Sette anni a Dell’Utri

salvador

Tutto il processo Dell’Utri, dal dibattimento di primo grado alla sentenza di Cassazione, che arriverà fra non meno di un anno, andranno prese ad esempio della malattia italiana, del malvagio intreccio fra politica e giustizia in un paese governato da una classe dirigente che, in larga misura, fa dell’illegalità una strumento imprescindibile e dove i processi durano decenni. Dove le condotte criminose vanno di pari passo con i processi che le devono reprimere.

Le letture offerte dalla stampa di oggi, appena uscito il dispositivo, non mi convincono affatto. E’ vero che Dell’Utri è stato assolto per le condotte successive al 1992 e che la corte ha più volte manifestato fastidio per le istanze istruttorie della procura generale volte a comprovare la partecipazione dell’imputato alla trattativa fra Stato e Cosa Nostra negli anni 1992-1993 ed in seguito. Ma secondo me non per volontà di assolvere l’imputato, bensì per rispetto della natura del processo d’appello così come codicisticamente delineato. Compito della corte era verificare la congruità della sentenza di primo grado rispetto alle prove prodotte, e l’introduzione di nuovi elementi era evidentemente una forzatura dettata dall’urgenza della procura generale di aprire varchi di verità investigativa su fatti di rilevanza giudiziaria, politica e storica assoluta. La corte, secondo me giustamente, ha limitato al minimo queste possibilità, ritenendo che per provare un condotta criminosa di tale portata sia necessaria una approfondita attività investigativa di polizia giudiziaria e della procura (e, parallelamente, una equivalente attività difensiva) che non trova spazio in un processo d’appello. Così si spiegano i rifiuti di ascoltare Massimo Ciancimino e lo scarso o nullo peso dato alle parole di Gaspare Spatuzza.

Quel che resta assodato è che Dell’Utri fu strumento di Cosa Nostra fino al 1992 nei rapporti con la Fininvest di Silvio Berlusconi, e questa verità getta un macigno nella vita pubblica del paese.

Ora sarà interessante, fra le tante cose, capire se le motivazioni della sentenza, relativamente alla trattativa Stato-mafia, faranno di Dell’Utri un imputato assolto in via definitiva (in base al ne bis in idem), ovvero se egli manterrà la posizione di imputato di reato connesso, con facoltà di non rispondere. Nel primo caso, trovandosi obbligato a parlare a i magistrati a pena di ulteriori procedimenti per falsa testimonianza o per reticenza, saranno in molti, e molto in alto, a temere per le sue parole. Ed egli per la sua vita.

Avremo da parlare di questo processo, e tanto.

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