Silvio ed il trionfo del femminismo.

marzo 31, 2010

pecorina

Da quand’ero adolescente ad oggi – ultimo esempio viene dall’attrice comica (cosi’ dicono) Littizzetto – ho sentito ripetere frasi di questo tenore: l’emancipazione femminile potra’ dirsi realizzata quando una donna stupida avra’ rovinato la vita di un uomo intelligente.

Osservo che il ministro Mariastella Gelmini, con pochi e bene assestati colpi, sta demolendo la scuola pubblica e l’universita’, compromettendo con cio’ sul nascere le esistenze di milioni di giovani uomini. Anche quelle delle giovani donne, ma il fatto e’ secondario. Quel che e’ certo che in tal modo il femminismo potra’ dirsi piu’ che realizzato, conclamato. Brava Mariastella! Bravo Silvio!


Morali e protocolli.

marzo 4, 2010

protocollo

L’esclusione di alcune liste di centrodestra per vizio di forma mi suona come un limpido contrappasso. Se penso a quale è stato il mutamento culturale e sociale più profondo degli ultimi lustri mi sembra di individuarlo nella sostituzione della morale con un combinato disposto di egoismo e di legalismo protocollare.

La cosiddetta “fine delle ideologie” in realtà ha prodotto un risultato abbastanza preciso. Le ideologie, ci piaccia o no, hanno una pretesa: stabilire cosa è bene e cosa è male, ovvero fissare principi morali. Esattamente quelli di cui ciascuno di noi non può fare a meno. Ci tengo a dirlo. Il sostantivo e l’aggettivo “morale” sono da anni rinchiusi in un recinto lessicale di utilizzabilità parziale e quasi vergognosa. Tanto che ne vengono usati maggiormente i vocaboli neganti (immorale, amorale..) ovvero li si sostituisce con i derivati di “etica” che invece è un’altra cosa (l’etica è lo studio della morale). Mi sembrano anche alquanto generiche e confuse le opinioni che circolano sulla ormai fantomatica e mitologica “questione morale” invocata da Enrico Berlinguer nella notte dei tempi. Chiedere ma soprattutto imporsi comportamenti morali sembra essere una pretesa vetusta, noiosa, polverosa quando non addirittura reazionaria. Ma in realtà il punto non è questo. La morale, dizionario alla mano, è il complesso di convinzioni, principi, idee, ideali, precetti (eccetera) cui l’uomo attinge per distinguere il bene dal male; in una parola, per decidere come comportarsi. Pertanto è impossibile farne a meno: ciascuno di noi ha una sua morale e ogni collettività ha una sua morale collettiva, più o meno definita. Il problema è che abbiamo smesso di interrogarci su cosa e quale sia, di discuterne, di confrontarci su di essa e ciò ha segnato un regresso sociale. E’ come se davanti alla scelta cruciale sul bene e sul male (personale e collettivo) fossimo degli analfabeti, dei principianti senza una guida, dei gattini ciechi.

Quante volte abbiamo sentito usare argomenti del tipo “non è reato e quindi si può fare”. A pensarci bene, è un concetto primitivo, primordiale ed aberrante. Decidere di/come agire/non agire solo in ragione del timore di una pena è una logica da cavernicoli. Eppure – a ben pensarci – è così che stiamo costruendo il nostro vivere civile, da quando abbiamo detto che erano “cadute le ideologie” e che il “mercato” avrebbe governato l’economia e quindi le nostre vite. Ne è derivato il principio che in ogni ambito della nostra vita sociale il motore delle azioni è l’egoismo, l’interesse personale, contemperato da normative protocollari che dovrebbero contenere gli abusi e regolare il vivere comune nell’interesse collettivo.

Il magistrato deve preoccuparsi di rispettare la procedura più che di stabilire se l’imputato è colpevole o innocente; il medico deve preoccuparsi di rispettare il protocollo previsto per quella patologia, non di curare il malato; il docente deve compilare ordinatamente registri e schede, rispettare orari e calendari, e non importa se le sue lezioni fanno vomitare; l’imprenditore deve puntare al profitto, e non importa se evade il fisco, se inquina, se distrugge le vite degli operai, se delocalizza l’attività ed abbandona le fabbriche.

E’ questa la catastrofica conseguenza dell’idea assolutamente demenziale in base alla quale il mondo procede liberando gli istinti dei singoli all’interno di un quadro regolatorio, come per lo scorrere dell’acqua di un fiume in un sistema di dighe e di chiuse.

No. Il mondo non può funzionare così. Perché ciascuno di noi e ciascuna collettività – e datemi pure del reazionario – HA e deve avere una morale. Ogni genitore sa cosa è bene e cosa e male per i suoi figli, e se non lo sa se lo deve chiedere, e se non se lo chiede non può educare i suoi figli. Un insegnante sa come fare bene la sua lezione e capisce quando la fa male. Un giudice sa e deve sapere come gestire un procedimento nell’interesse della Giustizia, quella con la G maiuscola che sta a discriminare quello che è giusto da quello che è ingiusto. Un medico ha la missione di curare i malati, non di far funzionare una “azienda ospedaliera”. Un imprenditore sa e deve sapere se sta creando ricchezza, lavoro e benessere o se li sta distruggendo. Perché ognuno di noi, davanti ai casi della vita dice a se stesso mille volte “è giusto” o “non è giusto”. E la motivazione non viene, non può venire, non verrà mai da un codice, da un protocollo e tantomeno dal conseguimento di un qualche vantaggio per chicchessia.

Questo è il senso del principio di moralità ed anche di giustizia che, parimenti, viene sostituita col principio più debole di “legalità” o stemperato con l’aggettivo “sociale”. Anche qui non ci siamo: invocare solo e semplicemente la legalità non basta, perché facendolo si ricade nella logica protocollare e non si deve dimenticare che la legge può essere ingiusta.

Parlando di morale si allude spesso (per ipocrisia o superficialità) alla morale sessuale, esercitandosi accademicamente sull’idea che predicare una morale sessuale è retaggio da anni ’50: ognuno vive la sessualità come vuole ed una morale sessuale collettiva non può esistere. E’ il pensiero più semplice ed anche il più comodo. Ma purtroppo è solo il più comodo, perché in realtà, anche se rifiutiamo di riconoscerlo, esiste una morale sessuale collettiva. La prova l’ho avuta di recente quando ho scoperto che un politico che va a puttane va capito, mentre quello che va a trans va cacciato. Quindi a puttane sì ma a trans no: me lo sono segnato.