Solidarietà a Marco Travaglio.

dicembre 16, 2009

Erano gli anni del pentapartito craxiano, del CAF, del debito pubblico galoppante. Il Tg2 diretto da Alberto La Volpe era l’organo ufficiale del Psi ed il principale cronista parlamentare ne era tal Onofrio Pirrotta (uno che ora ha addirittura una pagina di fan su Facebook), il quale non si curava di recitare i suoi resoconti leggendo da appunti vergati su carta intestata del suo partito di riferimento, particolare che rivelava facendo vezzosamente ricadere in favore di telecamera un lembo del foglio con il logo del garofano in bella vista.

Narrando delle votazioni sulla legge finanziaria, egli ebbe a dire un giorno che il voto dell’aula era stato paralizzato dai veti incrociati delle lobbies economiche, favorevoli o contrarie a questo o quell’emendamento. Il giorno dopo la presidente della Camera, Nilde Jotti, lo censurò formalmente in aula, facendone nome e cognome, e deprecando che l’attività parlamentare fosse declassata, in un servizio trasmesso dalla Tv di Stato, a confiltto fra gruppi di potere economico.

Fu quella – che io ricordi – la prima ed ultima volta (fino a ieri) in cui un giornalista venne censurato – con nome e cognome – in un’aula parlamentare. E difatti non mancarono le proteste, specie dal Tg2 e dal partito socialista, ma dal mondo dell’informazione in generale, contro la sortita della Jotti.

Ieri abbiamo avuto la replica, nelle forme consone alla misera Italia di oggi. Il deputato del PdL Fabrizio Cicchitto, già compagno di partito dello stesso Onofrio Pirrotta, dopo aver reiterato la consueta doglianza contro il gruppo “Repubblica-l’Espresso” e contro il quotidiano “Il Fatto”, ha additato all’aula Marco Travaglio come “terrorista mediatico” (in)diretto ispiratore della campagna che avrebbe avuto come sfogo il demenziale atto di Massimo Tartaglia.

Che Travaglio non goda di grande stima fra i suoi colleghi lo si sa, e probabilmente non è estranea l’invidia per il seguito che riesce a raccogliere e per il successo dei suoi libri. Libri che, peraltro, sono la principale fonte di informazione proprio per i suoi avversari e detrattori, visto che non ve ne sono altri, che io sappia, ad aver raccolto con dovizia di particolari le indagini su Silvio Berlusconi. Ma che nessun giornale o giornalista – sempre che io sappia – si sia levato a protestare contro un’accusa di quel genere, per il luogo in cui è stata pronunziata, è l’indizio più grave del degrado della nostra democrazia. Perché evidentemente serve ripetere a noi stessi che il vero giornalismo esprime quello che il potere NON vuole che si dica e che si scriva, mentre NON può dirsi giornalismo l’informazione gradita al governo.

Resta desolante constatare che i giornalisti che ancora hanno il coraggio di parlare e di scrivere dei veri problemi dell’Italia siano sempre più isolati nel loro ambito, tanto da rendere i loro giornali – piacciano o no – dei ridotti dell’informazione libera. Nel mare magnum delle penne in vendita al miglior offerente, siamo costretti a seguire fideisticamente quei pochi che ancora fanno giornalismo.

Invece che a quello scriteriato di M.T. (Massimo Tartaglia), credo che si debba esprimere senza mezzi termini solidarietà all’altro M.T. (Marco Travaglio).

Perché ricordiamo anche che la legge punisce severamente i giornalisti che dovessero mai sbagliare un aggettivo o un verbo contro un politico, ma rende i parlamentari immuni da ogni processo per qualsiasi opinione espressa nell’esercizio delle loro funzioni, foss’anche l’accusa più ignobile verso una persona. E di fronte all’indecoroso debordare del potere politico oltre gli argini del buon senso, della decenza e del senso di responsabilità, si resta quasi inebetiti, ma si deve trovare la forza di dire “E mo’ bbasta”.


Bignamino per i fenomeni del pd.

dicembre 9, 2009

Accendo la tv e vedo questi microcefali del centrosinistra (Marino, Rutelli ed altri) farsi intordare dalla Brambilla, da Bechis e da La Russa sui rapporti di Berlusconi con Cosa Nostra. E allora inizio qui un bignamino veloce ad uso dei testadiminchia eletti da noi che si trovano a parlare di Spatuzza e di mafia in TV con quella gente là.

1. Le organizzazioni mafiose hanno sempre – dico sempre – cercato e trovato accordi con il potere politico, sia in Italia che negli Stati Uniti. Per tacere di altri paesi come la Colombia, la Russia, la Bulgaria o il Kossovo. Senza protezioni politiche le organizzazione mafiose come le conosciamo non esisterebbero. Conseguentemente, compito della magistratura non è stabilire SE esistono uomini politici collusi con la mafia, ma QUALI uomini politici lo sono. Negli anni settanta e ottanta chi diceva e scriveva che Lima, Gioia, Ciancimino, i Salvo erano mafiosi veniva descritto come pazzo e visionario, al pari di chi fa oggi la stessa cosa con i nomi dei vertici di Forza Italia siciliana e nazionale. Adesso che ci sono sentenze definitive a dar loro ragione non mi sembra che si chieda loro scusa. Anche perchè molti sono morti ammazzati (per esempio Giuseppe Fava, Peppino Impastato e tanti altri).

2. Spatuzza non è il primo mafioso che fa il nome di Berlusconi come referente politico di Cosa Nostra. Prima di lui un superboss come Cancemi e molti altri hanno fatto analoghe dichiarazioni. Da tali informazioni sono nate indagini svolte dalla Procura di Caltanissetta (pm Tescaroli, trasferito a Roma e nemmeno applicato alla DdA; Boccassini, rispedita a Milano), Firenze (Chelazzi, morto d’infarto) e Palermo (Caselli, rispedito a Torino e sostituito alla procura di Palermo con Grasso, che ha disintegrato il suo pool e che poi gli è stato preferito al vertice della DNA grazie ad una leggina ad hoc poi dichiarata incostituzionale).

3. Se non vi è prova del fatto che Berlusconi e Dell’Utri ordinarono le stragi del 1992 e del 1993, è provato giudizialmente con sentenze passate in giudicato – nel senso che è scritto in modo chiaro nelle motivazioni – che le famiglie mafiose siciliane appoggiarono Forza Italia nelle elezioni del 1994 (e in quelle successive), adottandola come nuovo referente politico dopo il declino ed il “tradimento” della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista. Ed è parimenti provato che le stragi furono concepite da Cosa Nostra al fine di indurre il potere politico a scendere a patti con la cupola.

4. Berlusconi, interrogato nel 2002 a Palazzo Chigi come testimone nel processo Dell’Utri, si avvalse della facoltà di non rispondere (facoltà generosamente concessa dalla Corte) alle domande sul finanziamento delle holding (ventidue? trentasette?) che detennero per lungo tempo la maggioranza della Fininvest negli anni 80-90 e che consentirono il travaso di decine di miliardi di provenienza mai chiarita nelle casse del Biscione. Ed oltre a Spatuzza, ad alludere al Cavaliere come connesso a Cosa Nostra, è in questi tempi Massimo Ciancimino, che va ripetendo come sia ingiusto che ad essere condannato per il riciclaggio del tesoro del padre Vito sia solo lui, quando altri, che “con leggi ad personam lodi od altro” (sue parole testuali a Rainews 24) si sottraggono ai processi, dovrebbero rispondere degli stessi fatti.

5. Non risulta che Berlusconi abbia mai smentito quanto finora emerso nel processo Dell’Utri circa un summit tenutosi negli anni settanta (non ricordo a memoria la data esatta) a Cologno Monzese ed al quale parteciparono il Cavaliere, Marcello Dell’Utri, Stefano Bontate (all’epoca capo della cupola), Mimmo Teresi (vice di Bontate) ed altri uomini d’onore. Vertice nel quale fu deciso di inviare Mangano ad Arcore come “garante” degli interessi dei boss presso la Edilnord (la società immobiliare dell’allora trentenne Cavaliere) e nel quale Berlusconi e Cosa Nostra si misero a disposizione l’uno dell’altra per la tutela degli interessi reciproci: investimenti dei palermitani a Milano e protezione totale per il Cavaliere.

Cinque punti buttati lì a caso, ad esempio; giusto per dar loro l’idea che magari dovrebbero studiare, ogni tanto.


Chi l’avrebbe mai detto..

dicembre 5, 2009

.. che avrei puntato la sveglia alle 4 per partire alla volta di Roma in un freddo sabato di dicembre. Silvio è riuscito anche in questo, altro che coppe dei campioni.