Seicentomila miliardi di lire.

E’ l’equivalente nella nostra vecchia valuta dei capitali detenuti all’estero da italiani, secondo le stime del governo e che esso intende far rientrare con lo scudo fiscale appena approvato dal Parlamento. Un patrimonio pari ad un quinto del debito pubblico nazionale.

In questi giorni abbiamo appreso quindi due cose: esistono italiani che hanno accumulato all’estero un patrimonio complessivo pari ad un quinto del debito pubblico, sul quale, come si sa, grava una spesa per interessi che zavorra la nostra economia in misura doppia rispetto agli altri paesi UE. In secondo luogo il governo è a conoscenza di tale realtà, cioè sa che questo patrimonio esiste e pure dove si trova collocato. Sarò malevolo, ma mi domando se non sa anche nomi e cognomi di chi ne è titolare.

Garantendo l’anonimato ai fruitori dello scudo, il governo alimenta il sospetto (ed uso un eufemismo) che si tratti di soggetti che operano nell’illegalità.

Ovviamente io posso solo fare ipotesi, derivate dalle poche informazioni che riesco a trarre dalla letteratura disponibile nelle librerie.

Non pare ragionevole pensare che tale enorme massa liquida sia stata prodotta in Italia e portata clandestinamente all’estero. La sua mole è tale che non può essere sfuggita alla nostra polizia tributaria. No: è legittimo ipotizzare (altro eufemismo) che quei capitali sono stati costituiti all’estero. Non è un segreto che le mafie nostrane (prima di tutte la ‘ndrangheta calabrese, che è la più ramificata ed attiva fuori dei confini nazionali, ma che soggiace ai voleri della più strutturata ed antica mafia siciliana) gestiscono a livello europeo il traffico di droga, di armi e di esseri umani nonchè il mercato della contraffazione in maniera pressocchè monopolistica. Le mafie estere (albanese, bulgara, russa, giapponese..) sono costrette a sottostare alle volontà delle ben più antiche, radicate e forti organizzazioni italiane, la più potente delle quali, come noto, è Cosa Nostra.

Quindi non è corretto parlare di scudo fiscale per il rientro in Italia di capitali detenuti all’estero; si tratta piuttosto di liquidità costituita all’estero che il governo italiano fa di tutto per attirare nel nostro paese. Sotto questo profilo siamo  quindi di front e ad un “furto” alle altre nazioni. Per fissare le idee: la mafia esporta droga in Germania, essa viene venduta ai tedeschi ed il ricavato (senza che vengano pagate tasse né in Germania né in Italia) rientra nella disponibilità dei mafiosi italiani in depositi esteri; infine il governo lo legalizza nella forma di capitale “rientrato” sotto la protezione dello scudo. In questo modo soldi tedeschi, creati senza pagare tasse al governo di Berlino, finiscono in Italia anonimamente e con una modestissima imposizione fiscale (5%).

In questo modo l’Italia finisce per qualificarsi come una sorta di stato-canaglia che si serve della criminalità per frodare i partner europei, trasferendo sul proprio territorio denari altrui.

E’ chiaro che sto facendo solo ipotesi, ma questo spiegherebbe agevolmente perché il governo si accontenta di un’imposizione tanto bassa sul rientro dei capitali: il 5%. Se essi fossero stati effettivamente creati in Italia, sarebbero assoggettati ad imposta vicina al 50%. Come si spiega questa spropositata generosità? Uno sconto del 90%, una cosa mai vista nemmeno nei condoni più generosi? Semplice. In realtà su quei soldi l’Italia non avrebbe alcun diritto, perché sono stranieri. E siccome li rubiamo ad altri ci accontentiamo di pochi spiccioli di imposta.

Ed ecco che il Belpaese, noto per essere il membro dell’Unione Europea con il minor tasso di attrazione di capitali esteri (quale multinazionale investe in un paese dove i reati finanziari sono stati di fatto depenalizzati e dove il mercato azionario è da sempre il meno regolamentato d’Europa?), diviene il paradiso delle mafie, autorizzate a reinvestire in esso i proventi dei traffici illegali.

Vorrei ricordare che questo non è il primo scudo fiscale approvato da un governo Berlusconi. Ve ne fu uno anche nel 2001, e, chi ha memoria, rammenta quali conseguenze ebbe. I capitali, in effetti, rientrarono, e nel giro di un paio di anni si sviluppò una delle più odiose bolle speculative della storia: quella sugli immobili, sulle abitazioni, agevolata dal contemporaneo crollo dei tassi di interesse (reso possibile dall’adozione dell’Euro) e quindi dall’immissione sul mercato di mutui prima-casa vantaggiosissimi rispetto al passato. I prezzi delle case si impennarono, rendendo milioni di italiani schiavi di prestiti pluridecennali per vivere in abitazioni piccole, vecchie, inadeguate, antiecologiche. Un fenomeno rappresentato plasticamente dall’esempio preclaro degli immobiliaristi Ricucci, Statuto e Coppola, che crearono dal nulla fortune finanziarie impensabili.

Questa è l’Italia disegnata dal governo (con l’ipocrita concorso del PD): un immenso mercato del riciclaggio, nel quale gli italiani sono un parco buoi da spremere e tenuto a bastone dalle organizzazioni criminali.

Il Pm antimafia di Firenze Gabriele Chelazzi lo ha detto chiaro e tondo: “Cosa Nostra è sovrana”. E noi siamo i suoi sudditi.

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One Response to Seicentomila miliardi di lire.

  1. maria ha detto:

    Quello che non avrei mai creduto è che ci prendessero per raggiunti limiti di sopravvivenza, negandoci anche l’idratazione e l’alimentazione forzata…e quello che fa male è che i nostria amici del piddì sono complici nell’aver staccato la spina!

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