolo che riconosca lo studio fatto” (e allora? cavoli loro); “dobbiamo fare corsi di laurea vicini alle esigenze delle economie locali, legati al territorio”, “le grandi univiersità cittadine vessano i fuorisede con affitti astronomici, servono sedi decentrate in ogni provincia”. E così via. Tutte fesserie che uscivano dalla bocca dei politici e che il mondo accademico ha subito, rivendicando stupidamente, in cambio, la cosiddetta ‘autonomia universitaria’ grazie alla quale adesso i rettori sono indebitati e senza soldi. E grazie alla quale, all’interno degli atenei, si sono fatti strada i soggetti più spregiudicati, abili nel catturare finanziamenti pubblici con le invenzioni più stravaganti. E’ infatti appena il caso di ricordare che in Italia, a dispetto della chiacchiera corrente, nulla si fa che non sia varato dal Governo, controfirmato dal Capo dello Stato e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Vale per le leggi ad personam ma anche per i decreti istitutivi di nuovi corsi di laurea, di nuovi dottorati, di nuove facoltà.

Ora che quegli slogan sono diventati realtà, siamo a sbattere la testa al muro, davanti ai disastri del 3+2, ai corsi di laurea in pubbliche relazioni, in economia del turismo, in scienze vitivinicole, in gastronomia e altre amenità … Con tutto il rispetto, insegnamenti che hanno scarso o nullo contenuto scientifico e che andrebbero inquadrati in Scuole, più snelle, più aperte al privato, e non in corsi universitari dai costi elevatissimi. Per tacere dei corsi di laurea ‘tradizionali’ improvvisati senza mezzi e senza docenti all’altezza, in strutture inadeguate, con fondi insufficienti. Fabbriche di ignoranti, di falliti, di ‘professionisti’ dannosi per la collettività. Entità che hanno succhiato risorse enormi, sottraendole agli atenei storici che hanno dovuto tirare a campare con mezzi sempre più ridotti. Ora i responsabili di queste scelte scellerate pretendono di abbattere la mannaia su tutto, non solo sui mostri che hanno creato, ma anche su quello che scienza è, su chi avrebbe dovuto crescere ed invece è rimasto compresso, sottodimensionato, moritficato; su quello cui un paese avanzato non dovrebbe rinunciare.

Sarebbe bello sentirne almeno uno ammetterlo: “abbiamo sbagliato noi”. Ma figurarsi.


Miasmi.

luglio 13, 2010

C’è la ‘ndrangheta che esonda in Lombardia; c’è la camorra che manovra i politici (di centrodestra e di centrosinistra) come burattini; ci sono i faccendieri sempreverdi e pluricondannati che colludono coi nuovi politici nazionali; c’è l’immancabile Dell’Utri, già riconosciuto colluso con la mafia, che intesse rapporti coi nuovi centri di potere illegale; ci sono i magistrati al servizio dei poteri criminali; ci sono le riunioni conviviali fra altri prelati vaticani, banchieri, finanzieri, politici e giornalisti per decidere le sorti del paese; ci sono generali dei Carabinieri processati o condannati per collusioni con la mafia o per traffico di droga. Tutto questo sale alle narici dalle pagine dei giornali di questi giorni.

E, non a caso, il Parlamento non sa far altro che discutere di come impedire le intercettazioni telefoniche (unico strumento che consente di svelare questi mostruosi e ripugnanti intrecci) e della manovra che taglia i redditi dei più poveri ed i servizi degli enti locali.

Cosa serve ancora per dire basta?


Quattordici anni di carcere al generale Ganzer.

luglio 12, 2010

In questa Italia impazzita, devastata, umiliata, passa quasi inosservata la notizia di oggi: il generale Ganzer, comandante dei ROS, è stato condannato a quattordici anni di carcere per traffico di droga e per peculato. Insieme a lui condannato il colonnello Mauro Obinu (ora ai servizi di sicurezza Aise), il quale è sotto processo a Palermo per favoreggiamento a Bernardo Provenzano in concorso con il generale Mario Mori (per il mancato arresto del boss a Mezzojuso nel 1995).

Sono notizie che si commentano da sole. Commentiamo quindi cosa? Che nemmeno se ne parlerà granché: l’Italia è questa.