Coraggio, Scajola, racconta tutto!

maggio 4, 2010

colosseo

Adesso bisogna sperare che Scajola non diventi il capro espiatorio temporaneo.

Leggendo (con la lente di ingrandimento) i giornali di questi mesi ci accorgiamo di essere in una situazione paragonabile a quella del 1992, quando l’arresto di Mario Chiesa fu il catalizzatore di una catena di inchieste sulla corruzione che rovesciò, in apparenza, un sistema di potere che dopo una breve transizione ha saputo rigenerarsi. E come spesso accade ha saputo produrre anche gli anticorpi contro i possibili nuovi attacchi della parte sana del paese. Se nel 1992 un arresto fu sufficiente a far crollare alcuni palazzi e a farne tremare molti altri questa volta non è così. L’assessore al Comune di Milano Pennisi è finito a San Vittore, come il suo collega alla Regione Lombardia Piergianni Prosperini. Sempre a Milano Abelli e la moglie sono finiti sotto processo ed hanno in parte ammesso le loro responsabilità. Balducci, Anemone, De Santis sono in carcere per ordine del GIP competente sull’indagine G8. Ora tocca a Scajola, ma l’effetto sisma ancora non è partito. Il sistema di corruzione che sta dietro a questi episodi tiene. La ragione è che da quel 1992 ad oggi la politica ha prodotto una serie di leggi “ad castam” che proteggono i potenti dagli effetti delle indagini e li inducono a resistere alla tentazione di vuotare il sacco ai magistrati, nella convinzione che, passata la (breve) nottata, potranno ritornare a fare affari. Questo è il discrimine su cui si muovono questi signori: davanti al dilemma se raccontare tutto agli inquirenti o confidare nello stellone della politica che sempre ha protetto i corrotti, rimangono attaccati alla seconda ipotesi, in ciò confortati da fatto che chi in passato a confessato ha avuto peggior sorte di chi resistette. E un esempio preclaro viene proprio dall’immancabile Scajola, che nei primi anni novanta si fece settanta giorni di carcerazione preventiva perché coinvolto (ma fu poi prosciolto) in una brutta storia di riciclaggio che riguardava il Casinò di San Remo.

Forse per noi italiani è venuto il momento di tifare per una nuova stagione di Mani Pulite, che squarci questa volta definitivamente il velo di omertà che cela il marcio di una politica corrotta e collusa con poteri criminali. Quello che poteva avvenire 18 anni fa e che non si verificò per ragioni non del tutto ancora note.

E allora mi rivolgo a Scajola: non accettare di essere l’unico a pagare, racconta tutto, vuota il sacco. Parla di tutti gli altri che hanno mangiato come e più di te. E lo stesso facciano i Bertoladri e gli altri indagati. Se ci aiuteranno a scoprire la verità su questo paese malato, che potrebbe essere ricco e felice ma si ritrova in miseria, perdoneremo loro tante cose.

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Santa Prescrizione

maggio 1, 2010

prigione

La spavalderia di Scajola è più che giustificata. Qualunque reato abbia eventualmente commesso accettando assegni per novecentomila euro da Zampolini, esso sta per cadere in prescrizione grazie alla cosiddetta legge Cirielli.

Se qualcuno avesse ancora dubbi sulla funzione di tale legge, il caso Scajola la illustra alla perfezione. Dalla sua entrata in vigore un reato risulta perseguibile solamente se viene denunciato immediatamente dopo la sua commissione. Se invece la notizia di reato giunge alla procura competente dopo qualche anno dal fatto, il reato ipotizzabile risulta prescritto prima ancora che inizi il processo. E siccome un processo dura non meno di sette anni è facile trarre la conclusione. Chiunque comprende che con tale disciplina della prescrizione gli unici reati perseguibili divengono i delitti di strada (rapine, scippi, spaccio di droga, stupri…) dei quali l’autorità giudiziaria viene tempestivamente informata. Al contrario reati da colletti bianchi (falsità, riciclaggio, truffa, eccetera) divengono di fatto improcedibili, poiché ben difficilmente chi li commette è tanto maldestro da farsi cogliere sul fatto. In tali casi (e quello di Scajola ne è limpido esempio) la notizia di reato si forma anni dopo il fatto ed il pubblico ministero è indotto a non avviare neppure indagini conoscitive e ad archiviare ab origine le eventuali denunce; tanto sa che il processo non si celebrerebbe mai e non avrebbe senso procedere.

Questa è l’Italia degli anni dieci. Nella quale la settima città per numero di abitanti è priva di un sindaco per via di qualche cresta sui rimborsi spese ma dove un ministro può evadere il fisco ed accettare centinaia di migliaia di euro in nero da un collettore di appalti governativi, svillaneggiando chi osa chiedergliene conto. Santa Prescrizione, protettrice dei potenti.