Fini, Bossi e Berlusconi

aprile 28, 2010

Orazi

Mai si era assistito ad una scena simile. Questo è il commento giornalistico ricorrente a proposito del conflitto deflagrato fra Fini e Berlusconi alla Direzione Nazionale del PdL. E se tutti colgono l’eccezionalità dell’episodio, non trovo nelle analisi pari consapevolezza dell’eccezionalità del momento. Perché Fini, che uscì dal ghetto dell’extracostituzionalità nel quale era stato relegato con il suo Msi nell’era democristiana grazie allo “sdoganamento” del Cavaliere, è stato servo sottomesso e fedele di Berlusconi più di Bossi (che dall’alleanza uscì fra il 1994 ed il 2001) e di Casini (che da presidente della Camera gli pose più di un problema ed ha rotto nel 2008). Se ha deciso di spezzare così platealmente un asse che reggeva ininterrottamente dal 1994 non può essere solo un fatto di, pur legittima, ambizione personale.

Cosa attende la maggioranza di governo dopo la tregua armata imposta dalle elezioni regionali appena concluse? I decreti attuativi del cosiddetto federalismo fiscale e le modifiche processuali pensate per salvare il premier dai processi penali, primi fra tutti quelli Mills e Mediatrade.

Per rendersi conto della portata dell’introduzione del federalismo forse occorre guardare ai sommovimenti interni al centrodestra in Sicilia, che fra le regioni statalmente assistite è la più ingorda. Un federalismo fiscale autentico, come lo pretende la Lega Nord, imporrebbe agli enti locali dell’isola (Regione Autonoma, province e comuni) ed alle aziende controllate di licenziare almeno la metà dei dipendenti. In tutto il centro sud – salvo forse Roma – si andrebbe incontro ad un degrado improvviso dei servizi pubblici e ad un’ondata di licenziamenti senza precedenti con conseguenze imprevedibili sull’ordine pubblico.

Su questo punto la chiacchiera politica utilizza formule propagandistiche vuote ed illusorie. Si vuole far credere che il federalismo fiscale “responsabilizzerà la classe dirigente meridionale”, inducendola ad abbandonare la consuetudine di vivere di sussidi provenienti dal governo centrale. Parliamoci chiaro: questo è un problema che l’Italia si porta con sé da centocinquanta anni e pensare di risolverlo per decreto è risibile. La classe politica meridionale si è formata ed è cresciuta barattando il proprio sostegno ai governi centrali (a prescindere dal colore) con la libertà di autogestire il potere locale in dispregio della legislazione statale e ricorrendo ai metodi clientelari più spregiudicati che, nel corso dei decenni, hanno richiesto livelli crescenti di spesa pubblica pilotata illegalmente nonché la sostanziale accettazione del controllo mafioso sull’economia, che da tali trasferimenti ha tratto e trae un sostegno fondamentale.

I governi che si sono succeduti non sono stati in grado di spezzare il legame perverso con la politica meridionale perché tutti hanno sempre necessitato del sostegno dei parlamentari eletti al sud. L’idea della Lega è semplice e brutale: sottrarre al governo centrale le risorse, rendendo vane le richieste dei politici meridionali al governo. Un concetto destabilizzante, che scardina il sistema su cui riposa la politica nazionale da un secolo e mezzo. Credere che ciò possa avvenire senza pesanti contraccolpi è, appunto, semplicemente illusorio e miope; anzi, pensare che avvenga è già un azzardo assoluto. Ed infatti su questo si gioca la tenuta del governo, visto che Fini mira ad essere il punto di riferimento dei politici antagonisti della Lega Nord, ovvero quelli eletti in meridione. Questo piano lo fa ritenere più solido di quanto si creda nello sfidare Berlusconi, poiché la linea è potenzialmente molto attrattiva e la truppa dei suoi fedeli potrebbe crescere numericamente in modo consistente. Non solo a sud, perché va pur sempre ricordato che le regioni che producono ricchezza per il paese sono quattro (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto) mentre tutte le altre (compresi il virtuoso Trentino, il Friuli Venezia Giulia e la Toscana) ne assorbono. Se sedici regioni su venti hanno da perdere dall’introduzione del federalismo fiscale, è ben facile prevedere che il fronte ostile alla Lega sia destinato a rafforzarsi. Inoltre una classe politica meridionale con idee innovative, responsabile o disposta a responsabilizzarsi non esiste, nemmeno in via ipotetica; illudersi che quelle regioni possano cambiare per decreto è pura cecità. L’idea della Lega Nord, in realtà, è semplicemente di abbandonare intere regioni a se stesse, e sappiamo che là esistono poteri ben strutturati in grado di sostituirsi alle istituzioni repubblicane che molti politici non nascondono di accettare.

Come già accadde per la devolution del 2005, credo che il progetto leghista sia destinato ad arenarsi. L’ostilità meridionale (ben supportata lungo lo stivale) ai progetti di razionalizzazione della spesa costò il governo alla Destra Storica di Minghetti, che lasciò il paese alla Sinistra storica di Depretis, il quale accantonò le velleità di riforma morale e politica del mezzogiorno che avevano animato il Risorgimento. Il prefetto Mori, fiero combattente della mafia durante il ventennio, con poteri straordinari assegnatigli da Mussolini in persona, fu da quest’ultimo rimosso non appena osò alzare lo sguardo verso i maggiorenti mafiosi della Sicilia e verso la gestione malavitosa della ricchezza isolana. Il dopoguerra vide la Sicilia tenere sotto scacco il governo centrale con la minaccia indipendentista, alla cui ombra si consolidò il dominio territoriale di una organizzazione criminale giunta potentissima fino ai giorni nostri e ramificatasi nel continente grazie alle propaggini camorristiche e ‘ndranghetiste. L’era democristiana è stata l’incubatrice dell’intreccio politico-clientelare-massonico-mafioso che ha sottratto alla giurisdizione nazionale intere regioni e che solo pochi politici, poliziotti e magistrati isolati e coraggiosi hanno saputo vanamente sfidare (quasi sempre a prezzo della vita), nella complice indifferenza dei leader nazionali e dei poteri statali.

Può una riorganizzazione tributaria, un elenco di disposizioni fiscali, ribaltare un sistema di potere, una cultura politica, uno stile sociale che sono sopravvissuti a Cavour, a Giolitti, a Mussolini, a Moro, ad Andreotti, a Berlinguer e che fornisce il principale supporto elettorale-politico-parlamentare a Berlusconi fin dal 1994? Lascio a ciascuno la risposta. La politica italiana è sempre questa, fatta di improvvisatori incapaci non dico di affrontare i problemi, ma anche solo di formularli correttamente, di leggerli; figuriamoci se di risolverli.

Io credo che il dibattito sul federalismo fiscale, che tutti vogliono solo a parole ma non nei fatti, farà da sfondo al conflitto sui temi più visibili della giustizia (immunità di governo, intercettazioni, processo breve…) sui quali si consumeranno le rotture all’interno della maggioranza. Con quali esiti non lo so, ma temo che comunque vada si continuerà come sempre. A schifo.


Poniamoci una domanda

aprile 1, 2010

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Leggo, nell’opposizione, analisi affannate sull’esito del voto. Smarriti non capiscono dove hanno sbagliato. Perché alla fin fine non è sufficiente dare la colpa a Berlusconi alle sue reti televisive; anzi comincia a diventare anche noioso. Forse li potrebbe aiutare l’analisi marxiana per cui il potere risiede nel denaro e non nelle urne, nelle televisioni, nel web, nelle piazze od in altri luoghi reali o virtuali. Il potere, da sempre, è prima di tutto economico, ed assume le forme politiche adeguate in accordo con i modelli culturali e sociali del momento. Quindi, se vogliono capire perché la gente vota in un certo modo, invece di ripetere la stessa litania che ripetono da sedici anni (le televisioni del cavaliere, l’egoismo ed il localismo razzista della lega, il nostalgismo postfascista, l’inguaribile particolarismo antistatale degli italiani eccetera eccetera) si potrebbero domandare chi detiene il potere economico in questo paese. Non lo Stato, che ha svenduto le sue aziende ed è indebitato fino al collo; non nelle grandi imprese, che non ci sono più; non nelle piccole e medie, che non fanno sistema; neppure nelle tasche di Silvio Berlusconi, che sembra onnipotente ma non lo è, visto che perfino di mediaset possiede solo il 30%. E allora dove sta la ricchezza (residua) dell’Italia? Trovata la risposta a questa domanda, forse ci si farà un’idea più sensata di dove sta andando il paese.